“Sia poi come volete, fosse anche un santo disceso dal paradiso, — ripigliava il vecchio tornando al suo tema, — ciò sarà pel minor male di voi altri pavesi, e noi ce ne rallegreremo come è dovere d'ogni buon cristiano. Ma che c'entra Pavia, e il suo principe, con Milano e il suo signore? E poi, fosse anche una cosa sola, perchè mai nel lodarci del minor male non potremo pensare ed aspirare a un maggior bene? Fa peccato colui che, avendo in tasca uno spicciolo d'ambrogino per torsi un pane, desidera d'averne due per comprarsi una fetta di lardo? Per me, queste mezze consolazioni mi pajono il cordiale amministrato al moribondo per rallentargli l'agonia.... bella carità del prossimo!„

“Il carroccio dunque è il vostro paradiso terrestre?„ soggiungeva l'incredulo, con tuono beffardo.

Il vecchio ammiccò biecamente colui che aveva pronunciate queste parole, ma non aggiunse altro; anzi, escendo dalla folla, e gettandosi nella prima viuzza di traverso, pose mente a che nessuno lo seguitasse. Nel resto della giornata tornò più volte a rivangare le sue parole, e non ci volle meno di una settimana per convincersi, che i pericoli della sua imprudenza s'erano dileguati.

Gli altri continuarono sullo stesso stile; finchè, giunti sulla piazza dell'Arengo e trascinati in mezzo ad una folla più stipata, furono costretti a disperdersi. Ma quale era il sugo di quelle parole dette con tanto riserbo, ed accolte con altretanta diffidenza? Era lo scattare inavvertito di una molla troppo compressa; era l'espressione di un malcontento, che non si traduce in un grido di disperazione solo perchè attende, e confida.

Noi possiamo a stento indovinarlo da queste poche parole: ma il conte l'aveva letto sul viso di tutti.

CXIX.

La corte dell'Arengo che, nella divisione della città di Milano toccò a Galeazzo II, padre del Conte di Virtù, era il luogo fissato pel convegno degli sposi. La cerimonia nuziale doveva essere celebrata nella capella d'Azzone, dall'arcivescovo di Milano, assistito da quello della chiesa pavese.

Il vastissimo palazzo era stato splendidamente abbellito ai tempi della signoría di Azzone. Da ogni città d'Italia aveva quel principe invitato i più cospicui maestri dell'arte, perchè raccogliessero nella sua reggia quanto di più splendido sapevasi fare in quel secolo. Giotto ed Andreino da Edesia pavese, con una numerosa schiera di discepoli, l'avevano ornato di pitture allora stupende, oggi ancora, se esistessero, preziosissime per una semplicità di stile, ed una castigatezza più unica che rara. A decoro delle pareti, degli atrii e delle volte, il pisano Balducci aveva apprestato ricchi rilievi in marmo. — Ma ciò che la rendeva più splendida e meravigliosa erano le peschiere e le fontane; chè l'abbondante deflusso d'acqua limpida e saliente, pel minimo pendio e per le condizioni del suolo, doveva essere un miracolo dell'arte. A ciò aveva proveduto lo stesso Azzone, quando, nel raccogliere e guidare gli scoli sotterranei della città, trasse dal suburbio settentrionale una copiosa vena d'acqua potabile, e la fece scorrere sotto le fondamenta del suo palazzo. — Celebre fra le altre era quella vasca, in cui l'acqua, versata dalla bocca di quattro leoni accosciati, raffigurava il porto di Cartagine col corredo necessario a rappresentare in piccolo una scena della guerra punica. È questa una singolarità attestata da tutti i cronisti; della quale, a dir vero, duriam fatica a farci un'idea.

Luchino aveva rispettato le opere del nipote, suo antecessore nel principato. Non così Galeazzo; che nojato da quel lusso, o invidioso di un nome, che si raccomandava alla sontuosità di molte opere, vantaggiose o magnifiche, le distrusse. Profuse invece immensi tesori per costrurre un castello in Milano, e un altro in Pavia; e li corredò di quanto era necessario per far sbollire ogni furiata di plebe.

La corte dell'Arengo era però sempre il più splendido e decoroso palazzo di Milano. — Ivi, come in suolo neutrale, nel giorno stabilito, convennero Barnabò, e Giangaleazzo, col rispettivo seguito di prìncipi, di magistrati, di cortigiani, di militi. — Nella chiesa di s. Giovanni in Conca fu poi celebrato il rito nuziale; e l'arcivescovo, dopo aver benedetto gli sposi, recitò loro un sermone, nel quale affastellò, colla solita licenza dei tempi, verità evangeliche ed iperboli pagane, onde provare che la Providenza offriva in quel dì la più luminosa prova della sua dilezione al popolo milanese. — Poscia la coppia nuziale tornò alla corte; e, attraversati gli appartamenti guerniti a festa e stipati da gente curiosa, entrò nel gran salone, ancora nominato il tempio della gloria, benchè gli eroi di ogni epoca e d'ogni storia, ivi capricciosamente congregati dal pennello di Giotto, fossero già da più anni scomparsi.