Fu ella ancora che ruppe il silenzio. Dopo aver messo alcuni profondi sospiri, che davano alle sue arcane invocazioni un non so che di faticoso e di solenne, prese a dire:

“Tutta la scienza dei futuro sta nei numeri. Essi costituiscono l'alfabeto di un linguaggio, ignoto ai molti, e di divina origine. I più trovano in essi null'altro che la progressione delle quantità, e non vanno più oltre. Costoro maneggiano gli utensili di una arte sovrumana, e non giungono a scoprire la cagione formale delle cose e degli eventi, insite in quelle cifre. — Consultai i cieli e le traccie della tua mano, non per averne una pronta rivelazione, ma per riconoscere quel numeri, che hanno la virtù meravigliosa ed efficace d'additarmi la pagina del gran libro, e di tradurne i segni mistici. Ed ecco ciò, che mi viene rivelato. — Di trentadue armi, che intorno ti fanno corona, una tu volgerai al tuo rivale, porgendogliela, come fa un amico, per l'elsa. — Ti parrà forse d'aver perduto cedendo ad altri ciò che è tuo. Il seme germoglia e cresce a beneficio di colui che lo nascose nella terra. Diverrà tuo quel suolo, in cui avrai sparso la semente de' tuoi beneficii. — Così con più chiare parole è spiegato l'arcano. — Cresce nella tua reggia un'avventurosa famiglia composta di trentatre figli. Uno tra quelli sia l'arma nascosta, che spegne la già inferma potenza di un nipote ribelle. A lui, che trema di te, presenta la mano di una fanciulla; egli stenderà la sua e la stringerà, come il naufrago stringe lo sterpo. Abbilo teco allora quell'infingardo, e lo signoreggia coll'imperio della tua volontà. — Ma bada che il giorno del patto non senta governo di Marte o di Saturno: torci l'occhio a questi forieri di sinistri avvenimenti. Guardati dal Cancro e dallo Scorpione, sopratutto se ascendenti. Ti saranno favorevoli invece gli altri segni, e più ancora Vergine e Libra. — E se hai a far scelta fra le ore del giorno, scegli le maschie, le dispari, cioè, del dì o della notte, contando dall'alba o dal tramonto del sole...„

Il campo, cui ci siamo avvicinati, si estende all'infinito, e per poco che uno vi metta il piede, non troverà nè via ad uscirne, nè modo d'arrestarsi. — Lasci ognuno svagar sbrigliata la fantasia, e non creda d'aver foga che basti a toccare i confini di questa anarchia d'assurdi. Il delirio ivi è vasto e profondo come l'oceano; nelle viscere de' suoi abissi ci è lecito sognare foreste di coralli, alluvioni di perle, e mostri portentosi, che non sursero mai a fior d'acqua. — Chi si compiace di questi sogni, consulti la famosa libreria di Don Ferrante; noi tronchiamo senz'altro le stolide digressioni dell'indovina per affrettarci a dirne le conseguenze.

CVI.

Se un personaggio rivestito di grande autorità, o mosso da amicizia o da devozione, avesse osato proporre a Barnabò la più semplice, la più sicura intrapresa, egli sarebbe caduto in sospetto; poichè nulla era più ingrato a quel principe che lo zelo de' suoi cortigiani. Fosse pure la proposta saggia e certa di un buon successo, pel solo fatto d'essere escita dal cervello di un altro, sarebbe stata accolta come un'impertinenza, e fors'anche punita come un oltraggio. Ma Medicina che sapeva ciò per pratica, non rinunciava alla speranza di accomunare il proprio col volere di Barnabò. Aveva appreso dalle dottrine empiriche che un rimedio è bene o mal tolerato dal paziente secondo la formola con cui viene amministrato; e perciò ricorreva allo spediente di mettere nel suo filtro un po' di magia per raddolcire la mistione, facendo scendere dalle stelle ciò che si era maturato nelle cellule del suo cerebro. — Vi riescì: e il merito del successo fu in parte suo, in parte di Canidia, che seppe maneggiare con sapiente parsimonia la meravigliosità dell'iniziato.

Barnabò uscì da quel paretajo senza aver fiutata l'insidia. Non ancora convinto della saggezza ed opportunità di quanto aveva ascoltato, s'avviava, mercè le arti di Canidia, a convincersene da per sè. Il responso ravvolto in mistiche parole, serviva, in modo indiretto ma efficace, al trionfo della bugiarda scienza; svegliando nell'adepto l'imperiosa necessità di tradurre il falso oracolo in una più falsa sentenza. Sciolto il convegno, egli corse difilato a rinchiudersi nelle sue stanze. — Non ebbe bisogno di raccogliere la mente, e di chiamarla a dare un giudizio; le parole udite gli brulicavano nel cervello come le note confuse di una gradevole armonia. — Tornò su di esse coll'animo commosso. Surgevano difficoltà; ei si gloriava d'abbatterle: ripullavano i dubj, ed egli pretendeva rischiararli colla face sinistra della sua mezza ebrietà. — Tardo ed irrequieto scese finalmente il sonno a ristorare le sue forze ornai esauste; ma, fosse puro accidente od effetto della misteriosa bevanda, sognò le parole di Canidia e le chiose, ch'egli vi aveva apposte. — Per tal modo, all'indimani il progetto altrui era divenuto cosa sua; ed egli deliberava di metterlo ad esecuzione con animo risoluto, come soleva fare in ogni cosa che nascesse di primo getto dalla sua indomabile volontà.

