Quanto l'indole della guerra d'insurrezione, differente sia da quella regolare fra tiranno, e tiranno, fra re, e re, e fra republiche di lunga mano esistenti, non v'ha, chi le cose ponderando, non sia per, manifestamente in breve tempo, iscorgere, ed avendo già noi nel capitolo sesto, di ciò lungamente argomentato, d'internarci in più sottili disquisizioni sul particolare non ci occorre. Per altro, quella parte ai prigioni correlativa, brevemente accennare, fà d'uopo. I soldati che nelle attuali guerre regolari, e per altrui utilità impugnano le armi, al campo, uno spirito di particolare vendetta, seco loro non portano, ed i loro animi alla vista del nemico, della violenta passione propria di chi pe' suoi lari combatte, non s'inacerbiscono. Epperciò quella tanta umanità dopo la vittoria, quel buon trattamento de' prigioni al giorno d'oggi in quasi tutta Europa messo in pratica, dev'esserne l'immancabile conseguenza. Ma in una guerra d'insurrezione in che ogni cittadino è tenuto di prendere una parte viva, e personale, sarà tutt'il contrario certamente per avvenire. Niuna passione ha in noi tanta forza, nè con sì possente impeto all'oggetto propostole ci trasporta, quanto quella dall'amor patrio generata, e sollecitata. Epperciò seco portando, il volontario armato una particolare animosità, ed ogni giorno nel suo cuore, capitale odio contro i nemici della patria maggiormente avvampando, darà con ragione in rabbiosi trasporti, ed allo sfogo di una precipitosa, crudele, barbara vendetta, del tutto abbandonerassi; la quale quanto sconcia cosa, e di riprension degna in un esercito regolare sarebbe, altrettanto acconcia e di laude meritevole, (poichè da purissimo, e ferocissimo amor di patria prodotta) deve all'occhio dell'uomo dabbene apparire; per la qual cosa, effetti nelle guerre regolari del tutto sconosciuti, ed inattesi, dovranno dalle conseguenze della vittoria, senza dubbio emergere. Vago, ed incerto essendo il metodo d'operare delle bande, perchè debbono in continuo movimento mantenersi, sarà per loro indispensabil cosa, quella d'essere da tutti gl'impedimenti, da tutt'i pesi, alleggerite e per tal cagione non potranno, i prigionieri presi nella pugna, seco loro tradurre, essendo chiaro che quelli recando gravissimo imbarazzo, potrebbero la velocità dei movimenti ritardare, essere alle operazioni d'incaglio, se sono molti, ribellarsi, o della facilità, nella guerra leggiera, sempre esistente, per fuggire; (onde poi con maggiore accanimento la guerra contro di loro seguitare) in destro modo prevalersi. Come dovrà dunque un condottiero, quando gli avvenga far prigionieri regolarsi? Dovrà egli per avventura, fatto loro un solenne giuramento di non più servire contro l'Italia, prestare, metterli generosamente in libertà? No certamente; perchè non essendogli possibile nel gran numero di quelli, il nome, e figura dell'uom liberato, sempre risovvenirsi, non potrà dargli il meritato gastigo, se a quello, di spergiurare avverrà. Ed utile ammaestramento puossi dalla storia ricavare, essere quei giuramenti tenuti a vile dai soldati, quando vengono da forza superiore, soprattutto di popoli insorti, a prestarli costretti. Costoro li prendono a ciancia, e quelle armi, in loro mano liberamente rimesse, per castigare quella inconveniente generosità, in nuovo, e maggior danno della patria, e di quello stesso condottiero adoperano, e così deluso, rimansi il generoso, col male, e colle beffe. Non è di poca pena al cuore, e porta all'animo dell'uomo sensibile acerbissime trafitture, il dovere a chi in questa guerra si mette, necessariamente palesare, che una insurrezione ne' suoi principj, cattività non comporta, finattantocchè piazze, castelli, e provincie, sieno, di chi per la liberazione della patria è insorto, in sicuro, e quieto possesso.
