Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la città, si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava là dentro. Anzi, scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior vita; perchè, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnabò non fosse di quei tiranni, che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosità, nondimeno in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di corte bandita, ed ordinò che si bagordasse e s'armeggiasse con tutta la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.

Le piazze e le vie principali erano perciò addobbate a festa. Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure, toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'più bei colori. Gli angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate, come fosse vino. — Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi, si svolgeva un fremito, che a molti potè sembrare sinonimo di gioja publica. Gli adulatori si spinsero più oltre; asserirono che quella baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede incorrotta dei milanesi.

Una folla, egualmente avida ma più tranquilla, si andava pure stipando intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni dalla comunità per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle più licenziose novelle. — Molti di essi traducevano in lingua vulgare i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della rima. — Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche declamazioni degli espositori. — Qua ballava l'orso; là il babbuino faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.

La nostra cronaca ne assicura però che qualcuno dentro di sè arrovellava al vedere tanta cieca servitù, che altri rimpiangevano le forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni, sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ciò non è inverosimile; abbiamo veduto noi stessi più feste e abbiamo udito parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver messo in evidenza il contegno dei più che non vi presero parte.

Con miglior proposito la gioventù aveva accettato l'invito di dar prove di sè nelle tre battagliole, che dovevano aver luogo nei giorni della corte bandita. — Barnabò, per far onore al nipote, permise che seguissero tre sfide tra la gioventù milanese; ed assegnò ai vincitori generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. — Le battagliole ebbero luogo al Broglio fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti convennero nella parte opposta della città, a s. Maria al Cerchio, dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (hastiludia) nella quale si distinse la gioventù patrizia.[71]

CAPITOLO DECIMOSESTO

CXXI.

Il Conte di Virtù aveva assistito a tutte queste solennità senza pigliarvi alcuna parte direttamente. — Ma il popolo lo teneva d'occhio, ammirava il suo aspetto prestante, e preferiva la sua aria severa alla beffarda ilarità di Barnabò. — Forse la coscienza publica credette giustificare l'inopportuna esultanza, facendone mezzo ad attestare la sua simpatia verso un principe, il quale, checchè fosse, non poteva riputarsi peggiore e nemmanco eguale al proprio tiranno. Ma i sentimenti, quando trovano libero sfogo alle manifestazioni, di rado si arrestano entro il giusto confine. La folla vuole amare od odiare; spesso prodiga inconsideratamente i suoi affetti all'uno, solo perchè non può manifestare liberamente all'altro i suoi odii. Così avvenne questa volta. — Non si lasciò passare alcuna occasione d'applaudire il Conte di Virtù, onde apparisse più grave ed eloquente il silenzio, che tutti serbavano in faccia a Barnabò. — Costui o non s'avvide, o finse di non avvedersi, della preferenza accordata a suo nipote; pensando forse di fargliela pagar cara tra poco.

Ma Giangaleazzo dentro sè stesso se ne rallegrava come di una luminosa vittoria. Non era uomo d'insuperbirsi alla troppo facile conquista del favor popolare. — “Ma in qual altro modo, diceva egli tra sè, può un popolo schiavo levare la sua voce contro chi l'opprime? Non aspetto da esso un mansueto omaggio verso di me; mi basta un fremito d'ira contro il comune nemico. L'odio è efficace quanto l'amore...„

A rassodare tali disposizioni, il Conte di Virtù valendosi di un'antica consuetudine, si volse allo suocero per dimandargli una grazia. Era uso che l'uno dovesse chiederla, l'altro prontamente accordarla. Barnabò, infatti, persuaso che il timido nipote non avrebbe osato voler cosa che egli non potesse concedere, l'accolse senza restrizione.