Eppure parmi che un raggio di pace rompa traverso la nube delle mie angoscie; – e per un tratto i miei dolori si fermano, conoscendo che il tuo cuore ha sentito per me.
O Donna! benedetta la lacrima versata per uno, che non può piangere; quelle goccie preziose sono doppiamente care a colui, che non può bagnare d'una stilla i suoi occhi.
Una volta il mio cuore, o dolce mia Donna, era caldo di teneri sensi come il tuo; ma ora perfino la bellezza ha cessato d'incantare un infelice creato a gemere.
Piangerai tu dunque quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono, perchè non vorrei dare un affanno al tuo seno.
— 1838[36] —
LE TENEBRE — DI LORD BYRON —
Mi feci un sogno, che non era tutto sogno. Il Sole luminoso era spento, e le stelle erravano buie nell'eterno spazio senza raggi e senza sentiero, e la terra ghiacciata oscillava cieca e nereggiante per l'aria senza Luna; venne il mattino, e passò; rivenne, e non portò il giorno. E gli uomini dimenticavano le passioni nella paura di tanta desolazione, e tutti i cuori erano agghiacciati nell'egoismo d'una preghiera alla luce, e vivevano tutti raccolti ai focolari, e i troni, i palazzi dei re coronati, le capanne, e le abitazioni di tutte le cose che hanno un ricovero, erano abbruciate per farne fanali; le città furono consunte, e gli uomini si strinsero intorno alle case divampanti per guardarsi in faccia l'un l'altro l'ultima volta. Felici coloro, che dimoravano sotto l'occhio e la face sublime dei vulcani! Una tremenda speranza era tutto ciò che il mondo conteneva; le foreste furono incendiate, e d'ora in ora cadevano, e sparivano, – e i tronchi si estinguevano crepitando, – e tutto era nero. Le fronti umane a quella luce disperante vestivano un aspetto non terreno, quando la fiamma guizzando ci batteva sopra; alcuni si prostravano, e si celavano gli occhi, e piangevano; altri restavano col mento appoggiato sulle mani chiuse, e ridevano; ed altri correvano su e giù, alimentando di legna le tetre cataste, e con matta inquietudine guardavano uno stupido cielo, manto funerale d'un mondo defunto, e quindi si giacevano nella polvere maledicendo, e digrignavano i denti, ed urlavano. Gli uccelli di rapina stridevano, e volavano a terra esterrefatti, battendo inutilmente le ali; le fiere le più salvatiche vennero tremanti e mansuete; le vipere serpendo si avvinghiavano fra le moltitudini, e sibilavano, ma non pungevano; – esse furono uccise per cibo. E la guerra, che per un momento stette sospesa, si saziò nuovamente; – un pasto fu compro col sangue, e ciascuno sedè cupamente da parte, pascendosi nella oscurità. Non vi era più amore; – tutta la terra non era che un pensiere, e quel pensiere era morte immediata, ingloriosa; e gli spasimi della fame corrodevano le viscere a tutti, – gli uomini morivano, e le loro ossa stavano insepolte come la loro carne. Gli affamati mangiavano gli affamati, e i cani stessi assalsero i loro padroni, tutti fuori che uno. Questo fu fedele ad un cadavere, e tenne a bada gli uccelli, le fiere e gli uomini, finchè la fame non gli ebbe distrutti, o il cadere d'un altro cadavere non solleticò le loro vuote mascelle; ma il cane non cercò cibo, bensì con pietoso e continuo ululato, e con un grido acuto, desolante, lambendo la mano, che più non rispondeva con una carezza, morì. Le moltitudini a grado a grado perirono tutte; solo sopravvissero due uomini d'una sterminata città, ed erano nemici. S'incontrarono accanto alle ceneri morienti d'un santuario, dove un mucchio di cose sacre era stato radunato ad uso profano. Colle loro fredde mani di scheletro raccolsero insieme quelle poche ceneri, e coll'esile fiato vi destarono un momento di vita, e levarono una fiamma, che era uno scherno. Come si fece un poco più chiaro, alzarono gli occhi, e si guardarono in faccia; videro, diedero un urlo, e morirono; – morirono della loro scambievole bruttezza, mal conoscendo chi fosse colui sulla fronte del quale la fame aveva scritto – demonio. – Il mondo era vuoto; popolato dianzi e potente, adesso era un cumulo senza stagioni, senza erbe, senza piante, senza uomo, senza vita, – un cumulo di morte, un caos di dura creta. I fiumi, i laghi, l'Oceano, tutto taceva, e nulla moveasi nelle silenziose loro caverne; navi senza marinari giacevano putrefacendosi sul mare, e gli alberi cascavano a pezzi, e cadendo dormivano sull'abisso senza flutto; – le onde erano morte, le maree erano nella tomba, la Luna loro signora era spirata prima, i venti erano mancati nell'aere stagnante, e perite le nubi; le tenebre non avevano bisogno di loro, – le tenebre erano l'universo.
— 1838[37] —
IL FUNERALE DEL POVERO — DI ROBERTO SOUTHEY —
Che! neppur uno, che mandi un pietoso sospiro! neppur uno, che fuggendo un momento alle scene sociali, e alle delizie della vita, coll'occhio pregno di dolore versi una lacrima, e si fermi sul morto! Povero infelice reietto! io piangerò per te, io piangerò per la deserta umanità! Sì, io piangerò, non già perchè tu sia venuto ai severi riposi della tomba silenziosa; chè almeno lo squallido Bisogno, e la cupa velenosa Cura, demoni che corrodono il cuore, mai non entreranno laggiù. Io gemo sopra i mali che tu provasti nella vita, quando nel lungo pellegrinaggio del mondo compiesti la tua giornata senza amore e senza amici, solo accompagnato dalla povertà e dagli affanni. La tua gioventù trascorse nell'ignoranza e nella fatica, e la tua vecchiaia fu arida, assiderata. Fu duro il tuo Fato, perchè, mentre ti condannava al dolore, ti negava la sapienza di sopportarne l'amarezza; e spogliando prima la tua mente di tutta la sua forza, ti gettava abietto del pensiero, e vittima della miseria, a ramingare fra i tuoi simili nell'ampio deserto del mondo. Dormi in pace, povero reietto! La furia invernale più non investe acerba il tuo corpo indifeso. I tuoi mali sono passati, – tu riposi nel sepolcro; – io mi fermo, e medito sui giorni avvenire.