Nella guerra d'insurrezione per bande, soprattutto nei primi anni e finattantocchè non sia una forma stabile di governo consolidata, sarà a chicchessia negato quartiere, e tosto che cadrà un nemico fra le mani delle bande, verrà senza indugio alcuno trucidato. Dovrà esser questa, una guerra di distruzione, e ne avverrà che non dando quartiere sarà pure quello ai volontarj negato, e metterà in tal modo nella necessità di combattere furiosamente fino alla morte, ed in loro quell'eroico vigore manterrà, che ben sovente alla considerazione di potersi arrendere, ed essere dal nemico ben trattati, vacilla o s'intiepidisce. Certamente il quartiere alle guerre d'insurrezione mal conviene, soprattutto nel primo anno, è un delitto il darlo, una infamia il riceverlo. Quando i Tebani decisi e soli, pella libertà della patria generosamente combattevano, il quartiere dal nemico loro pietosamente offerto, con dispetto ricusavano, ed anzi durante il saccheggio della loro città, i Macedoni, a levar loro la vita con pungenti sarcasmi, provocavano! Imperciocchè que' grandi animi, la dominazione straniera assai più crudele stimavano della morte stessa! Converrà nondimeno, secondo la perspicacia, e saviezza del condottiero, per le nozioni, e vantaggi che dalla conservazione di alcuni prigionieri in vita potrebbe a lui ridondare, trarre di quelli un conveniente partito; e quando una cagione, per lo migliore della guerra, militerà, dipenderà sempre dal suo arbitrio, di salvarli o distruggerli. Un riscatto forte, uno svelamento di progetti, e macchinazioni del nemico, appoggiato a prove, e colla cooperazione personale del prigione, onde a tempo, la verità, con vantaggio rinvenire; nozioni, trattative per l'occupazione immediata d'un qualche speziale conveniente punto; e mille altre simili circostanze utili al buon risultamento della causa, possono a ridimandare, cambiare, ed anche ad esentare un prigioniero dalla ben meritata morte, il condottiero, legittimamente indurre. Egli non dovrà mai però in qualsivoglia caso trovar si possa, da un sentimento di pietà, che in menoma parte, sia per essere alla patria, pregiudizievole, lasciarsi commovere; nè alla balìa d'un vano sentimento di generosità, che la sua ambizione gonfiando, esser possa alla vera convenienza del paese, contrario, sottomettersi, ma deve in ogni caso, dalla sola idea dell'utilità d'Italia esser sospinto; ed a quel fine soltanto dirizzar le sue opere, ed in ben dovuta oblazione, le sue sostanze, orgoglio, onore, ed esistenza, alla Patria, con giubilo consacrare.
CAPITOLO XIV. DELLA FORMAZIONE ED ORDINAMENTO DELLE BANDE.
Dopo del già detto nel capitolo 5º, dove della tattica trattammo; dopo di una ripetuta e funesta esperienza, acquistata tanto in Ispagna quanto in molte altre parti, deve l'osservatore militare e politico, essere rimasto convinto, che le grandi masse di truppe in tutta fretta riunite (affoltamento ad una insurrezione nazionale, inerente) atte non sono a contendere, senza rovina, con nemici da lunga pezza ordinati in battaglioni, squadroni, e reggimenti; stretti da una severa disciplina da ognun di loro temuta, e rispettata, per la lunghezza del tempo, divenuta, come altra natura; epperciò tenuti dall'abito, e dal timore, in freno. Massima follìa sarebbe lo sperare di poter contro questi, in battaglie campali, resistere. Fà dunque di mestieri, se gl'Italiani vogliono fermamente rendersi uniti, indipendenti e liberi, che, come gli Spagnuoli, ed altre nazioni, che pure in tal modo si liberarono, a quella guerra leggiera per bande, abbiano ricorso. E se non potrà, in siffatta guisa, impedirsi al nemico di occupare con un esercito, il paese, si terrà però il potere, di quello nei limiti de' suoi posti militari, tener serrato, ed un esercito tanto grande per contenerlo, quanto per conquistarlo, sarà di mantenere forzato, locchè alla fine dovrà senza dubbio farlo interamente rovinare. Poichè dunque in una insurrezione, nulla sopra eserciti mercenarj puossi con giudizio calcolare, i caldi amatori della patria, cui l'animo più non regge di sofferire con pazienza le tanto lacrimevoli disavventure, cui trovasi oggidì la povera Italia, soggetta, da per sè stessi, quei mezzi giudicati necessarj a scuotere il giogo, che gli opprime, individualmente cercheranno; ed una volta che diverrà quest'idea, generale, e che sia la maggior parte degl'Italiani, di ciò persuaso, ne avverrà che ogni provincia, ogni città, ogni uomo, sentirà fortemente, quanto sia necessario di resistere all'avversario, e riboccante di santissimo ardore, si affretterà, senza previo accordo o estraneo impulso, a brandire le armi, e mettersi arditamente in campo. Un numero di decisi Italiani riuniti, armati, e ben determinati a far la guerra, quello, frà di loro, nel quale riconoscano maggiore capacità, condottiero costituiscano! Quest'è la prima formazione delle bande.
