“Tutto quanto mi vien detto, soggiunse ella alquanto più calma, è egli poi certo? Ognibene Manfredi non sa mentire; ma chi è quell'anonimo che lo ha informato? È possibile che i secreti della corte penetrino le pareti d'un carcere? V'ha dell'improbabile in ciò. — E se mai?... povero Manfredi, in tempi più felici egli volgeva a me giovinetta l'occhio appassionato. Gli perdoni il cielo, s'ei cedette alle esasperate delusioni del carcere. — Forse pensò di parlare pe' miei interessi, e senza pur saperlo, non rispose che ai suoi.... Povero Manfredi; quanto sarei lieta di perdonargli un inganno, una menzogna!„
Ma queste sue parole errarono a fior di labra, e il conforto che ne provava non durò che il tempo voluto a pronunciarle. — Rimaneva quindi l'infelice in quella situazione d'incertezza, in cui la mente, pel troppo rapido lavoro, non afferra alcuna idea netta, e le comprende tutte indistintamente. La scena, che le si svolgeva dinanzi, era cupa; e le speranze cadevano ad una ad una, come le foglie di un fiore percosso dal nembo.
Entrava Canziana in questo punto, col suo aspetto sorridente, biascicando una frase famigliare com'era solita; ma, poichè ebbe veduto la padrona in quello stato, inghiottì il sorriso e le parole e, con un espressione indefinibile di sbigottimento, le domandò:
“Vergine santa che ci è di nuovo?„
Agnese, senza risponder parola, accennò la lettera rimasta a terra, e con un gesto della mano che equivaleva ad una preghiera, la invitò a leggerla. Canziana raccolse il foglio; lo esaminò tutto quanto a corso d'occhio per indovinarne l'autore; e, riconosciutolo alla firma, l'ebbe come segno di buon augurio. Ma quando s'inoltrò nel pieno di esso, e comprese dove mirava, inarcò le ciglia, corrugò la fronte colpita da indicibile dolore; e, masticando la lettura a mezza voce, come sogliono coloro che non hanno famigliarità collo scritto, riempiva le frequenti interruzioni con sospiri ed esclamazioni, con atti di sorpresa e di angoscia.
“Che ne dici?„ dimandò la fanciulla, crollando la testa in segno di completa sfiducia.
Canziana non avrebbe certo risparmiato una buona parola, se questa le si fosse presentata alla mente. Dal canto suo, non tralasciava di metterla alla tortura per trarne un'interpretazione, che non fosse una sentenza. Ma compresa da quella rivelazione che per lei (non messa in guardia come Agnese dallo sveglierino della gelosia) riesciva ancora più strana, cedeva all'attonitaggine propria di chi è colpito all'impensata da grave sventura, e taceva.
“Tu taci mia cara: comprendo... io sono dunque irreparabilmente perduta!.., sclamò Agnese piangendo. Tu non hai una parola per consolarmi; a chi dunque io mi rivolgerò?„
“Figlia mia, non vi nego che la mi par terribile, cotesta nuova... ed è per ciò che vorrei pigliar tempo a crederla....„; soggiunse la donna che finalmente aveva trovato il bandolo alla matassa, e ne dipanava quelle parole, che tornano gradite agli afflitti anche quando non significano nulla.
“Parla: dimmi, che non credi a quello scritto; che esso è menzognero; spiegati in nome di Dio.„