Timido, impaziente, svogliato, sarà sempre mai quel giovine, che strappato dalle braccia del padre, della madre, delle sorelle, dalle dolcezze in somma, della vita di famiglia, si trova, malgrado le sue inclinazioni, in mezzo a compagni ruvidi, e grossolanamente licenziosi, trasportato, e tenuto d'obbedire ad una quantità di superiori aspri, sofistici, e superbi, che un odio acerbo fangli contro del suo stato, concepire in modo, che serve per violenza, e non eseguisce il suo dovere, nè gli dà l'animo d'impararlo.

Dissoluto, immorale, oppressore deve necessariamente essere il sicario prezzolato, onde, colla depravazione de' costumi, con vizii d'ogni sorta, con l'oltraggio de' suoi concittadini, quella ripugnanza, quell'orrore stordire, che fassi nel cuore d'ognuno sentire, ogni qual volta all'esercizio di opere crudeli ed infami, trovasi impiegato.

Ma se le suddette qualità non possono a meno di essere l'inseparabile attributo di chi stà dei nequitosi tiranni all'abominevole soldo, ben contrarie quelle esser debbono del volontario della patria, che non solo dev'esserne scevro, ma dichiarato, e continuo inimico.

Un animo costante, una forte decisione a sacrificarsi per la felicità, e la gloria del suo paese, una pazienza a tutta prova, ed il disprezzo della morte, sono le essenziali qualità, che debbono il volontario distinguere, cui, quella di essere robusto, e buon camminatore, personalmente valoroso, e saper con destrezza assestare una schioppettata, deve pure accoppiare. La sobrietà e l'attività debbono essere del pari in esso lui, qualità preponderanti; nè dee ricusare di rimaner sempre all'aria aperta, senza tende, senza letto, e sopra poca paglia, ed anche deve alcune volte sulla nuda terra, interrottamente dormire; non mangiare, che il puro necessario al sostentamento della vita; contentarsi di focaccia in mancanza di pane, ed alle volte, farne pure ammeno, e con castagne, ed altri simili frutti dal caso forniti, supplirvi. Cipolle, formaggio, olive, e ben anche ghiande, un pò di carne, un pò di vino, se possa ottenersi, ma che però non sia, pel volontario, un bisogno indispensabile, ecco ciò che dev'essere il suo miglior nutrimento. Sarà pregio dell'opera di proporre in parte, per esempio, quanto venne dei Romelioti e Sullioti, nella relazione sugli avvenimenti della Grecia nel 1823, dal nostro Pecchio, riferito: «Essi non conoscono nè tenda, nè letto, nè tetto: il loro letto è il cappotto; una pietra n'è il capezzale; il tetto, un cielo sempre sereno. Per tutto il tempo della campagna non si spoliano mai, nè si mutano la camicia; sono quindi orribilmente sucidi. Ma in compenso, le loro armi sono nitide, e splendenti sempre mai. Quando si svegliano, il primo loro pensiero è di pulire e mettere, in tutto punto, le loro armi. Sono estremamente vaghi di belle, e ricche armi. Quest'armi, raggianti d'oro, e d'argento, con quella loro annerita, lurida camiscia, fanno uno strano contrasto. Non hanno quindi nè mocciglia nè sacco per riporre alcuna cosa. Ben fatti in tutte le parti del loro corpo, sono forti come leoni, e svelti come caprioli. Ho veduto i bei granatieri di Napoleone; conosco le belle guardie inglesi, ma i Sullioti mi sembrano ancora più belli. Il loro portamento, i loro gesti sono teatrali, essi sogliono combattere sparpagliati, ognuno di loro sceglie il suo posto. Non sono avvezzi a combattere a corpo scoperto; a guisa degli antichi che si coprivano collo scudo, essi si appiattano dietro una pietra che li protegge. Purchè abbiano un pezzo di pietra, essi sono invulnerabili. Talmente sanno essi accosciarsi dietro e caricare supini il loro fucile; per ingannare i loro nemici, quando sono distanti, sogliono mettere in vista il loro berretto rosso discosto dal luogo dove sono nascosti.»