Palarca, medico di Villaluenza, raduna in una cantina, trenta de' suoi amici, si mette alla loro testa, portasi a sorprendere un distaccamento di dragoni francesi, ne spoglia i soldati, e prende le loro armi, e cavalli. Ecco la formazione della prima banda spagnuola. La lega degli amici della patria, e le congreghe segrete, di che a lungo abbiam già ragionato, gl'Italiani, a prendere le armi, e mettersi al tempo calcolato più favorevole, in campo, celatamente, stimoleranno; l'aumento delle bande promoveranno, e d'agire con buone informazioni, per mantenersi in vigore, onde conseguasi il buon successo, continuamente non mancheranno. Le bande collettivamente, ed ogni volontario, al suo arrolamento in quella, da per sè, dovranno con giuramento solenne, di continuare il servizio fino alla fine della contesa, obbligarsi, come pure di non mai un soldo regolare pretendere, ma di guerreggiare, sin tanto, che le loro facoltà glielo permettano, a proprie spese ed in qualunque punto della penisola italiana, dove, la loro presenza possa essere giudicata necessaria, e di maggior danno al nemico, promettere di volonterosamente trasportarsi; di voler fermamente la liberazione d'Italia; la sua unione in un corpo solo di nazione; la sua perfetta independenza: ed obbligar parimenti la loro fede, onde, cercando tutte le occasioni di rintracciare alla spicciolata i nemici, quanti di loro gli cadano nelle mani, tosto ammazzare. Tutta la banda insieme, prenderà solenne sacramento di, un numero eguale di nemici, a quello de' volontarj di cui è composta, in ogni mese sterminare. Ecco la sostanza del giuramento, al quale aggiunger potrebbesi l'obbligo della subordinazione al condottiero, etc.
Portò il secondo Congresso nazionale americano radunato in Filadelfia, l'anno 1775, l'America, sul punto di rovinare, per non aver la prima parte di questo giuramento stabilito dalla lega, in bastevole considerazione avuta, nè con rigore mantenuta; avendo per lo contrario, l'uso di pagare sei talleri al mese al soldato, con un graduale aumento pei sergenti ed uffiziali, col peso insopportabile all'erario, introdotto, e avendo inoltre il gravissimo sbaglio di arrolare i soldati per condotte mensuali, ed annuali, sconsigliatamente commesso. E per non esser quelli, a servire fino alla fine della guerra, obbligati, trovossi l'illustre Washington molte volte in sommo imbarazzo, e pericolo, pell'abbandono de' soldati, che, finito il tempo del loro servizio, alle proprie case restituivansi, locchè produsse, molte volte, insuperabile incaglio alle più belle operazioni militari da quel sommo generale ed egregio campione della patria, disegnate, od intraprese. Ciò, al dire del già citato Botta, fù per anche publicamente biasimato dallo stesso Washington, che nel 1776 assicurava, in una lettera diretta al congresso «ch'egli opinava forte, che sarebbe l'americana libertà in grandissimo pericolo posta, se la difesa sua non si commettesse ad esercito, il quale dovesse durare sino al termine di tutta l'impresa.» Quindi egli finalmente l'ottenne, ed il buon risultamento di quella gloriosa guerra, compiutamente assicurò.
