Mentre queste cose si facevano in Inghilterra, i provinciali, che assediavano Boston, erano entrati in grandissima speranza non solo d'impadronirsi della città, ma ancora di far prigione tutto il presidio, e distruggere il navilio, che gl'Inglesi tenevano nel porto e nella cala di Boston. Aspettavano impazientemente, che col crescere del verno montasse di modo il freddo, che ne gelassero i vicini mari ed i fiumi, che in quelli hanno le foci. Il gelicidio per l'ordinario soleva mettersi verso il Natale; e tenevano per certo, che in sull'uscir dell'anno vecchio, od in sull'entrar del nuovo sarebbe per la grossezza del ghiaccio fatto loro abilità di valicare a piè asciutti il braccio di mare, che la penisola divide dal continente, dove stavano accampati. In tal caso gl'Inglesi non avrebbero potuto resistere alle forze molto superiori dell'esercito americano. Ma essendo contro il solito corsa in quell'anno molto temperata la stagione, furono i provinciali ingannati delle speranze loro. L'indugio fu di molta utilità alla guernigione; perciocchè gli Americani in su quell'aspettazione si tennero assai quieti negli alloggiamenti loro. Questa tregua durò ben tutto l'inverno. Ma entratosi nel mese di marzo le cose si riscaldavano di nuovo; e gli Americani ardevano di desiderio di por fine con una onorata fazione al lungo e fastidioso assedio. Del che avevano e l'incentivo e la necessità. Era giunta in America la nimichevole dicerìa fatta dal Re al Parlamento, e copie di questa andavano attorno nel campo bostoniano. Inoltre si sparsero le novelle, che la prima petizion del congresso era stata disgradata. Tutto l'esercito se ne commoveva a grandissima rabbia, e la dicerìa fu arsa in pubblico dagl'infuriati soldati. Cambiarono in questo medesimo tempo il campo rosso delle bandiere, e lo fecero addogato con tredici liste, come un simbolo del numero e dell'unione delle tredici colonie.
Il congresso, avendo ricevuto le novelle degli avversi procedimenti del governo, e massimamente quelle della provvisione del commercio, e della condotta delle genti tedesche, si persuase facilmente, che niuna altra speranza era rimasta fuori di quella dell'armi. Senza metter tempo in mezzo, volendo approfittarsi della rabbia eccitata nell'universale dei popoli, fe' una gran calca a Washington, acciocchè, posti dall'un de' lati tutti gl'indugi, e sprezzati tutti i pericoli, ad ogni modo voltasse la mira principale a finir la guerra bostoniana, e cacciasse via da quelle mura il nemico. Ei prevedeva benissimo, che di quell'esercito si sarebbe avuto un vicino bisogno per opporsi in altri luoghi all'armi britanniche, ed i disegni del nemico guastare nelle altre parti dell'America. Non si dubitava punto, che gl'Inglesi avrebbero fatto qualche forte impressione nei luoghi più deboli, e temevasi principalmente della città della Nuova-Jork. Perciò se non si levava quel nido agl'Inglesi, che sarebbe rimasto loro alle spalle, le cose si sarebbero trovate in gravissimo pericolo. Ricevuti gli ordini, e stimolato eziandio dalla necessità del frangente e dal desiderio della gloria, andava Washington considerando i mezzi, i quali al desiderato fine più sicuramente condurre il potessero. Ei non istava senza speranza di poter dare alla città con prospero successo l'assalto. Quella parte della cala di Boston, che è vicina a Cambridge ed a Roxbury, era gelata; il che avrebbe grandemente facilitato l'impresa, e per valicar le restanti acque sino alle mura di Boston, si aveva in pronto un gran numero di battelli. Si avevano inoltre due batterie galleggianti situate alle bocche del fiume di Cambridge. Sapevasi, che il presidio mancava di munizioni da guerra, e ch'era molto estenuato dalle fatiche e dalle malattie. Aveva poi anche il generale una grandissima confidenza posta nel valore e nella costanza dei proprj soldati. Perciò pose in una Dieta, che si fece di tutti i generali, il partito dell'assalto. Ward e Gates, ambedue soldati di gran conto si opposero, affermando, che senza mettersi ad un tanto rischio si poteva ottenere il fine di cacciar i nemici da Boston con occupare le alture di Dorchester, le quali signoreggiavano al tutto la città. Il partito non si ottenne; del che il generale si mostrò molto mal contento, ma fu obbligato ad accomodarsi all'opinione dei più. Si risolvette adunque di andar a prender il posto delle alture; alla qual bisogna per conforto dei generali Ward, Thomas e Spencer, era stata apparecchiata una gran quantità di fascine e di gabbioni. Erano anche state condotte da Ticonderoga e da Crown-point grosse artiglierie con una quantità sufficiente di obici e di bombarde. Ei pare, che il generale Howe, il quale era di natura molto circospetta, non abbia voluto prevenire, trovandosi troppo debole, questo disegno dei provinciali, il quale dava loro sicuramente vinta tutta la guerra dell'assedio. Eglino