Dalla nobile, e semplice risposta del giovane Scita Anacarsi, nel rifiutare i magnifici regali, che venivangli dal Cartaginese Annone pomposamente offerti, puossi, onde conoscere quelle peculiari qualità, che ad un virtuoso volontario si convengono, utile ammaestramento ritrarsi: «Una grossolana pelle, diss'egli, mi serve sola per vestimento, cammino a piedi nudi; dormo sulla dura terra, che per le fatiche del giorno mi pare soffice, e commoda più di un letto; la fame rende i cibi più volgari, e più frugali, saporosissimi, e gustosissimi al mio palato. Conserva dunque i doni pe' tuoi cittadini, io non so che farne!» Scevro da qualunque bisogno al di là dello stretto necessario, quel volontario italiano, che avesse tanta virtù per attenersi a quel genere di vita, con tutte le altre qualità, che furono dalla natura a chi nasce in Italia, a larga mano compartite, unitamente all'ostinazione indispensabile nella nostra guerra, tal volontario diverrebbe senza dubbio, nell'età presente un oltre-maraviglioso eroe, che rigenerando il suo paese, all'apice della gloria giungerebbe.

Persuaso, che l'ozio, ed anche il riposo snervano l'uomo, e diminuiscono il suo coraggio, ei sarà loro acerrimo nemico, e terrassi continuamente in attività. Un carattere fermo, un esercizio continuo, una regolare sobrietà, impediranno, che gli soppraggiungano malattie.

Siccome, nel caso di essere dal nemico stretti, o circondati, è mestieri, che ciascuno degli individui della banda, cerchi da per sè stesso individualmente un modo di salvezza, ed alle volte passi per mezzo dei corpi nemici, onde poi andarsi in un punto previamente dal condottiero, stabilito, di bel nuovo a riunire; ne avviene, che la conoscenza esatta, e minuta del paese, sia non meno al volontario, che al comandante, necessaria, dovendo ambi due, dei passaggi meno conosciuti, profittare, nelle selve foreste, rocche, e caverne, momentaneamente nascondersi, all'erta dei monti poggiare, e pe' macigni arrampicandosi, ricomparire all'improvviso, e quindi fuggire.

Sottomesso al condottiero, cui in ogni tempo, e luogo, presta implicita obbedienza, inesorabile coi nemici, moderato ne' suoi bisogni, attento, ardito, e prudente nel disimpegno de' suoi doveri, generoso ne' suoi patrii sentimenti, ecco qual dev'essere il vero, il buon volontario, in cui sta la salvezza, e la futura felicità della patria, onninamente riposta.

CAPITOLO XVI. DEL CONDOTTIERO.

Mal si apporrebbe, chiunque, al nome di condottiero di bande, di cui tratterassi in questo capitolo, la norma di quei condottieri, la cui esistenza nel medio evo tanto afflisse l'Italia, e le fù di vero disonore, ravvisare credesse. Uomini avari, ed immorali, senza patria, senza sentimenti delicati, e senza amore per gli uomini, sempre al miglior offerente vendibili, non men, che al nemico stesso, contro cui combattevano, rovinando molte volte il padrone del momento, per vantaggio dell'avversario da cui loro veniva maggior premio segretamente proferto; uomini di poco valore, di molta tristizia, non saranno mai dal condottiero delle bande armate per l'unione, independenza e libertà della patria, presi per modello, nè in alcuna parte delle loro azioni seguiti. All'opposto, il nostro condottiero, ben lungi dall'agire, come quelli, per proprio personale vantaggio, non avrà, che il bene della patria in mira, non penserà, che all'Italia, non opererà, che pel maggior vantaggio di quella, bandirà dalla sua mente ogni considerazione, che possa dalla sublime carriera, che intraprese, discostarlo, oppure, la sua energia, e zelo pel sacrosanto scopo, che si propose, affievolire.