Io le vidi; – erano le stesse, nè cangiate come il mio corpo: vidi sulla cima i loro mille anni di neve, – e di sotto a loro il lago largo, e lunghissimo, e il Rodano azzurro nella sua pienezza; intesi i torrenti sgorgando saltare su per le roccie, e sui rotti arbusti; vidi la lontana città dalle bianche mura, e vele più bianche, che giù correvano veloci; e allora v'era un'isoletta[32], che mi rideva in faccia, l'unica, che fosse alla vista; – un'isoletta verde, e non sembrava più larga, che il pavimento del carcere mio. Ma sopra vi erano tre alberi alti, e vi spirava la brezza della montagna, e vicine le scorrevano le acque, e vi crescevano giovani fiori, gentili al fiato, e al colore. Nuotavano i pesci presso le mura del castello, e tutti mi parevano allegri: l'aquila correva sull'alto dei venti, nè mi parve corresse mai sì veloce come allora, che faceva sembiante di volare alla mia volta; e allora nuove lacrime mi tornarono negli occhi, ed io mi sentiva commosso, nè avrei voluto aver lasciata la mia recente catena: e quando io scesi al basso, la tenebra della mia dimora mi cadde sullo spirito come un peso gravissimo: era come una fossa scavata di fresco, che si chiuda sopra colui, che tentammo salvare; e pure il mio sguardo, oppresso di troppo, quasi aveva bisogno di un siffatto riposo.
XIV.
I giorni, i mesi, e gli anni passano; – io non li numerai, nè vi posi mente: non aveva speranza di sollevare i miei occhi, e sgombrarli della tetra loro caligine. Finalmente uomini vennero a farmi libero; ma non ne chiesi la ragione, nè mi curai dove andare: per me era tutt'uno, starmi sciolto, o nei ferri; – io aveva imparato ad amare la disperazione. E così quando vennero a sciogliere i miei legami, quelle orride mura erano per me diventate un eremitaggio; – erano per me tutto il mio, e nel cuore quasi sentiva come se quegli uomini fossero venuti a strapparmi un'altra volta dalla mia casa paterna. Io mi era fatto amico al ragno, osservandolo attento nelle triste sue reti, e aveva veduto il sorcio trescare al lume della luna: e perchè avrei dovuto sentire meno di loro? Eravamo tutti abitanti di un luogo medesimo, ed io monarca d'ogni razza aveva potenza di uccidere; – pur, cosa strana a narrarsi, noi avevamo imparato a vivere in pace. Perfino le mie stesse catene, ed io, eravamo diventati amici, – talmente una lunga comunanza tende a farci quel che noi siamo; – io dunque ricuperai la mia libertà con un sospiro.
— 1830[33] —
PROMETEO — DI LORD BYRON —
Titano! tu con gli occhi immortali vedesti nella trista loro realtà gli affanni umani, come cose che mal si trascuravano dagli Dei; ma qual era il premio della tua pietà? Un soffrire tacito, intenso; la rupe, l'avvoltoio, e la catena; – tutto il dolore che possono sentire i superbi, tutta l'agonia che non rivelano mai, – quel senso soffocato d'angoscia, che non parla fuorchè nella sua solitudine, e teme geloso, che il cielo non abbia un orecchio per ascoltare, nè vuol sospirare finchè la sua voce non sia rimasta senz'eco.
Titano! a te fu data la lotta tra il soffrire e il volere, cose che tormentano in quella parte che non può morire. E il cielo inesorabile, e la sorda tirannia del Fato, il principio dominatore dell'odio, che per suo trastullo crea le cose che può annientare, ti rifiutarono la sorte del morire: – un miserabile dono fu tuo l'eternità, e tu l'hai ben sopportato. – Tutto ciò che il Tonante strappò da te, fu solo la minaccia che gli lanciasti contro negli spasimi della tortura. Ben tu leggesti nel Fato, ma per placarlo non volesti ridirglielo; e nel tuo silenzio fu la sua sentenza, e nella sua anima un inutile pentimento, e una paura così mal dissimulata, che i fulmini gli tremavano nella destra.
Il tuo celeste delitto fu l'essere umano, e sminuire coi tuoi precetti la somma delle umane miserie, e afforzare l'uomo della sua propria mente; ma tradito come fosti dall'alto, pure dalla tua tranquilla energia, dalla tua pazienza, e dalla repulsa del tuo spirito impenetrabile, che Cielo e Terra non poterono scuotere, ereditammo una potente lezione: Tu sei simbolo e segno al mortale del suo destino, e della sua forza; l'uomo, come te, in parte è divino, torbido rivo d'una pura sorgente, e l'uomo in parte può prevedere il suo funesto destino, le sue sventure, la sua resistenza, e un'esistenza mesta, solitaria; al che il suo spirito può opporre sè stesso, scudo a tutti i mali, – e un saldo volere, e un senso profondo, che valga a scoprire, concentrata anche nei tormenti, la sua ricompensa; che trionfi dovunque osa, ed aspira, e converta la morte in vittoria.
— 1838[34] —