Il bambino (non si creda che l'abbiamo dimenticato) era stato rimesso alla castellana, la quale, mossa a compassione in vederlo sì bello e sì sparuto, pensò di nutrire per quel dì col pasto della famiglia un suo colosso di dieci mesi, per cedere il latte materno al novello ospite. Questi infatti lo gradì, e ne diede la prova, cessando subito dal piangere ed addormentandosi in collo alla pietosa nutrice.
La buona donna, informata che il conte chiedeva di lei, con una cura ed una compiacenza tutta materna, assettò i lini e le fasce del bambolo; poi, racconciandosi in fretta e in furia i panni e le treccie, si recò dal principe, e gli presentò il bambino, il quale vagò cogli occhi intorno e li piantò sorridendo sul conte. — La buona donna non si stancava di fare ammirare al principe quegli occhioni azzurri e quelle labra di corallo, ponendovi l'ingenua ambizione di chi crede di avervi qualche parte di merito. E non a torto; quel ravvivamento era tutt'opera sua.
Il conte non ebbe bisogno ch'altri gli insegnasse a farsi tenero dinanzi a quella creaturina. Dovette anzi frenare la piena degli affetti, affinchè il vigile occhio dei circostanti non penetrasse il vero, e ne facesse suggetto delle solite ciarle. Ma la memoria di questo giorno e di questo momento non s'impallidì mai nel suo cuore; egli che, prima e poi, ebbe grave e fortunosa esistenza, non trovò nell'istoria della sua vita un fatto che lo commovesse più di questo. Benedisse la mano di Dio, che gli porgeva i mezzi di fare un atto solenne di giustizia; ed accettò rassegnato le gravi contrarietà, che gli rimanevano, perchè il bene che ne sperava era ancora di gran lunga superiore al male che pur gli era d'uopo subire.
Tutti questi avvenimenti si erano compiuti nello spazio di poche ore. Ma quelle ore, pensò il conte, dovevano sembrar ben lunghe alla povera Agnese! — Per la qual cosa, ordinò che si allestisse tosto l'occorrente affine di ricondurre il bambino presso sua madre; e fissò quali tra i più fidi fossero degni dell'incarico d'accompagnarlo. Mentre si stava apprestando la lettiga e la scorta, il conte tolse dallo stipo una pergamena, scrisse alcune righe, vi pose la firma ed il sigillo della Signoría, poi l'arrotolò, fasciandolo di un nastro coi capi rinchiusi nella salimbacca. Chiamato a sè il più vecchio ed il più fedele de' suoi servi, gli affidò la pergamena ed una somma di denaro, prescrivendogli qual uso dovesse farne. Infine volle veder di nuovo la castellana: il dovere di premiarla della sua pietà gli fornì l'occasione di abbracciare un'altra volta il bambino.
CXXXVII.
Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientrò nell'ordine solito. Anche il conte tornò mesto come prima; solo che i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze, ne vietò per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col marito.
Da quanto si è detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti, il lettore ha già appreso che quel legame, consigliato da interessi puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta ancor più bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella catena diveniva così pesante, da sembrargli insopportabile.
La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una, che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al sospetto, ma credula così al male come al bene, non seppe mutare le reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina, non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplorò l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio, rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono. Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre principesse, belle al par di lei e più di lei lusinghiere, subivano la stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo padre.
Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito esorbitanti, venivano applicate senza pietà. — Era, a cagion d'esempio, dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome della Vergine e dei Santi[74]; s'infliggeva una multa di venti soldi di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli[75]; ma si oltraggiava impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando la moralità della famiglia. — I giudici laici non avevano coraggio di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di qualche pia offerta. Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote, la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto è ciò vero, che la condotta di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare, era a' suoi dì, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una pietà che peccava del soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una felice eccezione dei potenti del suo secolo.
Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni della condotta del conte, egli riordinò le memorie del passato; e, posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracciò tale piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze, concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilità di aver grazia. A ciò invero non riesci per una strada liscia e scevra d'ostacoli. — Deciso a voler bandire le incertezze, sospettò di non saperlo fare; approvò, respinse, richiamò lo stesso progetto, quando scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava la più degna di pietà. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella donna.