Ella è principale proprietà delle rivoluzioni, di portare il vero merito in alto, e coloro dei lor gradi spogliare, che per raggiro, od impostura, astutamente gli usurparono, o che per sola eredità, quai discendenti d'illustri antenati, di possederli pretendono. Egli è ormai da ognuno, per esperienza riconosciuto, che le rivoluzioni mettono, e sostengono gli uomini a quel posto, gli obblighi del quale, sono di bene disimpegnare capaci, dimodocchè il nome d'un barone, conte, marchese, duca e principe, quale un publico pregiudicio portava alla considerazione d'illustre, e che per l'addietro, attesi solamente i supposti meriti di successione d'avi, forse, nei tempi antichi, virtuosi, sarà stato in dignità costituito, sparirà. E se il titolato, per mezzo d'un singolar cambiamento, non abbraccia con energia e coraggio, il partito della patria, cadrà costui meritamente nel fango, ed al contrario un uomo, per l'addietro, sconosciuto, negletto, e disprezzato, avrà per avventura, al maneggio degli affari dello stato, ed anche al comando degli eserciti, a vece sua, innalzato! Da ciò ricavasi, che in rivoluzione, e sopra tutto nella guerra per bande, il nome non è niente; e solamente le qualità personali sono, ed esser debbono, apprezzate. Quelle sole, in quel tempo, aprono alla persona, il cammino a quel grado, o posto, che per propria virtù giustamente gli spetta. Uomini della più bassa origine, divennero in Ispagna capi attivi, ed intraprendenti, un bifolco, un pastore, un pentolajo, fra i principali condottieri di bande, in quella penisola si dimostrarono. Il Manco, ossia il zoppo, il Marchesino, il Medico si resero non men celebri di quelli. Il dottore Rovira, e l'avvocato Uobera, in Catalogna, oltremodo si distinsero; Don Giuliano Sanchez possidente, era nella vecchia Castiglia, e nel regno di Leon, il terrore dei Francesi; il notajo Don Ventura Ximenes, lo era tra Badajoz, e Toledo; il contrabbandiere Longa, in Aragona; e quindi Don Giovanni Martino, detto l'Empecinado, da Massaro divenne il miglior maneggiatore di sciabola, che in Ispagna esistesse. E fù colui che dai monti di Guadalaxara, portò le sue armi in ogni parte della penisola, che rese vani tutti gli sforzi dei Francesi in Madrid, per distruggere la sua banda, e mise in forse la vita dell'intruso re Giuseppe, in una imboscata, che gli tese a Cogolludo. Finalmente, oltre tanti, e tanti altri che citar potremo, ma che lasciamo pe' ristretti confini da noi al presente trattato prifissi, fra quelli non meno valorosi, che utili al loro paese, citeremo il Cid, il Lara di quell'epoca, l'attivo, l'intraprendente Espoz y Mina, che per le sue gesta in Navarra, dovrà sempre da chiunque voglia conoscere i doveri, ed il procedere di un vero, ed utile condottiero di bande in favore della patria, essere, qual prototipo, riguardato. Ecco, fra i surriferiti nomi, accanto ad un marchese, e più alto ancora, brillare un pentolajo. E sebbene di egual considerazione meritevoli, vedemmo dottori, e pastori, avvocati, e villani, e sebbene tutti nel servigio della patria distintissimi si mostrassero, nulla di meno, al prode Espoz y Mina inferiori apparvero, che maraviglioso bifolco, lasciò la marra, e la vanga per brandire la spada vendicatrice, ed, in grandissima parte, alla liberazione della patria sua, disinteressatamente contribuire. Che altro era mai il tanto celebrato Hofer, e certamente degno d'encomj, per propria virtù, dal popolo, al comando del Tirolo insorto, destinato? Che altro era quell'illustre vittima dell'amor di patria, e della perfidia austriaca, se non un figlio di un oste? Eppure nell'oste Hofer, quella pura virtù riluceva, che, noi crediamo, sarebbesi in principi, duchi, etc., difficilmente rinvenuta. Imperciocchè la maggior parte di quelli, non cercano d'imporne ai popoli, che con soli titoli fastosi; e con ciondoli ridicoli, gli occhi della plebe abbarbagliare. Chiaro da quanto abbiamo detto, appare, nè la famiglia, nè il nome, nè le ricchezze, ma quelle personali qualità, che fondano la loro base sopra l'amor di patria, giudizio retto, volontà di ferro, sostenuta dall'attività, perspicacia e vigore, al condottiero, soltanto abbisognare.

