Giangaleazzo sapeva che presso di sè, e nello stesso suo castello, si tenevano pratiche col signore di Milano. Egli non disperse però le sue forze nella ricerca degli infidi: ma si giovò dell'opera loro per spargere sul proprio conto notizie ingannevoli, e per crescere e rassodare la cieca confidenza dello zio.
Vero è che il pensiero di affrettare la vendetta, nato dal suo nuovo incontro con Agnese, lo aveva quasi indutto ad abbandonare il consueto riserbo, onde colpire Medicina, ancora più odioso e scelerato che lo stesso Barnabò. Gli sorrideva la speranza di potere raggiungere e percuotere colla sua spada l'infame ciurmatore. Ma abbandonò anche questo pensiero; perchè uno sdegno subitaneo e generoso gli parve meno sicuro che una lenta e ben preparata punizione. — Benchè egli godesse nel suo stato di quella sicurezza, che è la forza di un principe mite e generoso; benchè il suo governo fosse una favorevole eccezione pei tempi che correvano, e diventasse un modello di moderazione, a confronto dei governi vicini e delle recenti tirannidi di suo padre; pure egli non osò mettere a prova la fedeltà e il valore del suo popolo, levandolo in armi e spingendolo inconsideratamente nelle incertezze della guerra. Un'altra via, più lunga ma certa, lo doveva condurre alla fortunata meta.
Lunghi mesi di aspettativa pose egli tra il concetto ed il fatto. — Stancò l'impaziente rabbia de' suoi nemici con una mansuetudine che ne disarmava la mano. Lo scudiero di Caterina corse più e più volte da Pavia a Milano, recando null'altro che le ripetute istanze della sua padrona, e riportando promesse vaghe, rimandate ad un'epoca più o meno vicina, che non arrivava mai. Le relazioni, che venivano fatte a Barnabò sul conto di suo nipote, lo lasciavano troppo tranquillo. Il signor di Pavia nella mente dello zio spendeva la giornata in opere di pietà, interrompeva le consulte per ricordare a' suoi ministri esservi un Dio giudice e punitore dei potenti; non compariva in publico che accompagnato da numerosa scorta di cavalieri; ed infine sollecitava dall'imperatore Venceslao la dignità di vicario imperiale, sdegnosamente rifiutata da Barnabò. — E le parole sue, come i suoi atti, erano sempre, od apparivano, il frutto di un animo timido, irresoluto, ossequioso.
Agnese, penetrato il secreto di questa condotta, l'avvalorava de' suoi consigli; ed aveva fede nell'avvenire. Non così Caterina; le speranze continuamente deluse accendevano vieppiù i suoi sdegni e sviluppavano in una natura fiacca ed impotente una volontà intolerante d'ogni indugio e più che mai cupida di vendetta.
Passò tristamente l'inverno del 1385 per la corte di Pavia. — Il conte ed Agnese fiutavano quell'aria pregna di miasmi, che precede lo scoppio della bufera. Un sorriso artificioso ed ironico da qualche tempo posava sulle pallide labra di Caterina. Le veniva riferito dal fratello, che Barnabò, trovando esausto l'erario, a motivo delle splendide doti assegnate alle molte sue figlie, aveva finalmente risoluto di ristorarlo colla conquista di Pavia. Non s'aspettava che la buona stagione per mettere in atto il disegno. — La conclusione di quella notizia era la seguente: egli, cioè Rodolfo, avrebbe pensato di vendicarla delle offese ricevute da suo marito; lasciavasi poi a lei sola l'incarico di punire, come meglio credesse, la sua rivale.
Tutto ciò venne a notizia del Conte di Virtù. Gli fu riferito ancora che Barnabò pensava ad un futuro riparto dello stato fra i suoi figliuoli; per la qual cosa, se egli fosse venuto a morte improvisamente, la signoria di Milano verrebbe suddivisa in tante parti quanti erano gli eredi di lui. L'impresa sarebbe allora divenuta più difficile: era necessario affrettarla.
Sulla fine d'aprile, Giangaleazzo indirizzò a suo zio una lettera piena, al solito, di frasi umili e devote. — In essa gli ricordava i vecchi legami di sangue, che lo facevano superbo di chiamarsi suo nipote. Gli rammentava inoltre che quei vincoli erano stati ribenedetti dalle nozze di lui con sua cugina, ond'egli aveva acquistato il diritto di chiamarsi suo figlio. Della freddezza, che regnava fra le due corti, incolpò le preoccupazioni del governo; le quali, se assorbivano gran parte della sua meschina esistenza, non gli chiudevano però il cuore alle voci della natura. Pesava sul suo animo il rimorso di non avere fino allora mostrata al mondo tutta la riverenza ch'egli nutriva per un sì nobile principe e per un parente tanto affettuoso. Gli annunciava che, come ammenda de' suoi peccati e pel bene dell'anima sua, gli era stato imposto di recarsi in sacro pellegrinaggio al Monte sopra Varese, per ivi sciogliere un voto alla Vergine. A tale scopo egli doveva passare da Milano ai primi di maggio, ed arrestarsi un giorno nel castello di Porta Giovia. Chiedeva allo zio di poter avere in tale occasione l'onore di baciargli la mano. Che se poi, come caparra d'affetto o di perdono, il nobile parente avesse assentito di unirsi a lui nella pia impresa, egli lo seguirebbe a manca del suo cavallo, e gli porgerebbe la staffa in salire, come suo scudiero. Concludeva dicendo che a Dio ed alla Vergine riescirebbe più gradito il voto, quando fosse consacrato da quest'atto di spontanea ed amorevole conciliazione.
Questa lettera produsse l'effetto che il conte s'era aspettato. — Barnabò trovavasi in mezzo a' suoi figli, quando la ricevette. L'aperse, e riconobbe, senza guardare la firma, i caratteri del nipote. Il suo volto, che prima era torvo, si fece piano e sereno su quei caratteri. Avviata la lettura, mano mano ch'egli scorreva le righe ed affoltavasi nel leggerle e nel pronunciarle, la sua fisonomia ripigliava la consueta aria burlevole, che era sintomo di buon augurio pe' suoi famigliari. Quando l'ebbe scorsa tutta, la ripiegò sghignazzando. A quell'improviso accesso d'ilarità, tutti guardarono in viso al padre; ma nessuno osò interrogarlo. Lo stesso Barnabò non volle defraudare i suoi figli di ciò che lo metteva di buon umore; fe' cenno a Rodolfo, che gli si avvicinasse, e gli diede a leggere il foglio. — Lesse questi, e sorrise per fare la corte alla paterna ilarità, poi consegnò lo scritto ad altro de' suoi fratelli:
“Che ne dite del nostro caro parente?„, chiese Barnabò a suo figlio.
“Dico, soggiunse Rodolfo, che quando la preda cade da sè nella tagliuola, non c'è merito pel cacciatore. Ma pure, o volpe o lupo, ch'ella sia, non conviene lasciarla scappare„.