La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una necessità imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di suo figlio. — Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo approvò quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.
Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata, montò in sella, e partì di galoppo, volendo essere in tempo di raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese. Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie traverse, sfuggì agli sguardi di tutti, e s'unì alla brigata quando essa toccava alla sua meta. — Egli volle pigliare nella conseguente scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.
La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro, nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino, era suo padre.
CXXXVIII.
“Ah santa Vergine! — sclamò Canziana fuor di sè della meraviglia al vedere il conte che poneva il piede sulla soglia del casolare — voi qui! È il Signore che vi manda. Se sapeste.... quante disgrazie, quante tribolazioni!... come ha sofferta la mia povera padrona!„ Ed avrebbe volontieri aggiunto “per cagion vostra„ ma in quel momento le parve che il conte fosse l'inviato della Providenza, e quindi lo tenne come inviolabile.
Dalle braccia della castellana raccolse il bambino, e, vedendolo sano e vivace, non poneva misura alle carezze, ed invocava mille benedizioni dal cielo sul capo di chi lo aveva salvato. Le sue parole e i suoi atti, la pietà e la gioja si compendiavano in una sola espressione di tenerezza verso il caro bambino. Ma non era tempo questo di consulte, di lacrime, e meno ancora di interrogazioni. Scambiò poche parole col conte sullo stato d'Agnese, e sulla convenienza di averle ogni riguardo; poi salì da lei, collocò al suo fianco il bambino, e permise (poichè gli veniva richiesto supplichevolmente) che il conte entrasse nella camera della malata, ed ivi pigliasse consiglio dagli avvenimenti.
Appiè del letto, ritto della persona, colle braccia incrociate, col volto mesto e commosso, stava il conte riguardando quelle due creature; la profonda pietà, ch'egli provava davanti a quella scena, era scritta sulla sua fronte e ne' suoi occhi.
“Io fui il vostro tiranno, pensava egli; io t'involai, o Agnese, il secreto della tua felicità, seminai di spine la culla di questo innocente. Spietato! Quasi ho terrore di me stesso! Ho fatto sì gran male a coloro, ch'io amai ed amo tanto; fui sollecito ed ingegnoso nell'ingannar tutti, nel tradire me stesso. Iddio mi inspiri ciò che debbo fare per voi, miei diletti, poichè il ben vostro è ben mio. Povera Agnese, quanto sei sparuta! quanto male io ti ho fatto! Eppure il tuo labro è pronto ad aprirsi al perdono, non al rimprovero. Deh, mia diletta, abbi pietà di me...!„ — Poi fattosi torbido e severo, rimestava nella mente la cagione de' suoi mali, la colpa della sua colpa; allora lo sdegno e la vendetta gli ribollivano nel cuore. — Se in quel punto gli fosse apparso davanti lo scelerato calunniatore, avrebbe avuto cuore d'ucciderlo di sua mano; se colui avesse osato metter piede entro il confine delle sue terre, lo avrebbe fatto porre ai tormenti; la tortura ed il capestro gli sembravano lieve pena a tanto delitto.
Invano ci proveremmo a tradurre fedelmente colla parola la scena pietosa che ci sta dinanzi. L'amore era il protagonista del quadro; ma esso si manifestava assai diversamente sulle mobili fisonomie dei nostri attori. — Sotto il velo di un languore passaggero, la placida e smorta fisonomia di Agnese, attestava la costanza di un amore sempre sviscerato ed ardente. Il suo labro socchiuso pareva che volesse dire: “io non ho mai mancato alla mia promessa; amo, come amai! L'altrui parola avrebbe potuto santificare quell'affetto che io nutro; quanto a me, e prima e dopo quella parola, non potrei amare diversamente.„ — Sul volto di Canziana brillava una tenerezza paziente, un affetto veramente materno. Era l'imagine viva della carità cristiana, che vorrebbe scemare il male dei fratelli, pigliando sopra di sè la croce loro. — Una terza espressione più gagliarda, e meno tolerante, traduceva l'amore del conte in una passione indisciplinata, prepotente, quasi egoistica, che non vede altro che sè, ma che racchiude nel suo sè stesso la vita e la felicità della persona amata. — L'affetto d'Agnese, la carità di Canziana, la passione del conte, s'incontravano infine e si rannodavano sulle care sembianze di Gabriello, che in mezzo a quella tempesta dormiva il sonno degli angeli.
Finalmente Agnese si riscosse. Un lieve scrollo delle membra, annunciando il fine del parosismo, ravvivò la penosa aspettativa di Canziana, e crebbe l'ansia irrequieta del Conte. — Gli sguardi d'entrambi cercavano gli occhi d'Agnese, i quali si schiudevano a tratto a tratto, errando qua e là sugli oggetti circostanti, senza fissarne alcuno. — Corse la governante a rabbattere le impennate della finestra; e le pupille dell'inferma, dilatandosi a poco a poco, poterono finalmente scorgere il bambino, e riposare un momento sulle sue sembianze.