Il conte sapeva che nelle carceri della Rocchetta languiva un gran numero di prigionieri, condannati a lunghe pene, o dimenticati dai giudici. — Era fra questi quell'Ognibene Manfredi, che egli reputava la causa dell'abbandono d'Agnese. — Quanta parte avesse il sentimento d'umanità nello spingerlo a chiedere mercè per tutti quegli infelici, non ci è lecito il determinarlo precisamente. Una nobile pietà ed una ambizione guardinga possono talvolta mirare allo stesso scopo. Ma non devesi porre in dubio, che nella liberazione del Manfredi egli coltivasse un men che generoso intendimento.
L'affetto che il conte nutriva per Agnese non si era spento nè affievolito in mezzo alle avversità. Era uno di quei sentimenti, che colpiti dalla sventura maledicono al destino, ma rispettano la memoria dell'idolo poco prima adorato. L'abbandono d'Agnese era ormai una necessità; ma la mente ed il cuore di chi rompeva quel nodo miravano con perfetto accordo a rimovere da questo fatto ogni senso di livore, ogni pensiero di vendetta. Anzi, per quella stessa gelosa tutela che ogni uomo deve avere di se stesso, studiavasi il conte di far salvo l'onore d'Agnese, onde per esso fosse salva la dignità di chi l'aveva tanto amata. A questo modo, rimanevagli almanco l'illusione che Agnese era vittima con lui, se non al par di lui, d'un medesimo destino.
“Poichè l'abbandono deve essere eterno, diceva egli, l'ultimo nostro addio sarà una parola di pace! — L'ira e la vendetta procurano rade volte un istante di gioja; ma l'ira è un ebrezza passaggera, da cui l'anima si rileva più debole e più abbattuta; la vendetta è lo sprecamento inconsiderato d'ogni forza del cuore. L'indimani dell'uomo, che si è vendicato, rassomiglia a quello del prodigo che ha consunta l'ultima sua moneta. — Ah perchè non saprò io dimenticare il passato? Perchè, in mezzo alle memorie di tante dolcezze, dovrà sempre rivivere quella di un oltraggio, ahi troppo grave? L'oblío non è dunque in potere dell'uomo? L'occhio può chiudersi davanti a ciò che lo atterrisce; ma il cuore non è árbitro di sè; non può sospendere i suoi battiti, non sa rendersi immemore od insensibile!... Meglio è perdonare: cosa ardua, ma non impossibile. — Quanto grave è stato l'oltraggio, altretanto sarà sublime la compiacenza d'averlo perdonato. — Nessuno si è mai pentito d'aver risparmiato una vendetta. Nessuno si vergognerà mai d'essere stato generoso!„
Tali erano i pensieri di colui, che ora a buon diritto chiameremo il nostro eroe. Con sì benevole disposizioni egli si apparecchiava a far paghi i supposti voti di Agnese, ridonandole l'amante. Proponevasi di ricorrere alla preghiera, se Barnabò non si fosse ricordato della fatta promessa. E il premio di tutto ciò era il pensiero, che un giorno Agnese riconoscerebbe chi era l'uomo, che ella aveva sì leggermente dimenticato. — “Allora (fin qui arrivava la sua vendetta) ella confesserà i suoi torti; ella si pentirà di non essere stata sincera.„
Questo stesso dì, in uno dei pochi momenti rubati alle continue feste, dopo di avere trascorsa la nota degli individui che aspettavano la grazia del principe, il conte vi soscriveva di sua mano il nome di Manfredi. In questo mentre, entrò un valletto, e gli annunciò che una donna giovine e bella implorava la grazia d'essere ascoltata. Il conte, dopo di avere esitato un momento, fe' cenno, che venisse introdutta.
L'esperto servitore aveva detto il vero. Appena la supplicante fu al cospetto del principe, rialzò il velo, e mise allo scoperto un volto di squisita perfezione. Le gote erano pallide, la fronte solcata da una ruga che, raggrinzando lievemente le curve sopraciglia, imprimeva fra di esse un marchio di dolore: la prima e la più seducente attrattiva d'ogni bellezza.
Quando il conte levò lo sguardo su lei, fece un atto involontario di ammirazione. Fu un segno di riverenza prestato al nobile aspetto della sventura.
“Accostatevi„ — diss'egli con voce mite, accompagnando la parola con un cenno cortese della mano.
La donna fece alquanti passi senza levare la testa e proferire parola.
“Che volete da me? proseguì il conte; narratemi la cagione dei vostri dolori, se pure credete che io valga a trovarvi un rimedio.„