“Perchè, voi dite così? Perchè il signore di questa terra, l'unico padrone in questo castello negherà a me quella giustizia, ch'egli accorda all'ultimo de' suoi vassalli? Oh, il Conte di Virtù, è giusto e generoso!„
“Il Conte di Virtù„... mormorò sottovoce Caterina mordendosi le labra, e lasciando morire la parola in un singhiozzo convulso.
Un breve silenzio tenne dietro a questa scena. Caterina, trascinata fuori della carriera di un contegno prudente, avida di gustare anzi tempo la gioja del suo trionfo, volle annunciarle, che il Conte di Virtù non sarebbe più tornato a Pavia. — Ma la parola opportuna a svelare il terribile mistero non le veniva alla mente. Pensò che aveva sopra di sè la lettera di Rodolfo: quelle brevi righe erano impresse nella sua memoria, come il responso di un oracolo infallibile. — In esse la notizia era francamente emessa, autorevolmente annunciata. — Non aggiunse altro: gettò ai piedi di Agnese la lettera, e, con un cenno altero della mano e del volto, le comandò di leggerla. Poi investendola con uno sguardo, in cui il disprezzo giungeva fino alla ferocia, volse le spalle all'infelice, e corse a rinchiudersi nelle sue stanze.
Come rimanesse Agnese dopo quella scena, è più facile ad imaginarsi che non a descriversi. Un tumulto strano di idee e di affetti le si destò nell'anima alla notizia della congiurata ruina del conte. La sciagura era sì nuova ed impreveduta, che non potè comprenderla ad una prima lettura dello scritto di Rodolfo. Tornò più volte sullo sciagurato documento; e, soltanto dopo una strana lotta di congetture, dovette alfine assicurarsi, che trattavasi di un fatto forse a quell'ora irremediabilmente compiuto. — A tanta sciagura rimase come insensata; l'affetto che nutriva pel conte, benchè fosse un sentimento ben diverso da quella passione che avea provato in altri tempi, bastò a commoverla fino alle lacrime; bevve tutto l'amaro di una sventura che la colpiva due volte, nella persona a lei cara e nella patria. — Ma un altro sentimento sacro del pari ed imperioso, surse fortunatamente nel suo animo, e richiamò all'ordine i sensi fluttuanti e smarriti. — Pensò Agnese a sè; non per se stessa, ma pel figlio suo. Era necessario non metter tempo di mezzo a risolvere. Bisognava abbandonare quel soggiorno; escire ad ogni costo da quel castello; cercare un asilo lontano dalle dolorose memorie della sua gioventù, lontano dalla patria, dove ogni affetto era rimunerato sì tristamente, dove ogni nobile speranza era suggellata dalla memoria di una disgrazia. Accettò con rassegnazione l'esilio e la povertà, come il naufrago accetta, qual porto di salute, il nudo scoglio che lo divide dagli abissi del mare. — “Partirò dimani; no, oggi stesso, sul momento.... La mia fida compagna non mi abbandonerà. Avrò meco il mio diletto Gabriello. Egli sarà il mio unico bene. Sarò povera; ma che monta? gustai gli agi, riconobbi da vicino le vantate delizie della grandezza. Preferisco la miseria, mille volte la miseria... è minor male la privazione del pane, che un superfluo pieno di tante amarezze.„
Rinvigorita da questa risoluzione, Agnese proponevasi di mandarla ad effetto il più presto possibile. — Ma mentre s'avviava ad escire dalla sala, taluno le si fece incontro, e le indirizzò la parola.
“Sua Grazia mi manda a voi„ disse egli. — L'interlocutore era lo scudiero, arrivato quella stessa mattina da Milano. La buona novella, di cui era stato apportatore, lo aveva notabilmente avanzato nei favori della principessa.
“Qualche nuovo ordine forse?„
“Sì; cioè, tale io lo credo, balbettava lo scudiero; un ordine non precisamente per voi, ma riguardo a voi.„
“Spiegatevi; io non vi comprendo.„
“Sua Grazia, con quella penetrazione che è sua propria, ha saputo leggere nel vostro animo un vivo desiderio, cui forse non corrisponde la franchezza della vostra parola. — Vi riesce grave il servigio della corte; ella ve ne dispensa.„