Ma il fiore dei miei fratelli, il più diletto dopo la sua ora natale, che nel bel volto ritraeva l'immagine di sua madre, il tenero amore di tutta la sua schiatta, il pensiere più caro del martire suo padre, – l'ultima cura mia, – colui, onde io cercai tenere la vita, perchè egli vivesse allor meno misero, e libero un giorno, – colui, che per virtù di natura, o ispirato, pur sostenne franco il suo spirito, – quel fiore fu percosso, e di giorno in giorno appassiva sullo stelo. O Dio! come è tremendo a veder l'anima umana sciogliere il volo, sotto qualunque forma si parla! – Io ho veduto dipartirsi l'anima nel sangue; io l'ho veduta sui marosi dell'oceano contendere con un moto di convulsione disperata; io ho veduto l'infermo sul letto dell'agonia nel delirio del peccato, e della paura: ma le angoscie del mio fratello non erano miste a simili orrori; – il suo era un dolore lento, e sicuro. – Egli veniva meno, ma tranquillo, e mansueto; si consumava soavemente, e senza pianto, e pur con immensa tenerezza, – e si addolorava per coloro, che lasciavasi addietro. Egli aveva prima una guancia florida sì, da prendere a scherno la tomba; – una guancia da cui sparvero a mano a mano i colori, come un raggio dell'iride, che si dilegua; – egli aveva un occhio così vivo di luce da rischiararne quasi la carcere; pur non disse parola di lamento, non diè gemito sopra la sua morte immatura, non parlò un momento dei giorni più felici, non mostrò la più lieve delle speranze per suscitare almeno le mie, – perchè io era caduto in fondo al silenzio, io mi perdeva in questa perdita estrema, la maggiore di tutte. Il fratel mio sopprimeva il sospiro di una natura vicina a mancare; e via via più sommesso traendolo, venne al punto, che io tesi l'orecchio, e non ascoltai più nulla: frenetico di spavento, chiamai a gran voce, e conobbi, che più non vi era speranza; ma il mio timore non voleva quell'avviso, e dando una scossa fortissima ruppi le mie catene e precipitai verso il mio fratello.... – era morto. Io solo viveva, io solo respirava l'alito maledetto di una prigione. In questo luogo fatale erasi spezzato l'ultimo, – l'unico, – il più caro legame fra me, e l'eterno abisso, – l'unico legame, che tuttavia mi stringesse alla mia schiatta cadente. I due miei fratelli avevano omai cessato di vivere: ed uno giaceva sulla terra, e l'altro sotto. Io presi quella mano immobile tanto; – ahimè! la mia non era meno fredda. Io non aveva vigore di muovermi, o di fare il minimo sforzo; ma io sentiva di aver sempre una vita, – sentimento di frenesia, quando sappiamo, che anime a noi care più non avranno una vita. Non so perchè non potessi morire: – non aveva speranza terrena, tranne la fede; e questa mi vietò, che io mi dessi colle mie mani la morte.
IX.
Quello che allora e dipoi avvenisse di me, io nol so bene, e nol seppi giammai. Dapprima venne la perdita della luce, e dell'aria; quindi delle tenebre ancora. Io non aveva pensiere, nè sentimento, – nulla: – stetti una pietra fra le pietre; e mal sapendo quel ch'io immaginassi, era come l'arida rupe fra le nebbie, – perchè tutto era vuoto, freddo, ed oscuro: non era nè notte, nè giorno, neppure la luce della prigione odiosa tanto agli occhi miei gravi: era un vuoto, che assorbiva lo spazio; e qualche cosa di fisso, ma senza luogo. Non v'erano stelle, nè terra, nè tempo, nè legge, nè vicenda, nè bene, nè male: ma silenzio; e un respiro insensibile, nè di vita, nè di morte; un mare di ozio stagnante, oscuro, illimitato, muto, ed immobile.
X.
Una luce mi balenò sulla mente: – era il canto di un uccello: – cessò, – e poi venne di nuovo; – il canto più dolce, che orecchie umane intendessero: ed io ringraziava, ascoltando, finchè i miei occhi in ogni parte si volgessero per la lieta sorpresa; ma in quell'istante non poterono scorgere come io fossi il figlio della sventura. Poi a grado a grado i miei sensi tornarono sull'usate traccie; ed io come per l'innanzi mi vidi attorno le mura della prigione, e il raggio di Sole, che vi penetrava furtivo; ma sulla fessura, donde quel raggio veniva, era posato l'uccello, tutto gaio, e dimestico, più che se fosse stato sull'albero; – un amabile uccello dall'ale azzurre; e il suo canto diceva mille cose, – e sembrava, che le dicesse tutte per me; io non aveva veduto in passato il suo simile, nè più lo vedrò. Pareva, che come a me gli mancasse un compagno; ma non era per metà così desolato: era venuto ad amarmi, nel punto che non viveva più nessuno per amarmi, – e consolandomi dalla fessura della mia prigione mi aveva ricondotto al sentimento, e al pensiere. Io non so, s'ei fosse libero di poco tempo, o se avesse rotta la sua gabbia per posare sulla mia: – ma ben sapendo, o diletto uccello, cosa sia schiavitù, non te la posso desiderare. – Era forse un angelo, che in forma d'alato mi visitava dal Paradiso? – perchè, (perdonimi il cielo questo pensiere,) mentre egli mi sforzava al pianto, e al sorriso, io pensai qualche volta, che fosse l'anima del fratel mio discesa a vedermi: ma finalmente l'uccello volossene via, ed era un mortale; – ben me ne accôrsi, perchè altrimenti così non sarebbe volato via, nè due volte mi avrebbe lasciato così solitario; – solitario, come un cadavere nel suo lenzuolo funereo; – solitario, come una nube in un giorno di Sole, mentre il resto del cielo è sereno; – un punto oscuro nell'atmosfera, che non ha motivo di apparire, mentre azzurro è il firmamento, e gaia la terra.
XI.
Nel mio destino venne una vicenda: i miei custodi si fecero pietosi, nè io so perchè, – talmente erano avvezzi allo spettacolo del dolore; ma così fu, e la mia catena giacque spezzata, e mi venne concesso passeggiare lungo la mia cella da una banda, e dall'altra, e su, e giù, e per traverso, e in fine da ogni lato, e intorno ad una ad una delle colonne, ritornando sempre là donde io cominciava, e nel passeggiare schivando solo le tombe fraterne, dove non cresceva cespuglio; perchè se io pensava, che sbadatamente il mio piede avesse profanato l'umile letto del loro riposo, grave mi si affannava il respiro, e il cuore mancandomi mi cadeva ammalato.
XII.
Io feci nel muro una scala, non già per fuggire, perchè io aveva sepolto tutti coloro, che mi amavano in forma umana; e quindi la terra intera non mi sarebbe apparsa, che una prigione più vasta. Io non aveva figlio, nè padre, nè parente, nè compagno nella mia miseria. Io pensai a questo, e ne fui lieto, dacchè il pensiere de' miei congiunti mi aveva travolto in follia. Ma io era curioso di salire alle mie ferriate, e di piegare un'altra volta sull'alte montagne la quiete d'uno sguardo innamorato.