Perciocchè spetta alla seconda parte del giuramento, ch'è, di ammazzare quanti nemici le bande, potranno, e cercare di distruggere in un mese un numero eguale a quello di ciascuna di esse, dice il signor Lemiere, questo essere stato il sistema dalle bande spagnuole nella guerra dell'independenza, contro l'invasione francese, addottato e seguito: «Cencinquanta o duecento di queste bande, dic'egli, sparse per la superficie della Spagna, avevano giurato di ammazzare, ciascuna, trenta, o quaranta Francesi al mese, ciò che sommava sei, o otto mila uomini, dalla totalità delle bande mensualmente distrutti.» Ed in seguito: «Siccome vi sono dodici mesi nell'anno, noi perdevamo circa ottanta mila uomini annualmente, senza d'una battaglia. La guerra di Spagna durò sette anni. Ecco dunque più di cinquecento mila uomini ammazzati dalle sole bande. Aggiungansi le battaglie di Salamanca, Talavera, Vittoria, e varie altre dalle truppe francesi, perdute; gli assedj fatti dal maresciallo Suchet, la difesa di Saragozza, l'attacco infruttuoso di Cadice, l'invasione, ed evacuazione del Portogallo, le febbri e varie malattie alle quali andarono i soldati, soggetti, e si potranno, senza pericolo di sbagliare, altri trecento mila soldati nel periodo di sette anni, al numero de' morti aggiungere, locchè porta la perdita di ottocento mila uomini, della più bella, ed agguerrita truppa d'Europa, la migliore, che in quel tempo esistesse!» Se dunque dalle bande, questa parte del giuramento, come lo osservarono le bande spagnuole, religiosamente si osservasse, rimane matematicamente provato, che in brevissimo tempo, sarebbe l'Italia dai suoi nemici, affatto liberata. Supponiamo per esempio, che nel primo slancio, a ventimila volontarj ascenda il numero dei combattenti. Potrebbero quelli, nel corso di un anno, un esercito di due cento, e quaranta mila uomini, recare a fine. Figurarci però non dobbiamo, che una popolosa nazione posseditrice di quattro milioni d'uomini atti alle armi, al solo numero di ventimila difensori, debba i suoi calcoli circoscrivere. Noi fermamente opiniamo, che al triplo, eziandio, ed al quadruplo, la sua forza operativa, fin dal primo scoppio, ascenderebbe, ed in sì fatto modo, divenendo la guerra, forte, e breve, sarebbe tra poco tempo, il paese, dalla straniera contaminazione, purgato. Non v'ha il minor dubbio, che se accuratamente vadasi alle opportune congiunture in traccia, non si presenti a ciascun volontario in particolare od alla banda in massa, nello spazio di trenta giorni, l'acconcio di por mano individualmente alla vita di un nemico, con la particolarità, che, se gli viene il destro di cacciarne ai primi mesi un maggior numero dal mondo, sarà incontrastabile al certo che loro rimane l'agio di distruggerne un maggior numero, pell'avvenire.
La quantità d'uomini a che debba una banda ascendere, essere non può con precisione stabilito. Dieci soli, fino a cinque mila uomini! Ecco i due numeri estremi, e fra i medesimi, qualunque numero, si trova, per una banda, conveniente, avuto però alla natura dei luoghi, degli abitanti, delle risorse del paese, dove quella si decide di operare, opportuno riguardo. La più numerosa banda, che in Ispagna abbia esistito, quella si fù di Mina, di cinque mila combattenti circa, che il Capo, fino al numero di dieci, o dodici mila, avrebbe con facilità potuto accrescere, se ne avesse avuto il pensiero; ma ben s'apponeva egli, affermando non potere in quel genere di guerra, un condottiero, più di cinque mila volontarj, convenientemente maneggiare. Figlia del tempo, e delle disgrazie, la vecchia esperienza, ci dimostra, dover in generale, quei corpi staccati che noi chiamiamo bande, essere di picciol numero di combattenti, composte. Il solo Mina, per la combinazione di molte avventurose circostanze, che troppo a lungo ci condurrebbe, l'enumerare, dalla metà della guerra in poi, comandava un corpo ben grande di volontarj, che piuttosto, come una colonna volante che irregolar banda doveva considerarsi, e combattè con vantaggio e con gloria. Ma moltissimi condottieri delle bande spagnuole fecero portenti, delusero il nemico in tutt'i suoi sforzi, ed anzicchè insoffribili vessazioni alla patria cagionare, furonle di non poca utilità, mentre, solamente un numero men che grande di partigiani, o volontarj, comandarono. Nulla però o ben poco fecero di vaglia, tostocchè coll'aumento delle loro forze, si resero