Ma i propositi, sanciti nelle irrequiete sue veglie, rompevano contro difficoltà insuperabili. Fissava ella cento volte l'ora il momento di dichiarar guerra alla sua rivale; giurava a sè stessa di non voler più oltre soffrire le supposte tresche; ma il dì e l'istante giurato non arrivavano mai. Ella era sola; nessuno aveva penetrato i suoi misteri; a nessuno, nemmanco alla più fida delle sue ancelle, aveva aperto il suo cuore e chiesto soccorso.
Taluno, indovinando in quale tempesta si logorasse l'infelice donna, mosso da una pietà non innocente, osò andarle incontro ed offrirle quella servitù, che essa non sapeva chiedere. Uno scudiero, che aveva sogguardato tante volte con indifferenza la sua padrona finchè ella era assopita nella consueta sua noja, la trovò bellissima e seducente, dopo che la nuova passione aveva rianimata la dea di marmo.
Colpito dall'improviso mutamento, non osando dimandare nè a lei nè ad altri la cagione di quei sospiri, cercò di sorprenderli e di appajarli co' suoi. Ai colleghi nojati dal servizio dell'anticamera si offrì, quante volte potè, come supplente; e studiò ogni mezzo, ogni pretesto, per aprirsi la via al gabinetto della principessa, e sorprenderne il solitario corruccio. I costumi cortigianeschi di quei tempi imponevano a scudieri e paggi di piegare il ginocchio dinanzi alla loro padrona, ogni qual volta dovessero presentarle alcuna cosa. — L'audace scudiero trasse profitto dalla positura supplichevole, a cui lo costringeva il mestiere, per volgere a Caterina tale parola, che frantesa o male accolta avrebbe potuto costargli la vita. — Ma Caterina, stanca d'essere sola, non la sgradì. Ella non pensò ad altro in quel momento che a procurarsi un fido servitore, che spiasse per suo conto dove a lei non era permesso il penetrare. E per certo non imaginò che la devozione di quell'uomo potesse meritare altra mercede, fuorchè l'onore della privilegiata servitù e il compenso di qualche sguardo meno altero.
L'abile intrigante non aveva bisogno di veder ristabilita la calma in quel cuore; poichè allora Caterina sarebbe tornata la donna di prima, ed egli verrebbe confinato di nuovo nell'abbietta anticamera. Bisognava dunque non lasciar riposo a quell'acqua torbida, anzi sommoverla e intorbidarla sempre più; egli poi saprebbe trovare il momento opportuno per pescarvi dentro a suo modo.
Fu allora, e per mezzo di quello scudiero, che Caterina seppe il restante della storia di Agnese. Se nelle sue accuse, fondate sulle apparenze, ella era stata ingiusta, i fatti pur troppo gravi e certi, che ella arrivò a conoscere, rendevano perdonabile il sospetto.
A tale notizia crebbe in lei, se pur era possibile, l'odio per Agnese. L'animo suo, come il volto, fiammeggiò di una passione nuova, impetuosa, indomabile. Ma prima di esaminare i fatti e di riconoscere i colpevoli, prima di richiamare il marito a' suoi doveri, o di rompere coll'autorità del suo nome la supposta tresca, ella sentenziò e giurò vendetta. — Anzi, giova il dirlo, affinchè l'infelice condizione di questa donna non si usurpi una pietà, non meritata, ella avrebbe respinta la sua calma primiera, quando dovesse riaverla a condizione di rinunciare all'ineffabile ebrezza di vendicarsi.
CXLIII.
Caterina stancò la mente nel cercare ed elaborare progetti. Alle pronte e violente determinazioni non inclinava l'animo suo, perchè la passione non aveva fatto che mutare in lei la timidezza in viltà. Preferì quelli che, associandola ai livori ed alle ambizioni altrui, le assicuravano il buon esito dell'impresa senza esporla a pericoli, od impegnarla nell'azione, facendola complice dell'opera d'altri.
Le venne in mente la lettera di Rodolfo suo fratello, che, come si disse, non aveva produtto su lei alcun effetto. La proposta, che in addietro le parve stravagante e criminosa, le si affacciò di nuovo al pensiero rivestita di seducenti colori. Tornò figlia rispettosa di Barnabò, sorella amorevole di Rodolfo, per coltivare con essi disegni di violenza e di usurpazione a danno del signore di Pavia. — Non durò fatica a scordare d'essergli sposa; o rammentò questo titolo soltanto per far più grande l'offesa ricevuta, e per credersi meglio autorizzata a punirla. Scrisse in proposito una lunga lettera a Rodolfo; nella quale, dopo di avere esposte le pene e le umiliazioni patite, invocava in suo soccorso la mente e il braccio del fratello; promettendogli di volere alla sua volta prestar mano a lui ed alla corte di Milano, qualora gli antichi disegni del padre fossero ivi ancora vagheggiati.
Questa volta il foglio traditore arrivò inviolato al suo indirizzo; perocchè il fido scudiero s'incaricò di portarlo egli stesso a Milano, e di rimetterlo nelle mani di Rodolfo. Costui aveva in quei dì abbandonato temporariamente la sua residenza di Bergamo, ove era signore e tiranno; perchè ivi spirava mal aria per lui, fra i suoi pari il più feroce ed abborrito. Ricevette con grande gioja le nuove della sorella, si propose di parlarne a tempo debito a suo padre, e per lo stesso mezzo le rese una risposta piena di rallegramenti e di speranze. In quello scritto le raccomandava di stare all'erta, di continuare con zelo nel suo spionaggio, di riferire con assiduità e con prudenza ogni andamento del conte, e chiudeva con un mondo di tenerezze fraterne. Altri scritti tennero dietro a questo; il sugo della lunga corrispondenza era il seguente. — Il signore di Milano avrebbe colto il momento per sorprendere colle armi il Conte di Virtù e privarlo della signoria. Contro lui, oltre la ragione della forza, si sarebbero scagliate accuse di fellonia, di cui si andavano raccogliendo le prove. Una di queste era la sua toleranza od amicizia per la famiglia Mantegazza. Quanto ad Agnese, non avevasi che a richiamare il decreto di Barnabò contro i complici di Maffiolo, e i figli o i parenti dei ribelli. A Caterina Visconti finalmente venivano conservati, vita sua durante, la contea di Virtù e i dominii della città e territorio di Pavia. — I patti erano generosi: Caterina vi si adattava di buon animo, e proponevasi di fare tutto il possibile per vederli realizzati.