Barnabò, proclive per natura ai sospetti e reso ancor più diffidente dalla coscienza di essere un tiranno, non soleva mai accostare alle labra un bicchiere, in cui altri avesse versato. — Questa volta diè di piglio alla coppa senza esitanza; e, levatala quant'era necessario perchè un raggio attraversasse un nettare trasparente come l'ombra, se l'avvicinò alla bocca, per tracannare in un sorso il contenuto. Ma Canidia ne lo arrestò, dicendo: “Alla vostra mano splende una gemma di rara purezza.„ — Barnabò infatti portava in dito un'amatista, su cui era effigiato in rilievo un serpente contorto: cammeo prezioso, solidamente incastonato in un anello di squisito lavoro. — “Ogni gemma immersa nel vino, proseguì Canidia, apre l'intelletto di chi beve a contemplare cose meravigliose e lontane: l'amatista poi garantisce dall'ubriachezza. Suvvia, riponete quell'anello nel bicchiere, e fate meco un brindisi alla vostra futura sorte. — Non temete: è ottimo zagarello[49] vino di dieci anni, generoso al pari di voi, ardente come una fanciulla di Capri, fido sempre come un amico vecchio„.

A tali parole, la gemma cadde nel fondo della coppa, e le due destre, rialzando ed urtando fra loro gli orli dei vetri in atto di augurio, portarono alle labra la misteriosa bevanda.

“Evviva il signor di Milano!„ — sclamò l'indovina al momento di bevere.

“Evviva„ — ripetè il principe dopo aver vuotato il bicchiere. Quella bevanda, non del tutto sincera, operò ben tosto i suoi effetti. Il principe sentì raddoppiarsi le forze, e il sangue corrergli nelle vene più libero e più ardente di prima. Ciò gli fece coraggio ad una seconda libazione. Riprese il bicchiere, lo porse a Canidia e, appena ricolmo, lo vuotò di bel nuovo. — La fattucchiera, che conosceva quanto era potente quel liquore e come scarsa la virtù dell'antidoto contro l'ebrietà, non gli avrebbe versato una terza volta; paga di rinvigorire e di accendere la sua fantasia quanto bastasse a renderla atta ad arrestare le fuggevoli visioni, che gli si affacciavano alla mente, e a rannodarle in un tutto di lieto auspicio.

Il lettore ci saprà grado se qui omettiamo di riferire gli scongiuri, le evocazioni e quante formole stravaganti accompagnavano la pratica di quelle indegne cerimonie. — Lo scopo di esse erasi già ottenuto mediante quella doppia libazione.

“Tu, — così prese a dire l'indovina, a cui il carattere profetico dava il diritto di trattare in confidenza i suoi adepti, — tu non temi dunque di vederti davanti quel dimani, che è provida cosa, dicono i saggi, celare agli occhi dei mortali?„

“Non vi fu mai cieco, riprese Barnabò, che non gradisse il dono della vista, dovesse pure aprir gli occhi la prima volta per vedere l'inferno.„

“Sia come tu brami. Credi tu che io possa veramente conoscere il futuro?„

“Sì; io lo credo.„

“Piegherai tu la fronte docilmente a quanto sono per dirti?„