poi, per tenere attento da un'altra parte il nemico, piantarono grosse batterie a riva il mare a Cobbs-hill, alla punta di Lechmere, a Phipps-farm ed a Lambsdam in sul canto di Roxbury. Incominciarono a trarre la notte dei due marzo con molta furia. Le bombe cadevano frequenti nella città. Il presidio era tutto intento all'ispegnere l'incendio delle case, ed in tutti quegli altri uffizj fare, che sono necessarj in simili casi. Intanto si preparavano gli Americani con grandissima non solo contenzione, ma allegrezza alla fazione delle alture; ed a quest'uopo s'eran fatte marciare da' vicini luoghi molte compagnie di milizie per ingrossar l'esercito. Sceglievano i Capi la notte del quattro marzo; conciossiachè speravano, che la ricordanza dell'uccisione dei loro seguìta ai cinque di marzo in Boston nel 1770 avrebbe nuovo ardore aggiunto col desiderio della vendetta a quegli animi già pur troppo inferociti. Venuta la notte nella sera dei quattro, ogni cosa essendo all'ordine, procedevan gli Americani con mirabile silenzio verso la penisola di Dorchester. La notte era propizia, il vento favorevole, perchè non portasse al nemico quel poco di strepito, che non si poteva schivare. Le strade facili pel gelicidio. Le batterie di Phipps-farm, e quelle di Roxbury fulminavano con un rimbombo maraviglioso. Ottocento uomini d'antiguardo precedevano gli altri; seguiva il carreggio cogl'istrumenti da trincerare. In terzo luogo venivan i lavoratori in numero di dodici centinaia, guidati del generale Thomas, ed in ultimo trecento carri carichi di fascine, gabbioni e di manne di fieno. Quest'erano per difendere sui fianchi i provinciali nel passare, e ripassare l'istmo di Dorchester, il quale molto basso essendo poteva esser da ambe le parti strisciato dalle artiglierie delle navi nemiche. L'impresa ebbe prospero fine. I provinciali arrivarono sulle alture non solo senza offesa alcuna da parte del nemico, ma ancora senza che questi ne avesse alcun sentore. Si misero essi tosto a lavorare sì rattamente, che alle dieci della sera avevan già costrutti due Forti atti a difendergli contro le offese delle armi minute, e dei tiri a scaglia; uno sull'altura che è più vicina alla città, e l'altro su quella che guarda verso l'isola del Castello. La mattina, sendo scuro sulle alture, continuarono a lavorare, senza che si facesse dal canto del presidio alcun motivo. Finalmente, diventata l'aria chiara, ebbero a mirar gl'Inglesi non senza molta maraviglia le nuove opere degli Americani. L'ammiraglio inglese, veduta la cosa, protestò, che, se non si snidavano di là i nemici, le navi sue non potevano senza un presentissimo pericolo di totale distruzione stanziar più oltre nella cala. La città stessa era soggetta ad esser rovinata da capo in fondo a posta dei provinciali. La comunicazione ancora, tra le genti che guardavano le fortificazioni dell'istmo di Boston e le restanti, molto difficile e pericolosa diventata. Le artiglierie nemiche dominavano la spiaggia, dalla quale avrebbero dovuto gl'Inglesi imbarcarsi nel caso della ritirata. Adunque nissun altro partito era rimasto loro, che quello, o di combattere per isloggiar da quella nuova stanza il nemico, ovvero d'abbandonar del tutto la città. Non esitò punto Howe da quel capitano valoroso ch'egli era, a pigliare il primo, e disponeva ogni cosa per l'assalto. Washington, accortosi del disegno, preparava le difese. Le trincee si perfezionavano diligentemente, si raccoglievano i soldati dai luoghi più vicini, e si accordavano segnali da praticarsi su tutti i monticelli, i quali da Roxbury sino alla riviera Mistica fanno, come se fosse, una corona su tutta la spiaggia che guarda Boston; e ciò affinchè le novelle e gli ordini potessero in un subito trasmettersi da un luogo all'altro. Andava dicendo a' suoi, si ricordassero del giorno cinque di marzo. Nè solo apparecchiava i mezzi di sostener la vicina battaglia e di ributtar il nemico; ma ancora quelli di offenderlo e cacciarlo, se durante la battaglia o dopo di essa, qualche buon'occasione avesse offerto la fortuna. Era il suo pensiero, se il nemico nell'assalto di Dorchester, come sperava, avesse toccato una rotta, che quattromila uomini scelti stessero pronti dalla parte di Cambridge a montar sulle navi a quest'uopo state preparate, e, traversato quel braccio di mare che sta in mezzo tra la terra-ferma e la penisola, tentassero fra il tumulto e la confusione la Terra. Il generale Sullivan comandava la prima schiera; Greene la seconda. Si aspettava un altro fatto, come quello di Charlestown, ed un'altra battaglia, come quella di Breed's-hill. Howe faceva far le scale per iscalar le opere degli Americani. Ordinava, che una grossa schiera di soldati guidati da lord Percy, entrati nelle navi da carico, che stavano allestite nel porto, andassero ad approdare ad una bassa terra verso la punta opposta all'isola del