maggiori, e di quello stesso paese, che in buona fede intendevano difendere, in flagello si convertirono. Imperciocchè, atteso il forte numero dei combattenti della banda, inevitabili danni cagionarongli. Meno atti ad occultare le loro operazioni al nemico, che già non li perdeva di vista, e molte volte imbaldanziti i condottieri dal numero della loro truppa, ad imprese temerarie si avventuravano, nelle quali, moltissimi, a grave pregiudizio della causa publica, restarono vittime. Il celebre Francisquete, e Ventura Ximenes nella Mancha, sin che non capitanarono più di quaranta, o cinquanta uomini, giunsero a sì fattamente il nemico intimorire, che più non osava di attaccarli. Ma quando a riunirne cinque o seicento, ciascuno d'essi pervenne, entrambi, per mano di quello stesso avversario, che prima gli paventava, sconfitti, con somma vergogna infelicemente perirono. Lo stesso Isidoro Mir, uomo di senno, e di capacità, alla testa di cinquanta, o sessanta volontarj, cose, da far maravigliare, chiunque, avea operato, fra le quali non fù certamente la meno celebre, quella di aspettare al varco il generale, destinato a comandare in capo all'esercito francese della Mancha, con tutt'i suoi ajutanti, e stato maggiore, e di farlo, in un con quelli, suo prigioniero. Ma poichè lo stesso condottiero pervenne al comando di due mila fanti, mille duecento cavalli, e quattro pezzi d'artiglieria, i treni e carri dei quali, non meno che i cannonieri, e tutto il necessario pel servizio della colonna, era stato creato, fabbricato, e come per incantesimo dal convento di Guadalupe, provveduto; fù nell'anno 1811, dal solo reggimento de' dragoni francesi sotto gli ordini del colonnello Laffite in Cuerva, compiutamente battuto; e superar dovette mille difficoltà, e pericoli per salvare la sua persona da una tanto decisiva rotta, che quella divisione, come per magìa, stata dai frati creata, ed ordinata, mandò in irremediabile rovina. Orobio, il Cojo de los Pedroches de Cordoba, e Chaleco, ci danno tutti, e tre una convincente riprova di quanto abbiamo asserito. Periti nell'Andalusia i due primi, il terzo, dopo la sua sconfitta, come per miracolo, a salvarsi colla fuga, pervenne. Il Caracol nell'Estremadura, l'Empecinado in Castiglia, ed altri molti in tutte le provincie di Spagna, di cui il tragico fine, e disastrose rotte sono bastantemente noti, punto non lasciano, sull'esattezza di questa osservazione, almeno nella pratica, da dubitare. Vengono pure da una ben ponderata riflessione, onde viemmaggiormente questa dottrina corroborare, valevoli argomenti, somministrati. Per quanto l'abilità d'un condottiero di banda, estesa esser possa, non sarà egli mai, atto a ben maneggiarla, nè potrà quelle cose praticare a che debbono essere tali corpi, esclusivamente dedicati, se si trova la banda molto numerosa. Essa non deve dar battaglie, attaccare grandi masse, nè apertamente assaltare le fortezze. L'unico fine delle bande non debb'essere, che di stancare il nemico, tenendolo in continua agitazione, sforzarlo a star sempre concentrato, ed astrignerlo a che, per la più semplice, per la minima delle operazioni, debba dal suo esercito, grossi distaccamenti separare.
Onde possano le bande al debito loro soddisfare, una continua, ed occulta mobilità loro è necessaria. Ora, come potranno queste, se forti in numero, fare nascostamente ciò che loro convenga, quante volte presentando al nemico un oggetto visibile il nemico stesso, forze bastevoli per incagliarle e quindi annichilarle, loro opporrà certamente? Come sarà nascosta la marcia di una truppa, che a ragion del suo numero non si potrà in un bosco, in una casa di campagna, od in una caverna, durante il giorno, alla coperta ricoverare? Come si potrebbe, esistendo un corpo numeroso, al necessario sostentamento del soldato, molte volte due o tre giorni di seguito, in luoghi deserti provvedere? Come potrebbero i suoi movimenti avere quella indispensabile rapidità, se il maggior numero dee per sè stesso, maggiori imbarazzi produrre? Come potrebbe il capo di un corpo numeroso, conoscere fino all'ultimo i suoi volontarj, chiamarli per loro nome, e con loro tenere una franca, ma dignitosa familiarità, nella guerra per bande indispensabile? In nessun modo. Ella è dunque cosa chiara, che se hanno le bande ad essere utili, se debbono i loro movimenti essere pronti, conviene, che vengano da un esiguo numero di volontarj composte.