Egli è obbligo sacrosanto di qualunque condottiero, tostocchè per sostenere la libertà, ed indipendenza della patria, nell'agone si slancia, quello di compiere con buon successo la sua impresa, di non mai, dovess'egli pur anche incontrare una morte certa ed oscura, dal proponimento recedere. Le qualità, che vengono da noi, onde venirne gloriosamente a capo, come indispensabili, giudicate, son le seguenti.

1º Un animo intrepido, incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli.

2º Una cautela, e vigilanza tale, onde l'uomo diffidando di tutti e finanche de' suoi partigiani stessi, dimostri non diffidare di chicchessia.

3º Un cuore severo, ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venire, quando si tratta degl'irreconciliabili nemici della unione, indipendenza, e libertà dell'Italia.

4º Una esatta conoscenza del paese, che scelga, il condottiero, per teatro delle sue operazioni, e di tutte le sue risorse.

5º Un valore sempre prudente, e solo, nell'estrema contingenza, animato, ed impetuoso.

Art. 1º. Un animo intrepido, ed incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli, debb'essere la prima qualità di un condottiero di bande.

Nulla in una guerra evvi di più comune, o di più probabile, che l'accadimento di certi eventi sinistri, alla più vigilante sagacità, del tutto superiori. Dovendo per lo più essere le bande di piccol numero di volontarj composte, ed isolatamente guerreggiare, loro avverrà di trovasi alcune volte nel corso delle operazioni, contro forze superiori, sprovvedutamente arrischiate, che gravi danni, e rovesci di gran momento loro cagionino e pongano i volontarj nella stretta necessità, per evitare una compiuta rovina, d'individualmente, o per frazioni, sparpagliarsi. Tanto era ciò alle bande spagnuole comune, che una sola non vi esistette, la quale non sia stata, le molte volte sconfitta, e dispersa. Ma non per ciò perdevansi d'animo i condottieri e con avveduto consiglio, la maggior cura avevano, di sempre due o tre punti, nel paese dove operavano, ai loro volontarj, previamente determinare. Quanti, superstiti rimanevano dal disastro, immediatamente si riunivano. Ed ammirabile spettacolo, per verità, ad ogn'uomo, quello si era di vedere gl'individui rimanenti d'un corpo, per disastrosa catastrofe sperso, e fuggiasco, sulla cima di ripidissima rupe, od aspro monte raccolti, nudi, non meno che dal lungo digiuno e durissima fatica trafelati, per la perdita de' compagni caduti accanto a loro, estinti, cordialmente afflitti, dimenticarsi di tutt'i loro mali, e patimenti. Ed in un subito rinfrancavansi; e partian di là stesso, per immediatamente portarsi a qualche arditissima impresa di riescita, per l'ordinario, felice. Ed in fatti, tal banda, i nemici in riposo, tranquilli, e nella persuasione, che quella truppa fosse del tutto dissipata, e distrutta, improvvisamente coglieva. Solevano dire i francesi, che il generale dal quale più danno era in tutta la guerra di Spagna stato loro cagionato, chiamavasi il generale no importa. Difatti quell'espressione era comunemente in bocca di tutti gli Spagnuoli dopo di qualunque maggior disgrazia, ed a ritornare di bel nuovo alla sanguinosa tenzone, quella gl'innanimiva, e confortava. Dopo la perdita della battaglia d'Almonacid, nella quale involta la banda di dugento uomini comandata da don Isidoro Mir, che si trovava di vanguardia all'esercito sconfitto, e che dovette pure nel generale trambusto a catafascio disperdersi; quell'accorto condottiero riunì di bel nuovo, in un istante una parte de' suoi volontarj, e non più tardi del 12 agosto del 1809, che fù l'indomani della vittoria riportata dai Francesi, sorprese tutti gli equipaggi, e feriti del loro esercito non meno, che un distaccamento da quelli (affine