Quando l'imperatore Carlo IV lo privò della dignità di vicario imperiale, egli mostrò di aggradire questa prova di sdegno, dicendo: — non essere egli vicario di alcuno, ma signore assoluto dei proprii stati.

Un'altra lega, non meno potente della prima, si strinse allora a suo danno. Questa volle far precedere le negoziazioni alle ostilità. Trattavasi di convincerlo essere per lui cosa equa ed utile il deporre le sue pretensioni sulle terre spettanti alla s. Sede. Barnabò, poichè ebbe ascoltato i ministri della lega, li chiamò pazzi, e come tali li costrinse a vestire abiti bianchi ed a montare su ridicoli ronzini; poi a furia di popolo li mandò in volta per le vie di Milano; e, prima di congedarli, li fece sostare due ore alla porta della città, perchè raccogliessero le fischiate e le villanie della plebe.

Ma tali eccessi, che attestano una libidine di potere ed una temerità del pari stolte ed estreme, potevano in qualche modo tornare utili e graditi a' suoi soggetti? Le continue guerre esaurivano il tesoro; i balzelli e le concussioni, poichè i mezzi ordinarii erano insufficienti, dovevano ristorarlo. In mancanza dello spontaneo concorso de' suoi cittadini, stanchi di sostenere col denaro e col sangue le sue stolte imprese, dovette più volte, con orribili minaccie e con castighi ancor più orribili, richiamarli all'obedienza. A Modena raccolse una parte del suo esercito disperso, punendo i morosi con supplicii inauditi. La fortuna non gli era sempre propizia; parziali sconfitte gli fecero perdere Bologna, Modena e le terre finitime. Reduce dalle sue temerarie spedizioni, egli ebbe solo a rallegrarsi d'aver prodigiosamente poste in salvo la persona e la sovranità, e di conservare intatto il suo coraggio per una vicina riscossa.

Delle leggi interne non si occupò gran fatto. Le buone, prezioso avanzo del governo popolare, raccolte e sancite dai suoi predecessori, non abrogò; ma, lasciandole neglette nel corpo degli statuti od affidandone l'osservanza ed il profitto ai magistrati, ne permise, e quasi ne protesse la violazione. Egli intanto attese ad infarcire un codice fin troppo saggio pei tempi, con una prodigiosa congerie di decreti, consigliati dal capriccio, o suggeriti da un improvido zelo, ma più spesso dettati dalla sua natura feroce e capricciosa. Alle pene pecuniarie sostituì le corporali; e fu abile maestro non solo in applicarle ai minori reati, ma in crear nuovi e stranissimi supplicii; ed alla mostruosa violazione delle leggi di natura egli aggiungeva sempre la derisione, provocata dal suo carattere brutale e motteggiatore. — Eccone un esempio. Le vie di Milano, specialmente la notte, erano malsicure. Saggie e severe leggi erano state emanate in proposito avanti il governo di Barnabò; la più ovvia fu quella, che ingiunse ai passaggeri di munirsi di face o di lampione, sotto pena di multa o di prigionia. — Barnabò volle che nessuno, per qualsivoglia motivo, osasse metter piede fuori di casa dopo un'ora di notte; e a chi fosse trovato per istrada faceva amputare un piede, dicendo che il colpevole doveva punirsi in quella parte del corpo, che aveva violato la legge. Colla scorta di un tale criterio punitivo, volendo tenere in freno le fazioni, dannò a morte chi parteggiasse per l'una o per l'altra; e fece tagliar la lingua a chi pronunciava soltanto i nomi di guelfi e di ghibellini.

Devesi all'incuria del suo governo la diffusione della pestilenza, che desolò la città di Milano nell'anno 1361. Ottime leggi sanitarie, sotto il governo di Luchino, l'avevano preservata. Ma Barnabò, o per sprezzo di quanto non emanava da lui, o peggio per l'inumana vista che la minaccia fosse ottimo mezzo di freno e d'intimidazione, non oppose alcuna resistenza al progresso del morbo, il quale nella sola Milano mietè oltre settantamila abitanti.

Intanto egli, per sfuggire al pericolo del contagio, si chiuse nel castello di Marignano. Ivi ingannò la noja della solitudine fra cortigiani e giullari; e, per ischerno alla publica sciagura, raddoppiò le imbandigioni e le orgie. — Cessata la peste, l'altra calamità, sua indivisibile compagna, afflisse il popolo milanese. La carestia, cagionata dall'inclemenza delle stagioni e dalla negletta agricultura, accrebbe, se era possibile, la miseria publica. Barnabò non si diede alcun pensiero per temperare i mali del suo paese. Il signore di Marignano, salvo dalla peste, potè schernire più sfacciatamente la carestía. Non furono mai tanto rumorose ed allegre le caccie del principe, come in quest'epoca; con quante prepotenze verso i suoi vassalli, con quanto danno dei campi, crediamo d'averlo già detto. Si è pure di già accennato come egli alleviasse le sue spese private, obligando i vassalli a nutrire parecchie migliaja de' suoi cani, e a renderne conto, (e qual conto) ad epoche determinate. Condannò ad atroce pena corporale un giovinetto, che raccontò aver sognato di cacciare un cinghiale, e prescrisse che i notaj criminali cominciassero a fruire del publico stipendio solo quel giorno in cui provassero d'aver consegnato al carnefice un ladro di selvaggina.

Siamo ben lontani dall'aver compiuto il sommario delle crudeltà di questo principe. Ma il lettore ne è sazio, e poichè egli non ha bisogno d'altre prove, tiriamo di buon grado un velo su questi vituperi che degradano la dignità dell'uomo.

Quanto doveva essere trista la condizione del popolo milanese costretto ad obedire ad un principe di tal natura! Il governo di Barnabò era reso ancora più duro ed intolerabile dal confronto con quello di Azzone e di Luchino, l'uno mite, l'altro severo, ma giusti ambedue e sapienti. Lo spirito di ribellione cresceva a misura che andavano aumentando i delirii di questa fiera. Ma ogni conato era inutile. Gli elementi di una cospirazione vasta, e certamente vittoriosa, esistevano nel cuore di mille e mille cittadini; ma lo stringere le sparse forze degli individui nel fascio, che rende invitta la scure del popolo, diveniva un'impresa, più che ardua, insensata. D'altra parte, le congiure a quei tempi non avevano che una sola mira: quella di liberare il paese dal tiranno, vendicando il sangue col sangue. Il privarlo delle sue forze, o il sollevare contro lui forze maggiori onde l'uomo debole e degradato sopravivesse a sè medesimo ed alla propria potenza, era un'arte ignorata, frutto di tempi più civili e di consumata esperienza della sventura. — Fatto è che Barnabò ebbe lungo regno; e che contro lui non si levò mai una mano vendicatrice.

CXLV.

Il secreto interprete delle ire impotenti dei milanesi era il Conte di Virtù, il quale teneva d'occhio la corte e la città di Milano, e ne spiava i procedimenti ed i voti, meglio che non facesse Barnabò, in uno co' suoi figli e con Medicina.