Castello. Già si movevano le schiere, e gli Americani incitati dalla ricordanza del dì anniversario, e della battaglia di Breed's-hill, siccome anche dai continui conforti dei capitani, le aspettavano non solo senza tema, ma con allegrezza. Intanto pel riflusso le acque diventaron sì basse, ed il vento incominciava a trarre sì forte, che non si poteva valicare. Bisognò sostare per quel dì, intendendo Howe di dar la battaglia all'indomani molto per tempo. Ma succedeva la notte un temporale sì grosso, che le acque ne erano agitatissime la mattina. Poi piovve dirottamente. Il generale inglese non potè mandar ad effetto il suo disegno. Ma gli Americani, usando bene l'indugio, avevano un nuovo puntone costrutto, e le altre fortificazioni condotto a perfezione. Il colonnello Mifflin aveva apprestate molte botti piene di sassi e d'arena, e collocate intorno le fortificazioni, acciò, quando il nemico andasse all'assalto, rotolando con grandissima furia in giù, rompessero gli ordini, e dessero luogo ai suoi di potersi giovar della confusione. Osservate diligentemente tutte queste cose, gl'Inglesi si persuadettero, ch'era divenuta impresa troppo pericolosa, e quasi disperata il dar l'assalto, l'infelice evento del quale, o solamente la vittoria piena di sangue, come quella di Breed's-hill, avrebbero in troppo grave rischio poste le cose inglesi in America. Nè non era da farsi stima, che quand'anche la battaglia fosse stata prospera, la guernigione non era sì numerosa, che si avesse potuto conservare senza pericolo la possessione della penisola di Dorchester, dovendo essa di già custodire non solo la città, ma ancora la penisola di Charlestown. La battaglia si poteva meglio fare, e la vittoria desiderare, perchè le armi del Re non ricevessero percossa nella riputazione, che per l'evento totale delle cose su quelle spiagge. Non era perciò il frutto della vittoria eguale al pericolo della battaglia. Si doveva anche far considerazione, che il posto di Boston non era gran fatto accomodato alle future fazioni dell'esercito che si aspettava dall'Inghilterra, e Howe medesimo aveva qualche tempo prima avuto istruzioni dal lord Darmouth, uno dei segretarj di Stato, per votar la città, ed andarsene a posare nella Nuova-Jork. Il che non potè eseguire per non avere avuto a quel tempo alla mano il navilio sufficiente pei trasporti. Considerate attentamente tutte queste cose, i generali inglesi si risolvettero ad abbandonare la città, lasciandola del tutto in potere dei provinciali. Nella qual cosa s'incontravano però grandissime difficoltà. Imperciocchè non avendosi in pronto più di cencinquanta navi tra grosse e sottili, appena che capir vi potessero le ciurme e la guernigione, le quali tra l'una e l'altra sommavano a dieci migliaia di persone, e quei Bostoniani, i quali essendosi dimostrati favorevoli alla causa reale, non potevano rimanere senza pericolo. Il viaggio da intraprendersi era lungo e difficile, non potendosi attendere con quelle soldatesche stanche ed infievolite di poter far con frutto una qualche impressione sulle coste nemiche. Le speranze in ciò eran sì deboli, che non si credette nemmeno di poter tentare la città della Nuova-Jork, Terra più di qualunque altra esposta alle offese dal canto del mare. Nè altro partito si poteva pigliare, che quello di andarsene ad Halifax; pel quale viaggio, oltre la mancanza dei viveri ch'era grandissima, in stagione era molto contraria; e se in ogni tempo pericolosa, in quello pericolosissima. Regnavano allora fortemente i venti da greco, i quali temevasi non ispignessero l'armata di forza sino alle Antille; pel quale lungo tragitto non erano a gran pezza le provvisioni delle vettovaglie sufficienti. Si aggiungeva a tutte queste difficoltà, che il territorio di Halifax era una contrada sterile, dalla quale poco ristoro si poteva aspettare, e nissuna provvisione vi si era precedentemente potuta fare, essendo la partita da Boston, e la determinazione di ritirarsi ad Halifax, state improvvise. Nè non travagliava molto l'animo dei soldati il pensare, che la necessità delle cose gli spingesse verso tramontana, mentrechè sapevano, che le future fazioni degli eserciti inglesi si dovevano fare nelle colonie del mezzo, ed anche nelle meridionali. Ma non era lasciato luogo ad elezione veruna. E siccome gli Americani potevano coi tiri delle artiglierie, o impedire in gran parte, o sturbare assai l'imbarco delle genti, così Howe pose l'animo a rimuovergli da un tal disegno. Mandati chiamare gli uomini eletti di Boston, disse loro, che non essendo più la città di nissun utile al Re, si era risoluto ad abbandonarla, purchè Washington non fosse per disturbare la sua partenza. Mostrò loro le materie accendibili, che aveva fatto apparecchiare per metter fuoco ad un tratto alla città, quando i provinciali in qualunque modo il molestassero; che pensassero molto