d'inseguire con meno imbarazzi il rimanente del corpo spagnuolo, che si ritirava) lasciato a guardia del conquistato paese Almonacid; entrò nella città; passò a fil di spada quanti Francesi dentro vi erano; e tutti gli abitanti, che seppe essere loro partigiani; s'impadronì di tutto quanto in abbondanza rinvenne. Ma oltre d'un tale segnalato vantaggio, il miglior effetto di quest'ardita operazione, si fù quello di rinvigorire lo spirito publico dalla perdita dell'intiero esercito, notabilmente depresso. Questo medesimo condottiero nel 1810, partecipe della sconfitta sofferta dall'esercito al quale apparteneva, tre soli giorni dopo la rotta, varj suoi partigiani, e soldati dispersi, sollecitamente accozzò, e quando i Francesi forzando le linee di Despeñaperros, entrarono nell'Andalusia, cadde inopinatamente sopra d'una forte guarnigione, che prima di tentare quel passo, i Francesi avevano lasciata in presidio a Ciudad Real, la fece prigioniera, e come vidde di non poter più agire colla sua banda, che tutta dovea alla guardia dei vinti rimaner impiegata, de' quali, in tanta vicinanza dell'esercito nemico, non sapeva che fare, quanti prigionieri aveva nelle mani, senza distinzione passò a fil di spada, s'impossessò di una vistosa quantità di equipaggi, e bagagli, dopo d'aver pure tutti gl'impiegati civili, sì spagnuoli, che francesi, messi a morte, perchè aveva avuto lingua, che pel nemico, quei primi parteggiavano. Invigorì, questo avventuroso successo, lo spirito in tutta la provincia della Mancha, che per disastri occorsi all'esercito, era se non cambiato, almeno sommamente avvilito; ed il singolare vantaggio produsse, che dieci o dodeci nuove bande presero nella provincia il campo, da quella impresa, alla gloria stimolate. Finalmente quella stessa insensibilità che anzi magnanimità più giustamente nomar dovrebbesi, si fù, quella che intimorì gli Spagnuoli affetti ai Francesi, obbligandoli, se non altro, a rimanere passivi spettatori della contesa; fù quella, che le azioni, e combattimenti intrapresi da' nemici, ed a buon fine colla maggior gloria portati, rese nulli, e molte volte di gravissimo nocumento a loro stessi, si fù quella che convertì la Spagna tutta in un semenzajo inesauribile di prodi guerrieri, che come i soldati di Cadmo, parevano, atti al combattimento, sorgere dalla terra; ed in somma quella si fù, che, in sette anni malgrado continuati patimenti, sagrifizj, e sconfitte, i paesi, nel compimento de' loro doveri verso la patria, indefessamente mantenne. Quella fermezza incapace di cedere agli ostacoli, e rovesci, deve, per assoluta necessità, essere il compartimento di un condottiero, e chiunque, una tale disposizione d'animo vigoroso, in sè stesso esistere, non riconosca, gli è giuoco forza, come inabile, a tal carriera riputarsi, non meno, che, al titolo di forte, ed alla gloria, rinunciare. La qualità della sua truppa, la quasi necessaria indisciplina, il numero ristretto della gente di cui sono per l'ordinario questi corpi, composti, la necessità, in che continuamente dovrà trovarsi, di provvedere da sè solo al vestire, ed alimento della truppa, locchè comunemente presenta non poche difficoltà in paesi dove la stessa insurrezione porta con sè un quasi assoluto disordine; e finalmente le ordinarie vicissitudini della guerra, con frequenza, in una situazione tanto critica lo porranno, che una sola decisione a tutta prova, con disprezzo stoico dei pericoli, e difficoltà, che lo circondano, ed in somma un animo intrepido, potranno, con utilità della patria, fargli ottener la palma della difficile impresa.

Art. 2º. Il condottiero d'una banda, deve avere una cautela, e vigilanza tale, che diffidando di tutti, e fino de' suoi stessi partigiani, non dimostri diffidare di chicchessia.