Stabilito, che il numero de' volontarj componenti le bande, debba necessariamente essere ristretto, passeremo all'ordinamento di quelle, che dev'essere semplice. Ogni banda avrà un condottiero, sotto gli ordini del quale, pel corso di tutta la guerra, dovrà rimanere. Sarà questi o una persona d'influenza, che, riuniti varj de' suoi amici, prenda il campo, ed allora ne sarà naturalmente il condottiero; oppure sarà eletto dalla riunione di parecchi amici, che tutti di comune accordo, senza agire per via d'influenza d'alcuno, solamente per salvare la patria, prendano le armi, e verrà all'assoluta maggiorità dei voti, nominato. Le funzioni, e titolo di condottiero non appartengono ad un grado, ma non sono propriamente, che una qualità, per la quale, trovasi a tutta quella gente riunita, superiore, e vale come quella di comandante accidentale che maggiore, o minor grado possiede, secondo il maggiore, o minor numero di combattenti cui comanda. Sebbene sia questa guerra irregolare, non potrebbero però nulla di conseguente in essa i volontarj operare, se fra di loro con regolare ordinamento, legati non fossero, e non da superiori cui prestassero implicita obbedienza, convenientemente diretti. Imperciocchè in contrario, verrebbe il condottiero dalla confusione, e disordine impedito di potere ad effetto, la meglio divisata operazione menare. Tutte le nazioni, che una guerra d'insurrezione per bande sostennero, e specialmente l'eroica Spagna nella lotta dell'indipendenza, ebbero militarmente regolate. Ma per uno strano errore, tentò la Giunta di Siviglia, secondo il sistema di regolar milizia, le bande, tanto generalmente, che particolarmente, ordinare; e diede perciò un lungo editto alla luce col quale, la forza popolare in partidas, ossia bande regolari da formarsi di volontarj, ed in isquadriglie da formarsi di contrabbandieri, divideva; ed a tutti accordava regolarmente una congrua paga; ed alle leggi della disciplina militare assoggettavagli. Tuttavolta guari ad avvedersi nell'effetto, dello sbaglio, non tardò, e non essere le bande di una esatta dipendenza suscettibili nelle speziali operazioni loro, per esperienza riconobbe. Laonde con maggior senno, e con lo squillo generale della patria tromba, dal sonno in che giaceva il popolo ignaro ed inerte, con forte istrepito destò, e doversi quella considerare guerra de Moros, e da tosto intraprendersi, solennemente bandì. Non debbono i gradi emanare dal governo provvisionale, che può esistere o no; ma conviene che vengano al più capace, al più caldo amatore della patria, ed al più morale, dal condottiero della banda, conferiti col riconoscimento ed approvazione successiva del condottiero supremo, senza che questi abbia diritto d'immischiarsi nei particolari dell'ordinamento speziale della banda, e finattantochè il Parlamento nazionale regolarmente, e liberamente eletto, e costituito, non approvi od abolisca, dovrà il tutto, provvisionalmente rimanere. Ogni qualvolta saranno dieci volontarj per guerreggiare, uniti, dovranno essere comandati da un decurione il quale non dovrà mai venir da una decuria, ad un'altra cambiato, ma sempre con loro convivere ed al loro fianco, il nemico affrontare. Due decurie formeranno un drappello comandato da un capo-venti, due drappelli con un antesignano portante il manipolo di fieno all'asta, ed un suonator di cornetta, formeranno un manipolo comandato da un capo-truppa. Due manipoli formeranno una centuria, ed avrà questa un centurione comandante oltre d'un centurione retroguida che sarà secondo comandante della medesima, ed il numero degl'individui ascenderà a cento, compresi gli uffiziali. Dieci centurie formeranno una coorte comandata da un capo mille, la quale con l'aggiunta del vessillifero, di quattro guarda-bandiera e d'un primo e d'un secondo vigilatore, sui quali posa tutto il servizio della coorte, e la perfetta esecuzione degli ordini del capo-mille, ascenderà al numero di mille e sette. Dieci coorti formeranno una legione comandata da un tribuno legionario avente in oltre quattro Celeri per trasmettere i suoi ordini, un aquilifero, otto guard'aquile, ed un Celiarca, capo della direzione topografica, e del materiale della guerra. Cinque legioni formeranno un esercito consolare, il quale potrà pure venir aumentato, secondo i tempi, i mezzi, e le circostanze, e comandato da un console, con un maggior numero di Celeri, e Celiarca. Finalmente un condottiero supremo, con quattro condottieri principali di provincia, venti di cantone, duecento di distretto, sarà il regolatore delle operazioni generali della guerra. Ogni condottiero principale avrà un consiglio di direzione topografica, e materiale di guerra, più o meno grande, secondo l'estensione del suo comando. Il condottiero supremo nominerà, e dirigerà il consiglio d'alta direzione topografica, e materiale di guerra; si comporrà, del