bene di quale e quanto pericolo sarebbe per riuscir alla Terra, se i due eserciti nemici per le vie della medesima si azzuffassero; che in quanto a lui si era risoluto di andarsene di quieto, e senza far nissun danno, quand'anche gli Americani dal canto loro avessero in animo di così fare. Gli esortava perciò, andassero da Washington, e gli facessero intendere, qual fosse in questo la mente sua. Furon gli eletti uomini col generale americano, raccomandandogli molto la misera città. Ei pare da quello che seguì, ch'ei consentisse. Ma tregua scritta non ne fu nissuna. Alcuni scrivono, che acconsentisse col patto, che gl'Inglesi lasciassero indietro le munizioni da guerra. Questo non affirmerei di sicuro. Furon esse ben lasciate, se per accordo o per necessità, non si sa. Gli Americani stettero quieti, e gl'Inglesi s'imbarcavano senza ricevere molestia. Ma tristissima era in questo frangente l'immagine della città. Nonostante gli ordini dell'Howe tutto era affoltata e confusione. Mille e cinquecento leali colle famiglie e colle masserizie loro più preziose si affrettavano con infinito sbattito d'animo ad abbandonare quelle stanze, ch'erano loro tanto care state, e nelle quali di sì lunga felicità goduto avevano. I padri colle robe loro, le madri coi figliuoli correvano piangendo alle navi; e le ultime salutazioni ed abbracciamenti di coloro che se ne andavano, e di coloro che rimanevano, erano un miserabile spettacolo; al quale però pochi attendevano, intenti tutti alla bisogna della propria salvezza. Gli infermi, i feriti, i vecchi ed i fanciulli dimandavano pietà. I carri e le bestie da soma erano divenuti cagione di contesa fra i cittadini, che i primi gli avevan fermati, ed i soldati che se ne volevan servir essi. Accrescevan molestia alla presente sventura le animosità, che prevalevano tra i soldati da terra e le genti da mare, gli uni rimproverando alle altre la cagione di tanta infelicità. Si dolevano altresì della freddezza e della ingratitudine della patria loro, la quale pareva in tanto pericolo, in tante miserie ed in sì lontani lidi gli avesse non che abbandonati, dimenticati. Imperciocchè dal varcato mese d'ottobre in poi non aveva il generale Howe, nè ordine, nè istruzione, nè avviso di sorta alcuna dall'Inghilterra ricevuto, i quali dimostrassero, esser vivo il governo, e ricordevole dell'esercito bostoniano. Intanto i più perduti fra i soldati e marinai, rotte le porte, mettevano a sacco le botteghe e le case. Guastavan quello, che via portar non potevano. In somma la città andava a ruba, e si temeva ad ogni tratto, che nascesse qualche grande incendio, che la consumasse. Addì quindici di marzo il generale mandava un bando, che nissuno fra i Bostoniani sino alle undici della mattina s'ardisse d'uscir dalle proprie case, perchè non impedissero l'imbarco delle soldatesche, che si doveva in quel dì effettuare. Ma un vento di levante le faceva soprastare; ed elleno per passatempo ritornarono in sul saccheggiare. In questo mezzo gli Americani avevano rizzato un puntone su quello sprone di Nook's-hill nella penisola di Dorchester, e munitolo d'artiglierie, signoreggiavano intieramente l'istmo di Boston, e tutta la parte australe della città. Temevasi ancora, che, occupata l'isola di Noddes, e piantatevi le artiglierie, tirando dall'uno e dall'altro posto a pelo d'acqua a traverso il porto chiudessero affatto il passo alle navi, e fosse perciò tutto il presidio ridotto alla necessità di arrendersi a discrezione. Per la qual cosa non si frapposero più indugi. Le genti britanniche ed i leali incominciarono a montare sulle navi alle quattro della mattina dei diciassette marzo, e tutti si trovarono a bordo alle dieci. Erano nel torno di dieci migliaia di bocche. Ma le malattie, e le gelosie, che correvano fra le genti di terra e quelle di mare, molto gl'indebolivano. Le navi erano sopraccariche d'uomini e di robe; scarseggiavan le vettovaglie; ogni cosa in confusione. Montavano sulle navi le ultime genti del retroguardo, quando Washington entrava colle sue nell'altra parte della città colle bandiere spiegate, coi tamburi battenti e con tutti gli apparati della vittoria e del trionfo. Fu ricevuto dagli abitatori con tutte quelle dimostrazioni di gratitudine e di osservanza, colle quali si debbono riconoscere i liberatori. L'allegrezza tanto più grande si dimostrava, quanto erano stati più gravi i mali, che sofferto avevano. Avevan essi provato per ben sedici mesi la fame, la sete, il freddo e gli oltraggi di una soldatesca infuriata, che gli riputava ribelli. Era stata la città sì asseccata di vivanda, che vi si pagava una libbra di pesce fresco ventiquattro soldi; un'oca si comprava oltre dieci lire: un gallo d'India quindici; un'anitra cinque; il prosciutto cinquanta soldi la libbra; legumi non se ne trovavano; un montone costava più di quarantadue franchi; le mele