1765

Giunte in America le novelle, che la provvisione della marca era stata vinta in Parlamento, non si può dire quanto si commovessero quei popoli; e quantunque il ministro Grenville, sapendo pure quanto dovesse riuscir esosa, e dubitando che potesse porgere occasione di sdegni, avesse cercato di mitigarla, con aver determinato di non mandar pubblicani per riscuoterla, che fossero nati al di qua dell'Oceano, tuttavia non potè ottenere ch'ella fosse con minor alterazione d'animi ricevuta. Le gazzette americane incominciarono ad esser piene di querele sulla perduta libertà; ed i principali per ogni dove andavano predicando, che questa era una violazione manifesta dei diritti loro, la quale non da un error passeggero del governo inglese procedeva, ma piuttosto da un disegno molto bene considerato di ridurre le colonie in servitù: esclamavano, esser questo un principio di una nuova e perfettissima tirannide. Gli oppositori a cotali disegni del governo, o per contrarre con un nome comune una cotale specie di lega fra di loro, ovvero per render sè medesimi più accetti al popolo, accennando a quanto il colonnello Baré aveva nel suo discorso avanti il Parlamento detto, s'intitolarono con lo specioso nome di Figliuoli della libertà. Si obbligarono tra le altre cose l'un l'altro di marciare a proprie spese in ogni luogo del continente, dove d'uopo fosse per mantenere la costituzione inglese in America, ed ogni sforzo usare per impedire, che la provvisione della marca non fosse posta ad effetto. Una commissione, che chiamarono di corrispondenza, ebbe il carico di scrivere ai principali personaggi della contrada, esortandogli a far quei pensieri, ed a pigliar quelle risoluzioni, ch'essi avevano e fatto e pigliato. La qual cosa fu un possente stimolo all'opposizione ed ai tumulti, che poco dopo seguirono. Il popolo era pronto a prorompere, quando si rizzasse in qualche luogo un segnale, o si desse l'occasione.

I Virginiani furono anche questa volta i primi a dar le mosse ed a levar, come si dice, questo dado. Addì 29 di maggio 1765, la Camera dei borghesi di Virginia, instando perciò massimamente Giorgio Johnston e Patrizio Enrico, venne a cotali risoluzioni: «Stantechè l'onoranda Camera de' Comuni d'Inghilterra ha ultimamente posto in questione, fin dove la generale assemblea di questa colonia abbia facoltà di far leggi per impor tasse o gabelle da pagarsi dal popolo di questa antichissima colonia di Sua Maestà, a fine di determinare e stabilire la medesima per ogni tempo avvenire, la Camera dei borghesi di questa presente generale assemblea ha fatto le seguenti risoluzioni.

«Che i primi avventurieri e fondatori di questa colonia di Sua Maestà, e dominio di Virginia portaron con loro, e trasmisero alla posterità loro ed a tutti gli altri sudditi di Sua Maestà, i quali dappoi vennero in questa sua colonia ad abitare, tutte le libertà, privilegi, franchigie ed immunità, le quali in ogni tempo qualsivoglia hanno avuto, gioito e posseduto i popoli della Gran-Brettagna. Che in virtù di due reali diplomi concessi dal re Jacopo primo, i suddetti coloni son dichiarati di tutte le libertà, privilegi ed immunità investiti, che spettano ai regnicoli e naturali sudditi, e ciò in ogni cosa e ad ogni fine, come s'eglino fossero, e nati e dimorati nel proprio regno d'Inghilterra.

«Che il ligio popolo di quest'antica colonia di Sua Maestà ha avuto il diritto di essere dalla sua propria assemblea governato sul capo delle tasse e della interna economia; ed il quale non ha mai dato luogo, onde andasse a confiscazione soggetto, od in qualsivoglia maniera ceduto, essendo per l'opposto stato costantemente dai Re e dai popoli della Gran-Brettagna riconosciuto.

«Che pertanto la generale assemblea di questa colonia in congiunzione con Sua Maestà o con chi la rappresenta, hanno nella rispettiva capacità loro, essi soli l'esclusivo diritto e facoltà di por tasse ed imposizioni sopra gli abitanti della colonia; e che ogni tentativo per investirne un'altra persona o persone qualsivogliano, fuori della mentovata generale assemblea, è illegale, ingiusto e contro gli ordini della costituzione, ed ha una manifesta tendenza a distruggere tanto l'inglese, quanto l'americana libertà. Che il ligio popolo di Sua Maestà, gli abitanti di questa colonia non sono obbligati a prestar obbedienza ad una legge o provvisione qualsivogliano, il cui fine sia d'imporre sopra i medesimi una tassa qualunque, salve solo quelle leggi o provvisioni, che da quella generale assemblea state siano risolute.