Quanto al modo di effettuarlo, avrebbe dovuto anzitutto consultare interessi ed affezioni. — Barnabò ebbe trentatrè figli, alcuni nati dalle due mogli, Regina della Scala, e Donnina de' Porri; altri da concubine[50]. Amava singolarmente Rodolfo non perchè figlio della potente Scaligera, o ricco di belle doti, ma perchè, qual primogenito, avendo il privilegio dei favori paterni, doveva raccogliere in sè le speranze della futura grandezza dei Visconti. Perciò giovinetto lo investì dei feudi di Parma e di Bergamo, lasciandolo padrone di reggerli a suo capriccio, come già ne fosse assoluto signore; e per tal modo ebbe presto la trista consolazione di vedere un degno emulo della sua tirannide, e di saperlo sì esoso e malvoluto quanto suo padre. — Amava Carlo perchè strenuo soldato e potente per la parentela cogli Angioini, da lui stretta sposando Beatrice d'Armagnac. Per la stessa ragione predilegeva Verde maritata ad un principe degli Absborgo. — Ma fra la turba dei rimanenti non faceva distinzione; o se ve n'era alcuna, consisteva essa in un men rigido governo a favore dei bastardi, perchè gli ricordavano le illecebre di Beltramola de' Grassi, di Montanina de' Lazzari o di Muzia Figina, o più probabilmente perchè privi d'ogni diritto di successione, tenevano l'occhio basso dinanzi al padre, come chi sconta una pena; accettando per carità un modesto appannaggio, che non intaccava la pingue successione del primogenito.

Non deve far meraviglia se ad un'epoca come questa, in cui i genitori padroneggiavano i destini della prole non ancor nata, un uomo come il Visconti facesse assegnamento sul docile sacrificio di una delle sue figlie, senza nemmanco mettere in questione l'opportunità d'interrogarla. La scelta fu fatta prima che egli vedesse ad una ad una le povere sue vittime, di cui per anco non conosceva bene il nome, e meno le inclinazioni. Ma così aveva egli proveduto altra volta, decretando le nozze di Donnina coll'avventuriero Hawkwood, e di Angleria col Burgravio di Norimberga. Non dissimilmente aveva riempito il seggio vacante della badessa di S. Margherita, ponendovi Margherita sua figliuola, e si sbarazzò di Visina e di Soprana, altre delle sue figlie naturali, costringendole a pigliare il velo. — In quella notte adunque, durante la lunga insonnia, penetrò colla fantasia nel gineceo, dov'era raccolta una plejade di beltà più o meno attraenti, ma tutte infelici, per cercarvi chi fosse più degna della sua scelta.

In un appartato quartiere del castello vivevano, come in un chiostro, le figliuole di Barnabò, circondate da una regale superfluità di vesti, d'ornamenti e di servi, ma prive di ciò che è il primo e più caro alimento della vita, l'aria libera ed il libero pensiero. Crescevano le poverette come fiori trapiantati in un tepidario: belle, precoci, convenientemente istrutte nell'ago, e sui libri; ma pallide, delicate e straniere alle vivaci mariuolerie della fanciullezza. — Sorvegliate da vecchie governanti, che avevano in sospetto la gioventù, perchè perduta da un pezzo, le infelici riscuotevano un vano tributo di frasi e di ossequj, senza giunger mai a deviare i guardi severi, che agghiacciavano ogni moto inconsueto di ilarità; senza mai poter rompere i fili dello spionaggio, che mettevano capo all'inesorabile genitore, e traducevano dinanzi a lui ogni meno calma parola, ogni sospiro mal represso.

Il Visconti, nel prendere una deliberazione e far scelta, avrebbe dunque consultato inutilmente le sue viscere paterne. Fra Damigella o Ginevra, fra Taddea o Beroarda, ancora donzelle, non era vi predilezione: lo snaturato padre avrebbe steso la destra a designare fra esse la vittima, colla indifferenza del pollajuolo (ci si perdoni il confronto) che mette mano alla stía, e ghermisce il pulcino, che più si dibatte. In tanta incertezza, egli pervenne allo scopo per mezzo delle esclusioni. L'una trovò troppo mansueta, l'altra poco avveduta, questa immatura, quella trasandata; infine eccettuò tutte le nate da illegittimo amore, che portavano per toleranza il nome del padre.