quaranta franchi il barile; le legna da ardere si pagavan oltre cinquanta franchi la catasta, e non se ne trovava. Si eran arse le panche delle chiese; già si ardevano i palancati e gli assiti dei magazzini; le case non abitate si eran disfatte, per averne le legna. La carne da cavallo, quei, che ne poteron avere, la trovarono buona. Lasciaron gl'Inglesi molte artiglierie e munizioni. Le prime sommarono a dugencinquanta tra grosse e minute trovate in Boston, nell'isola del Castello e nelle trincee di Bunker's-hill, e dell'istmo. Queste gl'Inglesi avevan tentato d'inchiodare e di guastare; ma con poco successo per la fretta. Altre n'erano state gettate in mare, ma furon cavate. Si trovaron oltreacciò quattro bombarde, e fra le munizioni si ebbero 2,500 misure di carbon da mare; altrettante di fromento; 2,300 d'orzo; 600 di avena; cento giare d'olio, e cencinquanta cavalli.
Così venne, dopo un lungo e tedioso assedio, di nuovo in poter degli Americani la città capitale della provincia di Massacciusset con grandissim'allegrezza, e de' suoi cittadini, e di tutta la lega, i quali preveggevano benissimo, di quanta importanza fosse un tale avvenimento sia per la opinion dei popoli, e sia pel buon successo delle future operazioni della guerra. Nel che si debba anche notare la vanità e l'infatuazione dei ministri britannici, i quali in su quei primi principj della guerra non fecero i provvedimenti necessarj per render la vittoria certa, anzi tutte quelle cose eseguirono, che la dovevano rendere, non che dubbiosa, improbabile. In tal modo operarono, perchè sia per l'orgoglio inglese, sia per gl'infedeli rapportamenti, o sia pure per non aver curato gli esempj delle storie, si eran dati a credere, che i provinciali non sarebbero stati osi a guardare in viso le soldatesche inglesi, e che quella foga si sarebbe tosto convertita in freddezza ed in malavoglia. Non pensarono, che la natura stessa delle cose già da qualche tempo dava incitamento alla rivoluzione americana, essendo diventati quei popoli ricchi e potenti, e nulla avendo rimesso dell'antico entusiasmo. Quindi è, che entrarono i ministri nella guerra con deboli apparati, e non mandarono gli aiuti, quando era tempo, e gli mandarono, quando non era più tempo.
Entrati i provinciali in possesso di Boston posero tosto al fisco i beni mobili e stabili di quei fuorusciti, i quali, lasciata la patria, accompagnato avevano il generale Howe ad Halifax. Gli vendettero all'incanto, ed il ritratto usarono nelle bisogne del pubblico. A quelli, ch'erano rimasti, fu fatto il processo, e furon chiariti nemici e traditori della patria; i beni loro parimente venduti e confiscati. Ma una cosa più di tutte occupava le menti dei Bostoniani, e questa si era di affortificar la città, dimodochè si potesse per l'avvenire preservare da quelle calamità, dalle quali di fresco era stata liberata. Usavasi in ciò grandissima diligenza; ed i cittadini intendevano a volta a volta all'opera. Soprantendevano il tutto quattro ingegneri Prussiani, ed uno Francese con parecchj Americani. Ma nonostante la diligenza, che si usava, non era possibile, che si riducesse Boston ad uno stato di buona Fortezza a poter tenere contro una regolare oppugnazione; bensì si poteva preservare da una battaglia di mano.
Siccome appariva da certe mosse dei provinciali, e principalmente dall'aver essi occupato alcune delle isolette poste nella cala di Boston, che assaltar volessero il castello Guglielmo situato nell'isola di questo nome, il che avrebbe impedito alle navi inglesi l'ingresso nel porto, e preservato dagli assalti loro la città, il generale Howe credette, opportuna cosa fosse lo smantellarlo ed arderlo; e così fece prima della sua partenza, quantunque non si portasser via le artiglierie, ma solo a molta fretta s'inchiodassero. Indugiò ben una settimana pei venti contrarj, o per la bonaccia l'armata britannica prima, che potesse uscire dalla cala, ed entrar nell'alto mare. Ma finalmente ciò ottenutosi non senza molta fatica, contro l'aspettazione di tutti, e fuori del solito della stagione ebbe il viaggio molto prospero, e se n'andò a golfo lanciato ad Halifax. L'ammiraglio Shuldam, il quale comandava a tutta l'armata, lasciò nelle acque di Boston con molte navi il comandante Banks, acciocchè restassero i mari aperti, e la navigazione sicura alle navi del Re, le quali ignorando l'abbandonamento della città, a quella via fossero incamminate. Il disegno riuscì in parte, ed in parte no; conciossiachè la cala essendo grande, ed interspersa di molte isolette con alcuni porti qua e là opportuni alle insidie, da questi saltavan fuori improvvisamente i corsali, e le navi non guardate e non guardantisi opprimevano ad un tratto. Tra gli altri il capitano Manly predò una nave da carico, che portava quattrocento botti di carne salata, di piselli, di tartuffi e d'altri camangiari in copia.