«Che ogni qualsivoglia persona, la quale o in parole od in iscritto asserirà o manterrà, che alcuna persona o persone, altre che la generale assemblea di questa colonia, hanno qualche diritto o facoltà d'imporre o riscuotere qualche tassa su di questo popolo, sia nemica giudicata di questa colonia di Sua Maestà».

Queste risoluzioni furono vinte in quel dì con un grandissimo consenso d'animi. Ma nel giorno susseguente, essendo più frequente la Camera, perchè molti de' più vecchj e prudenti cittadini v'intervennero, fu di nuovo riconsiderata la materia, e questi tanto dissero e tanto fecero, che le due ultime furono messe in disparte. Il signor Farquier, luogotenente del governatore, avendo informazione avuto delle cose risolute nell'assemblea, l'accommiatò; abbenchè ciò partorisse poco frutto; perciocchè quand'ebbero luogo i nuovi squittinj, quei, che disgraziaron le risoluzioni, furon tutti esclusi, e di nuovo raffermi coloro, che favorite le avevano.

Intanto le risoluzioni andavano attorno privatamente non quali esse furono riconsiderate e ritocche, ma intiere; e quali erano state da principio proposte. Particolarmente i membri della lega, che s'erano intitolati Figliuoli della libertà, se le porgevano l'un l'altro con grandissima sollecitudine, dimodochè esse furono in poco tempo disperse per ogni dove, ed erano con eguale, e desiderio, e concitazione d'animi lette e rilette. Ma nella Nuova-Inghilterra, e soprattutto nella provincia di Massacciusset, i zelatori delle prerogative americane non istettero contenti a questo, e le fecero, per maggiormente propagarle in tutte le classi del popolo, stampar nelle gazzette, il che fu principal cagione dei tumulti, che di corto vi si manifestarono. La mattina del mercoledì del giorno quattordici d'agosto per tempissimo, e credesi per movimento di Giovanni Averino, Tommaso Crafts, Giovanni Smith, Enrico Velles, Tommaso Chace, Stefano Cleverlino, Enrico Basso e Beniamino Edesso, uomini tutti avversissimi alle pretensioni inglesi, e di nuove cose amantissimi, si trovarono appiccate ad un ramo di un antico olmo piantato presso l'entrata a ostro di Boston, due effigie, delle quali una rappresentava, siccome si leggeva nella cartella, che vi era stata affissa, un uffiziale della marca, e l'altra un grosso stivale, che cacciava fuori della bocca una testa cornuta, che pareva guardasse all'intorno. Trasse ognuno a vedere non solo dalla città, ma, correndo la fama della cosa, da tutta la contrada. La gente vi si affollava, e l'inusitato spettacolo accendeva ed infiammava quegli animi già pur troppo riscaldati; e quel dì senz'altro bando o decreto andò feriato. La sera toglievano le due figure dall'albero, e con gran cirimoniale postele in una bara le portarono a processione. Il popolo calcando seguitava, e da ogni canto si udivano le grida: libertà, proprietà per sempre, niuna marca. Passando avanti il palazzo di città ivano col mortorio per le vie Reale, e di Kilby, e giunti ad una casa dell'Oliver, la quale credevano, fosse destinata ad uso d'uffizio della carta marchiata, fatto alto, senz'altro aspettare, la demolirono sin dalle fondamenta. Quindi come in segno di trionfo portando seco loro le legna della casa disfatta procedevano, crescendo sempre lo schiamazzo e le grida, alla casa propria dell'Oliver, e là, mozzato il capo alla effigie di lui, ruppero a furia tutte le invetriate. Salivano in cima al Monteforte, portando sempre a processione le due figure, ed acceso un rogo, abbruciarono una di quelle in mezzo alle grida universali. E come se non avessero fatto abbastanza, ritornarono a casa Oliver con bastoni e mazzeri, e poser mano a guastare il giardino, le siepaje, ed ogni parte rustica dell'edifizio. L'Oliver s'era cansato per dar luogo al furor popolare, lasciando solo alcuni amici, acciò facessero il meglio che sapevano, per evitare maggior male. Ma avendo questi qualche mal motto detto, venne il popolo in maggior rabbia, di forza entrò nel pian terreno, ruppevi le imposte, e guastò ogni maniera di masserizie. La mezza notte si disbandarono. Il giorno che seguì, l'Oliver trovandosi in tal modo in voce di popolo, e dubitando di peggio, informava i principali della città, avere scritto in Inghilterra per chieder licenza dall'uffizio di distributore della carta marchiata. La sera di nuovo s'adunava la plebe, rizzava una piramide, e dava opera a far un altro falò; ma udita la novella della chiesta licenza, si rimase; e itasene presso la casa di lui, gridati prima alcuni evviva, se n'andò senza far altro danno. Si sparse intanto voce, Hutchinson avere