Ma la volontà di Barnabò, concorde nello scopo con quella de' suoi figli, non lo era nei mezzi. Fermo nella sua antica convinzione che il Conte di Virtù fosse un dappoco, credeva onorarlo più che egli non meritasse, impiegando armi e congiure per abbattere un trono vacillante. Pensava invece che, al primo giorno di sciopero, ei non avesse che a fare una passeggiata verso Pavia, per cacciarne il nipote e fissarvisi come assoluto padrone. Il perchè, Rodolfo e Caterina dovettero aspettare, che il padre si togliesse dalle altre sue gravi occupazioni, prima di metter mano a quest'inezia.
Tali lungaggini non irritavano Caterina, la quale nelle sue secrete macchinazioni prelibava già tutte le delizie della vendetta consumata. La certezza della riescita abbelliva dei più lusinghieri colori i suoi disegni; la fantasia agitata da un delirio nuovo celebrava già il suo trionfo. Ma nel prudente uso dei mezzi, ella era sempre la donna gelida e dissimulatrice. — Simile all'avaro, a cui pro si accumula l'usura del mutuo, non sollecitava il compimento de' suoi desiderii, nella certezza di vederli a suo tempo trionfare in un modo più splendido. — Studiò, quindi, d'essere o di parer calma, onde non destare sospetti; dal canto suo, non tentò d'interrompere troppo presto le fatali apparenze, che giustificavano il suo livore; volle sorprendere imprevedutamente i colpevoli, onde sacrificarli con più completo trionfo alla sua truce passione.
CAPITOLO DECIMONONO
CXLIV.
Di Barnabò Visconti e del suo governo si è detto nelle pagine antecedenti quanto basta a darne un'idea. Non sarà mestieri aggiunger molto per persuadere il lettore che egli fu uno dei peggiori nostri prìncipi. La fantastica crudeltà, il genio feroce di lui hanno tal fama, che sono passati in proverbio.
Altra volta, parlando dei Visconti e degli Sforza, mi provai a difenderli dai giudizj troppo severi degli annalisti posteriori. — Gli storici, o vinti o ingannati dall'influenza del dominio straniero, credettero tenere in credito i tempi loro, dipingendo con colori esagerati i precedenti. Soltanto chi guarda le due epoche ad una certa distanza, instituendo un accurato raffronto fra il bene ed il male delle due epoche storiche, potrà dare un equo giudizio di ciascuna. Se il bene è scarsissimo nell'una e nell'altra, il male, benchè molto in ambedue, permette una distinzione assai importante. — Nei nostri tiranni è a deplorarsi il delirio dell'uomo; nei dominii stranieri, che raccolsero l'eredità loro, è a combattersi un principio sovversivo d'ogni ragione civile. I primi versarono il sangue dei fratelli che non avevano abdicato ai diritti loro, e perciò si commovevano al vederli concultati; gli altri adoprarono la frusta, perchè il di più era troppo per una greggia di schiavi. In quelli, la successione è varia, alterna; i prìncipi miti e generosi ristorano bene spesso le stanche popolazioni dai sofferti oltraggi, e resuscitano l'amore della libertà, non morto, ma intorpidito nel cuore dei soggetti. In questi, il succedersi dei prìncipi è un fatto insignificante: sopravive ad essi, e regna con essi, il principio della conquista, che fa pessimi i cattivi, e non permette ai buoni di mostrarsi quali vorrebbero essere. Contro i nostri tiranni vediamo a quando a quando sollevarsi il popolo, per chiedere ed ottenere vendetta. Il suo sdegno, talvolta inopportuno, spesso, intemperante, è pur sempre generoso. Contro lo straniero una turba stanca ed avvilita non oppone che la infeconda virtù dei popoli oppressi, la rassegnazione.