Ignorando Washington, quali fossero i consiglj di Howe, ed a qual parte fosse avviata l'armata britannica, stava in molto sospetto per la città della Nuova-Jork. Per la qual cosa ei scrisse tosto al brigadier generale lord Stirling, che vi era dentro, mandandogli, stesse avvisato, e che aveva spinto in suo aiuto alcune compagnie di corridori, e cinque battaglioni. Ma le genti del Re non erano a gran pezza in condizione di poter tentare alcuna cosa contro la città. Si recarono a gran ventura il poter arrivare sane e salve ad Halifax. Howe si era fermo, prima di procedere a nuovi fatti, a voler rinfrescare i suoi, e ad aspettare i rinforzi, che non dubitava, dovessero arrivare dall'Inghilterra.
Nè meno prosperamente procedevano le cose del congresso nella provincia della Carolina Settentrionale, che nel Massacciusset; nella quale però avevano incominciato a scoprirsi grandi e pericolosi movimenti. Il governatore Martin, quantunque si fosse rifuggito sulla nave del Re, non istava però ozioso, e non cessava notte e dì nell'inventar nuovi disegni per far risorgere la causa reale nella sua provincia. Tanto maggiore speranza aveva di poter fare qualche notabile effetto, che sapeva, che l'ammiraglio Peter-Parker, ed il conte Cornwallis erano partiti dai porti dell'Inghilterra per una spedizione contro le Caroline. Egli era anche informato, che il generale Clinton con alcune compagnie doveva venire a congiungersi seco lui al capo Fear, situato alle foci della riviera Fear per alla via di Wilmington. Non dubitava punto con queste genti riunite, e coi montanari scozzesi, ed i Regolatori, gli uni e gli altri uomini avvezzi all'armi, e molto temuti dagli altri Caroliniani, e che si dimostravano non solo fedeli, ma ardenti in favor dell'Inghilterra, di far rivoltar la provincia, e sotto le leggi del Re di nuovo ridurla. Indettatosi adunque con tutti costoro rizzò lo stendardo reale, e comandò, che tutti vi accorressero per difendere la patria e le legittime leggi contro i ribelli. Per render più efficaci gli aiuti dei montanari e dei Regolatori, siccome pure di tutti gli altri leali, creò il colonnello Macdonald, persona fedele e zelante molto, capitano generale di tutte le leve, acciò le riducesse sotto gli ordini, ed in ischiere regolari le informasse. Il disegno riuscì. S'ingrossavano ogni giorno a Cross-Creek, e facevano timore di qualche moto importante, se non vi si poneva un pronto rimedio. L'assemblea provinciale, conoscendo l'importanza della cosa, spedì con grandissima celerità contro quella testa di leali tutte le genti, che apparecchiate si trovavano, e da ogni parte ne raccoglieva delle nuove. Così in tutta la Carolina si erano levate in arme le parti leale e libertina, e l'una contro l'altra con grande ferocia procedevano. Fu eletto a condottiere dei libertini il generale Moore, il quale con alcune bocche da fuoco andò a pigliar posto presso i leali ad un luogo detto Rockfish-bridge, dove studiava ad affortificarsi. Ebbe intanto rotto il ponte. Macdonald gli mandò, venisse a porsi sotto lo stendardo reale; e nel caso rifiutasse, lo tratterebbe da nemico. Fu la risposta di Moore, che sottoscrivesse egli stesso un giuramento di fedeltà al congresso, ponesse giù le armi, e sì facendo sarebbe ricevuto nel numero degli amici. Nel mentre che queste pratiche s'intertenevano tra l'uno, e l'altro Capo, le quali il Moore a bello studio andava tirando in lungo, e frapponendo tempo in mezzo, le genti sue s'ingrossavano, finchè divennero del tutto superiori a quelle del nemico. Si accorse finalmente Macdonald del pericolo in cui si trovava; e quantunque fosse già da ogni parte cinto dai provinciali, ciò non di meno con mirabile destrezza e coraggio se ne sbrigava. Camminando, senza mai posarsi, molto