Nel tempio della gloria erano apparecchiate le mense. Inutile il dire ch'elleno furono, per l'apparato e per le imbandigioni, sontuosissime.

Un secolo prima, Guglielmo Ventura, cronista astigiano, faceva le alte meraviglie, perchè il re Roberto in un banchetto dato ai cittadini d'Asti usasse piatti e vasi d'argento. In questo, poteva dirsi che tale lusso era divenuto una necessità per le mense dei ricchi. Quella, alla quale noi ora assistiamo, era il più magnifico esemplare di regale splendidezza. — In mezzo alla mensa erano disposti con istudiata simmetria, fino a recarvi ingombro, vassoi, conche, piattelli d'argento e d'oro, lisci, cesellati o lavorati a niello; fiaschi e coppe di terso vetro; canestri, statuine e piramidi a portar fiori o frutta. E intorno a questa splendida mostra erano schierati gli scranni di velluto e d'oro pei commensali, fra cui emergevano più ricchi i seggioloni destinati ai prìncipi. — Quando un maestro della casa ebbe assegnato i posti ai convitati, i prìncipi pigliarono il proprio, ed ognuno s'assise. Subito dopo, entrarono parecchie coppie di paggi, portanti brocche d'argento, da cui si versò uno stillato d'ambra sulle mani dei commensali.

Fin qui il solenne silenzio non era interrotto che dall'urto argentino degli arredi, e dal fruscío delle vesti dei valletti e dei cerimonieri. E intanto coll'ordine prestabilito venivano recate sulla mensa le più squisite vivande, le quali seguivano nel loro passaggio un corso sì rapido, che talvolta giungevano appena a farsi ammirare dall'occhio degli epuloni, lasciando alle ghiotte fantasie molti desiderii insodisfatti.

Da prima si cominciò con una portata di spicchi d'ogni maniera; poi apparvero caprioli, porchetti, cervi e cinghiali serviti in un pezzo; i polli e la selvaggina in parte erano vestiti delle loro penne quasi a parer vivi, altri guazzavano nei sapori (salse) paonazzo, verde o citrino. Seguiva una messa di altre delicature, come fagiani, pernici e starne; i pesci erano coperti di foglie d'argento che imitavano le squame. Infine i dolci, le torte, i marzapani, le pignoccate brillavano agli occhi dei commensali per la stravaganza delle rappresentazioni, meglio che non promettessero al palato; giacchè v'erano figurate castella, torri, armi da guerra e blasoni; ed era lecito ai commensali il pigliarli d'assalto e l'abbatterli, per far onore all'anfitrione, e per affrettare le più ridicole sorprese. Quella di vedere svolazzare degli uccelletti fuori da una crostata era, in mancanza d'altro, il solito colpo di scena d'ogni pasto. — Il pane era dorato; i vini copiosi e scelti non venivano posti sul desco, ma ad ogni messa si versavano dai fiaschi nei calici di cristallo, a ciascuno dei quali s'accostavano le labra di parecchi commensali.

La moda d'allora imponeva ai grandi di sciupare in un banchetto il centuplo di quanto avrebbe servito a nutrire splendidamente gli invitati; ciò che ai dì nostri con più ragione farebbe nausea. I rilievi della mensa, dopo aver satollato l'innumerevole servidorame, bastavano alla baldoria di una bella parte di popolo. Le reliquie e l'untume, come avanzaticcio di niun conto, colavano per l'acquajo nella scodella del pitocco. In mezzo a tanta profusione però, i nostri maggiori, che volevano essere maestri nell'arte del vivere, mancavano di quei rispetti che ai dì nostri sono il primo requisito d'ogni convegno sociale. — Un solo piatto bastava a due persone; nella stessa coppa bevevano forse dieci invitati. Non conoscendosi l'uso delle posate, quell'acqua d'ambra che si dispensava ad ogni messa non era, come ognun vede, un uso gentile, ma un miserabile ripiego.

L'apparire d'ogni imbandigione era salutato dal suono delle trombe; e i paggi, facendo l'officio d'araldi, li annunciavano alla mensa. Deliziose armonie, tra l'uno e l'altro servizio, riempivano le lacune lasciate dal riserbo dei convitati. — Tacque la musica, quando un trovatore salito sulla bigoncia declamò un canto epitalamico in onore degli sposi, dei prìncipi e dei nobili cavalieri che loro facevano corona. Peccato che la cronaca non ci abbia trasmesso i voli pindarici, i leziosi concettini e nemmanco il nome del poeta; essa si limita a magnificarlo altamente. — Doveva essere uno dei tanti cantori d'amore, reduci da Provenza, che facevano traffico di versi “scritti, come dice Giusti, sulla falsa riga di ser Francesco Petrarca.„[70]

CXX.

Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui inanzi, pel merito dei vini, si sollevò in mezzo ad essi una anarchia di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso era da principio un affare difficile; perchè le parole, i motti, le arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona del campo. — Però quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale splendidezza de' suoi conviti.

I più caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del sesso, dell'età, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono per la gioventù guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio succinto, o palandrani e tabardi, che in allora erano d'ultima moda, o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria, destata da tanta prodigalità, non era difficile lo scoprire le piccole invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora più bello era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca, cui erano toccati oggetti sì improprii e fuor d'uso, da destare il riso dei compagni.

Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente illetterato, ebbe in dono i tre libri dei Commentarj scettici di Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo: tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto, per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigliò a rovescio. — A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava l'animale con famigliarità: ma tutti giravano largo. Se non che il leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non senza stizza, sprigionò dalla criniera posticcia due enormi orecchie di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere l'ilarità degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore; il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per tenere in credito il mestiere, potrà argomentare fin dove giungesse la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani, teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che li rendeva tanto più graditi ai loro padroni.