Ad ogni modo, in un tempo in cui la nuda verità era tolta in sospetto, nulla di più provido che il mostrarla sotto un velo che l'adombrasse senza tradirla. La rivendicazione della fama dei nostri prìncipi non era soltanto un atto di ossequio alla storica imparzialità; ma diveniva un mezzo, l'unico mezzo possibile, per dire ai nostri oppressori: — nulla di più esiziale di voi; la tirannide dei nostri vecchi ci è più cara che l'ipocrita pietà dei vostri filosofi. Meno male la vista del sangue, che l'atonía, a cui voi ci condannate.
“Tra i nostri duchi alcuni furono ottimi; altri al livello dei tempi crudeli; pochi soltanto si mostrarono come un'odiosa eccezione della natura umana[76]„; e Barnabò fu appunto uno di queste. — La sua politica non ebbe mai uno scopo fisso; errò in balía di una volontà, che non aveva direzione o guida. Quando l'arbitrio suo era abbracciato per forza da tutti, e poteva essere lume o scorta alla condotta de' suoi soggetti, egli si ribellava contro i suoi stessi voleri. Fu crudele, dispotico, sanguinario, pel solo diletto di provare al mondo ch'egli era potente. Nemmanco a caso gli sfuggì un atto generoso; non premiò alcuno fra quei pochi che gli erano o gli si mostravano affezionati. Eppure la stessa ferocia e la gelosa tenacità del comando svilupparono in lui una delle più pregevoli doti di un principe. Egli non fu servo ad alcuno; non si piegò a preghiera, e molto meno a comando o ad autorità altrui. Il suo volere fu legge per tutti entro i confini del suo piccolo stato; e non subì mai influenza dal di fuori. Ebbe più volte la fortuna avversa; e l'affrontò con coraggio. Conscio del pericolo, ma confidente nella propria stella, ne escì sempre col minor male.
Agli sdegni della corte d'Avignone oppose l'indifferenza e lo sprezzo. La lotta tra lui e la Chiesa durò quanto il suo governo; nè mai si ritrasse da' suoi propositi per minaccia di nemici o per lusinga di alleati. La sua coscienza, corazzata di un cinismo invulnerabile, lo rese impavido e sereno sotto il peso delle scomuniche che a quei dì facevano tremare i suoi pari. Non rinunciò alle sue pretensioni su Bologna, anche dopo la scomunica di Innocenzo VI. — Grimoaldo, abate di S. Benedetto, colui che per ordine di Barnabò aveva dovuto inghiottire la bolla pontificia sul ponte di Marignano, divenuto papa col nome di Urbano V, volle vendicare l'oltraggio fatto ad un legato della corte romana scagliando l'interdetto contro l'empio violatore del diritto delle genti. Barnabò permise che l'arcivescovo di Milano si presentasse a lui, e gli porgesse il breve pontificio; volle anzi sentirsi dichiarare eretico e scomunicato: poscia, con quel piglio che non ammetteva remissione, lo fece inginocchiare davanti a sè, e gli disse in barbaro latino — “non sai tu, o poltrone, che io sono papa ed imperatore nelle mie terre?„ — e, come se ciò fosse poco, scomunicò alla sua volta il papa, e costrinse un prete a leggere in publico la bolla dell'interdetto.
Gregorio XI lo percosse una terza volta colle armi spirituali per le inaudite crudeltà commesse contro i guelfi. Quest'ultima prova non ebbe miglior successo delle altre. — Le ripetute irrisioni suscitarono due crociate contro di lui. Armeggiarono in suo danno l'imperatore, Giovanna di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Carraresi, i Gonzaga. L'esercito della lega s'ingrossò d'Ungari, e d'Inglesi. Barnabò, principe debolissimo a fronte di un nemico tanto formidabile, malsicuro della fedeltà de' suoi sudditi, prosciolti dai giuramenti in virtù dell'interdetto, capitano impetuoso ma ignaro dell'arte militare, eluse i disegni della crociata; ed, ora schermendosi coll'inganno, ora stancheggiando il nemico colle tregue, costrinse la lega a firmare una pace meno indecorosa per lui che pe' suoi potenti avversarii. Dopo di che, il principe, dianzi spodestato e messo al bando, divenne più imperioso, più temuto; dai nemici, e meglio obedito dai soggetti.