celeremente, mettendo spesso tra di lui ed i seguitatori fiumi, selve e passi difficili, dopo di aver corso lo spazio di ottanta miglia, malgrado la vigilanza del nemico, che cercava in ogni maniera di mozzargli la via, arrivò a Moore's-Creek, sedici miglia distante da Wilmington. Ivi sperava, che si sarebbero accozzate le genti del governatore Martin, e del generale Clinton, ch'erano di già l'uno, e l'altro arrivati al capo Fear. Ma i provinciali che non avevano mai intermesso di seguitarlo, non solo impedirono questa congiunzione, ma lo ridussero alla necessità di combattere. Assalì il nemico con una foga grandissima. Ma il capitano Macleod, e molti altri uffiziali de' suoi essendo rimasti uccisi sulla prima giunta, perdutisi di animo andarono in volta, abbandonando il generale loro in mezzo dei nemici. Fu fatto prigioniero con molti altri leali. Questa vittoria fu di molta importanza; imperciocchè, se i leali ne fossero iti colla migliore, che solo avessero potuto congiungersi colle genti del governatore, e del generale Clinton, e, stando in sul capo Fear, aspettato avessero gli aiuti che dovevano arrivare dall'Irlanda, certa cosa è, che gli affari del congresso sarebbero andati molto stretti nelle colonie meridionali. Oltreacciò i Caroliniani impararono a conoscere le proprie forze, e si levò via quella opinione, che generalmente aveva prevalso, della debolezza della Carolina Settentrionale; conciossiachè nella presente fazione non solo combattettero con prospero successo contro i Regolatori e gli Scozzesi, uomini europei, dei quali sino allora erano stati in gran terrore; ma ancora avevano in dieci giorni raccolti dieci migliaia di soldati, tutti buona e risoluta gente. Da un altro canto la fretta dei leali fu cagione della rovina loro. Poichè, se avessero temporeggiato sino all'arrivo delle genti d'Europa, ed allora solamente rizzate le insegne del Re, avrebbero certamente fatto qualche egregia pruova in suo prò, e forse fatto inclinare del tutto a favor suo le cose nelle province meridionali.
Ritornando ora a parlare del lord Dunmore, ei continuò ancora per lungo tempo a stanziare colle sue navi nelle acque della Virginia. Ma essendo tutti i luoghi, e tutte le coste diligentemente guardate dai provinciali, non solo non poteva fare impressione nissuna, ma neanco procacciarsi le cose necessarie al vivere di tanta moltitudine. Perciò essendo i calori grandi, le acque guaste, streme le vettovaglie, le genti stivate nelle navi, nacque pell'orribil puzzo e tanfo delle sentine, e pel sucidume dei corpi, in questi una pestilenziosa e mortalissima infermità, della quale morirono, e Bianchi, e Neri in grandissima copia; ma molti più di questi, che di quelli. In questo stato il navilio di Dunmore andava errando qua e là da questa isola a quell'altra, da questa piaggia a quella; ma quando ei voleva accostarsi alla terra, trovava le popolazioni nemiche, che il ributtavano, e per la debolezza delle sue genti non poteva far frutto. Per sopra mercato dei mali, i venti spinsero una parte delle navi sulle spiagge virginiane, dove i miseri sbanditi divenuti cattivi in mano dei proprj concittadini cambiarono le stanze delle puzzolenti corsie in oscure ed orribili prigioni. Finalmente per non morir di certa morte su quelle fatali spiagge, arse prima le navi meno preziose, andarono questi miseri avanzi di soldati e di cittadini sbattuti dalle tempeste, afflitti dalla fame, dalla sete e da mortalissime malattie a cercar rifugio, parte nelle Floride, parte nelle Bermude e parte nell'Antille. Così, discacciato del tutto il nemico, rimase assicurata la provincia. Cotal fine ebbe l'impresa di Dunmore contro la Virginia, e cotal esito sortì il disegno di aver voluto gli schiavi contro i proprj padroni loro rivoltare.
