Barnabò si scosse a queste parole, che gli rammentavano la morte violenta di Matteo suo fratello.
“Invano tu mi fai viso torvo. — Un fratello fu spento per tua mano; l'altro fuggì, e la morte lo ha colpito da lontano. Ma l'ombra di quest'ultimo siede ancora sul trono di Pavia nelle sembianze di suo figlio. — Fu strappato l'albero, e nella sua fossa germoglia il rampollo. — Eppure le tue speranze non sono morte. La meta è ancora quella stessa. Sbarrata la via dritta, ora ti convien battere le viuzze inosservate.„
“È questo appunto che io ti chiedo... e vo' conoscerle da te queste vie...„, soggiunse il principe con impazienza.
Canidia, invece di rispondere, sorrise maliziosamente. Allora Barnabò battè col piede la terra, e si morse le labra, esclamando con accento furibondo: “Vorreste ricantarmi la vecchia canzone dei vigliacchi o dei bacchettoni che pongono il più nobile dei trionfi nel chinare la testa avviluppata in un cappuccio, mentre un istinto ne chiama a sollevarla cinta di una corona? Guai a te: guai a chi osasse darmi di tali consigli!„
“Potenza degli astri! interruppe Canidia spaventata, tu guasti l'opera tua. Mentre il buon genio ti consiglia di battere i sentieri nascosti, tu segui da forsennato la tua cieca passione. Infelice! qual demone o qual angelo potrà impedire che l'arma ti uccida, se tu stesso la vibri nel tuo cuore?„
Tali parole, dette con accento autorevole, imbonirono il principe, il quale incrociando le braccia sul petto, e con voce più sommessa, pronunciò un “dunque„ lasciando però sottinteso il resto della frase “sbrigatevi che ne è tempo.„
Canidia, pigliando la mano a Barnabò, ed avviandosi con passo risoluto verso una parete entro cui s'aperse un balcone, trasse il suo adepto sulla soglia di un terrazzo, da cui si godeva una magnifica veduta del cielo. Notisi per incidente che era quella notte e quell'ora, in cui il Conte di Virtù traeva dall'eguale spettacolo una sì dolce lezione di saggi proponimenti. — La fattucchiera guardò attentamente da ogni lato; percorse più volte e in tutti i sensi le regioni del cielo, cercando fra una miriade di punti scintillanti di rintracciare un astro: quell'astro che presiedeva ai destini del suo iniziato.
“Ecco, ecco la tua stella, — proruppe ad un tratto, stendendo la mano verso un lato del cielo, ed additandone una di maggiore grandezza, — non la scorgi tu? Te fortunato, essa splende nella casa di Giove, anzi è presso a congiungersi al più potente dominatore dei cieli. Teco è la forza, teco la virtù efficiente e creatrice. Tu nascesti per essere grande e potente; l'augurio è ben lieto.„
Barnabò subiva l'impero di quelle parole; ma ignaro, com'egli era nella scienza degli astrologi, non giungeva a comprenderne l'importanza, e se in quel punto si mostrava riverente, gli è che aveva interesse a prestar fede a chi largheggiava proferte.
“Quella stella riflette i colori dell'iride, continuò Canidia; la tua vita dovrebbe essere del tutto serena. Il fiammeggiare insistente di un rosso, simile a quello di un carbonchio, avviserebbe a qualche traccia di sangue. Ma il verde che annunzia pace, il bianco che addita potenza, il ranciato che emula il brillar dell'oro, il roseo infine che è il color dell'amore, prevalgono al primo. Suvvia dunque:.... nell'ora, in cui tu nascesti, la tua stella regnava nella decima casa del cielo, che è la più potente. Giove splendeva nella regione meridiana, e dominava tutto il firmamento: presagio di impero a chi respira le prime aure della vita sotto le volte di una reggia. — La luna, splendida sebbene falcata, aggiungeva al tuo felice oroscopo il suo raggio vigile e mite: annunzio di una vita infaticabile e nemica del sonno, cui l'operare è riposo. Marte sanguigno ti occhieggiò da ponente un sol tratto, poi tramontò: non sei nato alla guerra. Venere brillò sul mattino; ma la sua luce vivace fu tosto vinta dal surgere del sole: i tuoi piaceri dovranno essere subitanei e soavi ma passaggieri, poichè l'amore della gloria li signoreggia. Il pallido Saturno, l'esoso pianeta nuncio di malanni e di inferma vecchiezza, non fu visibile. — T'allieta dunque o mortale, — non vi è uomo che raccolga in sè tanti felici pronostici.„