scritto in Inghilterra in favore della marca, e incontanente la turba trasse alle sue case, e non fu, che se ne partissero, sinochè non fu loro affermato, aver anzi quel gentiluomo scritto contro la provvisione. Sopra il che gridaron gli evviva, fecer la baldoria, ed alle case loro se ne tornarono. Ma ben più gravi furono i disordini il giorno ventisei dello stesso mese. Alcuni fanciulli acceso avevano il falò in via Reale, e d'intorno vi si trastullavano. Ma quando venne la guardia del fuoco per ispegnerlo, una persona sconosciuta gli soffiò nell'orecchio lasciasse stare. La qual cosa ricusando egli di fare, gli si calò un manritto, e con altri tratti l'obbligarono ad andarsene. In quel mentre si udirono fischj all'intorno, e si sentì un gridar: serra, serra da ogni parte; ed ecco, che poco stante ne venne fuori una lunga tratta di persone mascherate ed armate con batocchj e mazzeri, le quali andaron ad investire le case di Paxon, maresciallo della Corte dell'Ammiragliato, e soprantendente del porto. Il guardiano, essendone partito Paxon, gl'invitava, gissero con lui alla taverna; si contentarono, e la casa fu preservata. Riscaldati gli animi dal bere e ribere, ivano ad assalir quella di Guglielmo Story registratore del Vice-ammiragliato posta dietro il palazzo di giustizia, facevan impeto nel pian terreno, dove eran le camere dell'uffizio; rompevan le imposte, portavan via ed abbruciavano i libri e le filze delle carte pubbliche appartenenti alla Corte, e poi guastavano le masserizie della casa. Nè qui fe' fine la plebe alla sua riotta; che anzi cresciuti di numero, e riscaldati vieppiù dall'acquarzente e dalle cose già fatte, correvano alle case di Benianimo Hallovello ricevitore delle dogane; ed in un attimo ne guastarono il mobile. Sbevazzavano di bel nuovo nelle volte; e ciò, che non potettero ingollare, sperdettero. Frugaron quindi in ogni angolo e portaron via trenta lire di sterlini di contanti. Nuova gentaglia si accozza. Briachi, e quasi impazzati traggon alle case del vice-governatore Hutchinson, essendo già circa le dieci della notte, e vi pongono l'assedio, sforzandosi ad ogni modo di entrarvi. Ei mandava prima in salvo i suoi figliuoli ancora in età fanciullesca constituiti; e poscia abbarrava le porte e le finestre, facendo vista di voler rimanere. Ma non potendo resistere alla furia di gente tanto sfrenata, fu obbligato dar luogo, e fuggì da una casa in un'altra, dove e' stette soffitto sino alle quattro della mattina. Intanto la sua propria, la più bella, la più fornita magione, che vi fosse nella colonia, fu posta a sacco ed a ruba. Portaron via le argenterie, i quadri, le fornimenta di ogni sorta, e per fino le vestimenta del governatore, ed oltre a ciò novecento lire di sterlini in contanti. Non contenti a questo, sperdettero o distrussero tutti i manoscritti, che il governatore aveva bastato ben trent'anni a raccogliere, ed una gran quantità di carte pubbliche, che là si custodivano; il che fu una perdita gravissima ed irreparabile. E pare, che l'Hutchinson fosse venuto in tanta disgrazia dell'universale, perchè s'eran dati a credere, ch'egli avesse esortato il governo a porre la tassa della marca. La qual cosa però gli fu falsamente apposta, sapendosi anzi, che l'aveva grandemente contraddetta. Dal che si vede, quanto siano erronee spesso le opinioni popolari; e che i maestrati debbono nel fare il debito loro altra più lodevol mira avere, che quella di piacere all'universale dei popoli; perciocchè questi più spesso piaggiano quelli, i quali lor nuocono, che lodino quelli, i quali lor giovano.

La mattina seguente, essendo termine per le tornate della Corte superiore di giustizia, l'Hutchinson, il quale n'era il presidente, essendogli state dai riottosi tolte la roba e le divise del suo grado, vi comparì in abito da privato, mentre gli altri giudici, e quei che attendevano alla sbarra erano delle robe e divise loro vestiti ed ornati; il che fu un miserabile spettacolo agli occhi dei riguardanti. La Corte, per mostrare con quanta indegnazione ricevuto avesse l'affronto fattole nella persona del suo presidente, e quanto gravemente ella l'anarchia del dì precedente detestasse, volle da ogni atto astenersi, e si aggiornò addì 15 d'ottobre. Alcuni, i quali presi essendo ricusarono di svelare i capi dei disordini, furon posti in custodia. Ma uno, rotte le carceri, se ne fuggì; e gli altri dopo non molto tempo furono sprigionati; conciossiachè si vedeva chiaramente, che il popolo non era in tal tempra, che avesse pazientemente sopportato, si procedesse più oltre contro i delinquenti.