Il meno sodisfatto di un simile scioglimento, diciamolo un'altra volta, è chi scrive. Egli avrebbe voluto far d'Agnese un'eroina, e forse poteva sperare di riescirvi anche dopo quello che si è narrato. Ma ora, al punto cui sono avviate le cose, chi potrà persuadersi che altra ragione, fuorchè un amor recidivo, fosse il secreto consigliero della sua docilità? — Le promesse del conte sono sospette; l'assenso di Canziana non ha sufficiente peso. — Nondimeno, questi momenti d'incertezza, questi inciampi involontarii della virtù, ci attestano veritieri. Nulla è più atto ad autenticare l'originalità di un ritratto e la sua felice rassomiglianza, quanto il non avervi omesse le rughe e le chiazze.

I nostri personaggi, ciascuno secondo le proprie viste, chiamarono fortunata la fatta risoluzione. Agnese fece tacere i suoi dubii per rallegrarsi al vedere rivivere i disegni di suo padre. Il conte v'aggiunse il conforto di potere finalmente venire in grado di rendere ad Agnese un po' di quel bene che la sua improvida condotta le aveva rapito. Pensava di circondarla d'ogni sua cura, di darle le migliori e le più sode prove d'affetto; ma queste cure e queste prove d'affetto dovevano essere tali che non la facessero pentita mai della sua fiducia. Egli si trovava forte a ciò; si rallegrava con se stesso; e, affrettiamoci a dirlo, non si rallegrava a torto. — Canziana era fatta lieta dalla convinzione di veder adottato un partito, che poneva al sicuro i suoi diletti padroni. Non era cieca però; vedeva anzi da lontano più pericoli che in realtà non esistessero. Ma altri più gravi e più urgenti pericoli la sospingevano ad accogliere la proposta del conte come un favore, che la Providenza non volgerebbe a male.

Dopo una settimana, che passò nè lieta nè mesta, Agnese, perfettamente risanata, abbandonò, in un con Gabriello e Canziana, il suo ritiro. — In quel punto, gravi pensieri si levarono nella mente loro e resero più doloroso il congedo. Nella mesta calma di chi partiva non v'era soltanto il rammarico delle abitudini troncate. — La buona gente, che aveva esercitata l'ospitalità con nobile disinteresse, pigliò per sè quella manifestazione. Con segni di affetto riverente accompagnò chi partiva fino sulla strada maestra. Ivi la separazione fu affettuosa. La memoria del ricevuto beneficio e la sodisfazione d'aver fatto del bene, durarono ben oltre quel giorno. Agnese ricordò per tutta la vita la carità de' suoi vicini, e potè a suo tempo attestar loro, coi fatti, che chi fa del bene impresta a Dio.

L'ingresso di Agnese nel castello di Pavia fu, come era a prevedersi, segnalato dal solito cicalio dei crocchii cortigianeschi. L'arrivo di una dama era per quegli sfacendati un fatto significante; la bellezza di Agnese, ancorchè modesta e riservata, divenne in breve il punto di mira degli sguardi i più appassionati. Il suo nome e le sue disgrazie prestavano argomento a varie e strane dicerie. — Taluno osò sulle prime tessere sul suo conto novelle poco onorevoli; qualche altro, coll'aria languida e i frequenti sospiri, tentò farsele vicino, e render vere le ingiuriose supposizioni dei calunniatori. Ma la costumatezza di Agnese, i modi onesti e parcamente socievoli, coi quali ella trattava indistintamente tutti i cortigiani, disarmarono in breve le male lingue, e tolsero ogni speranza ai malcreati paladini.

Anche la condotta del Conte contribuì a tale intento, perocchè egli seppe proteggerla più col riserbo, che non coi fatti. In capo a poche settimane, la turba linguacciuta non trovò più il solito diletto nel malmenare la riputazione d'Agnese. Non convinta della sua innocenza ma distolta dal triste officio di scovarne i misteri, finì per rispettare in lei una protetta del padrone, la creduta àrbitra della sua volontà. In corte non mancavano argomenti nuovi e bizzarri per sbramare la cupida oziosaggine degli infingardi. — Agnese pertanto fu salva dalla stessa malevola leggerezza de' suoi nemici.

Ma era essa felice? Se le fosse bastato il sentirsi sicura dalle minaccie, che l'avevano funestata nel suo ritiro, o il vedere dissipati i pericoli che accompagnavano il suo ingresso in corte, dobbiamo dire di sì. Se a far felice una madre basta il veder crescere bello e gagliardo il proprio figlio, dobbiamo ripetere di sì. — Ma la vita di Agnese non si rinchiudeva tutta entro questi limiti. Il conte non le aveva promesso soltanto di difenderla dalle insidie de' suoi detrattori: egli parlò e promise in nome di suo padre. — Da quel giorno la memoria paterna non fu soltanto una storia di affetti; fu l'idea fissa di un sacro dovere, di un voto che dimandava pronto e coraggioso adempimento.

CXLII.

In quel mezzo, un'altr'anima si scosse, tocca dai sintomi di una passione nuova e prepotente. La languida e svogliata Caterina, al primo vedere Agnese, sentì per essa un'antipatìa foriera di malevolenza e d'odio. La prima volta che la vide fra le dame d'onore, la privilegiò coi tratti della più marcata incuria: appena levò su lei lo sguardo, lorchè il maestro delle cerimonie, presentandola come un nuovo fiore della sua corte, ne pronunciò il nome, e l'accennò colla mano. La sua avvenenza l'irritava; e, siccome non era possibile metterla in dubio, Caterina osò chiamarla una bellezza ipocrita ed usuraja. — Le traccie de' suoi patimenti, invece di meritare pietà, furono giudicate sforzi ingannevoli dell'arte muliebre, di cui ella temeva ed invidiava gli incanti. Credette che quella donna fosse comparsa in corte per gettarle una sfida, e farla vittima de' suoi trionfi. Della sua vita non conobbe che quella parte che riguardava la persecuzione patita per volere di suo padre: ma bastava un tal fatto (e questo era il lato meno debole de' suoi ragionamenti) per credersela nemica, congiurata a suo danno.

Il conte trattava la nuova dama colla riverenza garbata e dignitosa, ch'egli usava con ogni altra della corte. Ma Caterina, delirante di gelosia, credette sorprendere sguardi d'intesa, parole misteriose, perfino mal repressi sospiri. Arrovellava se un fortuito incontro li avvicinasse; e se il caso li teneva disgiunti più dell'ordinario, ella interpretava questa tranquillante apparenza come un riserbo studiato, onde eludere la sua vigilanza, e preparare più tranquilli convegni. Da quel momento, la principessa finì d'essere la donna schifiltosa, noiata di tutto, indifferente a tutto. Raccolse quel po' di vita, che ella consacrava alla scelta dei giojelli e delle vesti, o alle lunghe arti dell'apparecchiatojo, per nutrire la nuova passione, che le faceva battere il cuore, fin allora inerte.

Corse voce nei crocchii dei cortigiani, che la principessa erasi fatta più avvenente. L'ira aveva per verità riacceso quel volto, che, nella sua irreprensibile regolarità, portava dianzi l'impronta di un'anima sonnolenta ed agghiacciata. Le sue gote si colorirono di un leggiero incarnato; gli occhi, di solito socchiusi e paurosi della luce, s'aprirono più liberamente, stanchi dell'oscurità, avidi di vedere, di scoprire, di fulminare i colpevoli.