Non aveva intanto il congresso rimesso la diligenza negli apparecchj della guerra marittima; al che lo induceva la necessità di difendere le proprie coste dagli insulti dei corsali nemici, e d'intraprendere con ogni migliore modo possibile le navi loro da carico. A ciò non mancavano nè le materie atte alla costruzione delle navi, le quali erano anzi molto abbondanti, nè la copia nei marinari eccellenti, la quale era grandissima; ed essendo in gran parte cessati il commercio e le pescagioni, era venuta meno ogni opera, e non sapevan più dove esercitar l'industria loro. Lavoravasi perciò instantemente negli arsenali del Mariland, di Filadelfia, e dell'isola di Rodi, dimodochè, in sull'entrar dell'anno, si trovarono allestite e fornite di tutto il bisognevole nell'acque della Delawara le navi, l'Alfredo di 32 cannoni, il Colombo pure di 32, l'Andrea Doria di 16, il Sebastiano Caboto di 14, e la Provvidenza di 12; ed inoltre tredici galee, alle quali diedero i nomi seguenti: il Washington, il Dickinson, il Chatam, il Cambden, il Burke, l'Effingham, il Bulldog, il Franklin, il Congresso, lo Sperimento, l'Hancock e Adams, ed il Warren. Oltre a queste aveva il congresso ordinato, che si fabbricassero con ogni speditezza tredici fregate di trentasei cannoni ciascuna. Perchè poi si esercitassero le ciurme nell'arte della guerra marittima, ed anche per far procaccio di armi e di munizioni, e massimamente di polvere, aveva comandato ad Ezechiele Hopkins, capitano generale dell'armata, di recarsi sulle isole di Bahama. Partì Hopkins verso la metà di febbraio, e nel principio di marzo dopo un prospero viaggio arrivò all'isola Abacco, una delle Bahame. Quivi avendo inteso esservi in quella della Provvidenza gran copia di munizioni da guerra, precipitati gl'indugi, vi arrivò all'improvvista, e se ne impadronì. Trovarono gli Americani molte artiglierie con bombe e palle, e centocinquanta bariglioni di polvere, la quale era stata il principale oggetto della spedizione. Ritornando, conflissero onoratamente con una fregata inglese, e predarono un brigantino. L'armata del congresso con tutte le prede faceva porto a Nuova-Londra. Seguivano similmente frequenti abbattimenti nella cala di Boston tra le navi del comandante inglese Banks, e quelle dei Massacciuttesi. Uno dei più notabili fu quello, in cui il capitano Mugford si fe' padrone di una nave da carico, che portava molte armi e munizioni da guerra. In tal modo gli affari del congresso non solo procedevano prosperamente sulle terre vicine al mare, ma anche, cosa maravigliosa e nuova, sul mare stesso. Dal che quelle genti già concitate ed insuperbite pigliarono nuovo ardire e nuove speranze; ed appoco appoco si avvezzarono ad adoperare, come sogliono le nazioni in propria balìa poste. In quella misura, in cui succedeva lor bene la resistenza, in molti nasceva, in parecchj cresceva il desiderio, ed in altri si confermava il proposito dell'independenza.
Ma non camminavano già con simil prosperità le cose degli Americani nel Canadà. Arnold, il quale aveva continuato con poche genti l'assedio di Quebec, si trovava oppresso da grandissime difficoltà. Gli ajuti, che il congresso aveva promesso all'esercito canadese non arrivavano, se non lentamente, ed a spilluzzico, sia perchè pel rigor della stagione eran diventate le strade quasi impraticabili, sia perchè per l'infelice esito dell'assalto dato a Quebec si era molto raffreddo quell'ardore, che avevano in sulle prime gli Americani concetto per la novità, e la felicità dell'impresa. Ei pare che il congresso medesimo, o distratto dai troppi negozj, o impotente per la mancanza dei mezzi, abbia quasi tralasciato la cura delle cose del Canadà, od almeno non abbia continuato a fare tutti quei provvedimenti ch'erano necessarj. Invano si eran fatte marciare alla volta di Quebec quelle genti, che per la guardia di Monreale risparmiare si potevano. Le soldatesche, che obbedivano all'Arnold, appena che sommassero ad un migliaio di combattenti. I Canadesi poi, i quali sul primo giungere degli Americani gli avevano amichevolmente accolti e forniti di tutte quelle cose, che per le facoltà loro potevano, ora, essendo manomessi in più guise da quelle bande indisciplinate, cambiato avevano la benevolenza in odio. Del che ne avevan essi gran ragione. I preti cattolici erano stati non solo trasandati, la qual cosa irrita l'amor proprio, ma eziandio scherniti, il che suole ingenerare rabbia e desiderio di vendetta. Queste cose, aggiuntovi le insinuazioni del governator Carleton, e di tutti coloro, che seguivano le parti sue, avevan fatto di modo, che i preti medesimi negavano i sacramenti a coloro, che setteggiavano per gli Americani. E siccome questa risoluzione grandemente impressionava le menti dei Canadesi, e riusciva di un notabile pregiudizio agl'interessi dei provinciali, mandarono dalla Marilandia un prete cattolico, affinchè riempisse presso i Canadesi tutti gli uffizj pertinenti alla sua religione. Ma il rimedio fu tardo; perciocchè le cose già si volgevano a manifesta rovina; e contuttochè gli Americani avessero prosperamente combattuto contro Beaujeu, gentiluomo francese di molto ardire, il quale assembrati molti nobili canadesi ed altre genti, colle quali aveva autorità, aveva fatto una testa grossa e preso il campo, tuttavia questo non bastava per riparar a quei mali, che dalla debolezza loro, e dalle ingiurie fatte agli abitatori di quella provincia erano nati. Si aggiungeva a tutto questo, che si avvicinava la stagione, nella quale gli ajuti, che si sapeva esser partiti d'Inghilterra alla volta del Canadà, dovevan arrivare, e, sciolto il ghiaccio che ingombrava la navigazione del fiume San Lorenzo, avrebbero potuto salire sino alla città di Quebec. Sarebbe stata troppo pericolosa cosa l'aspettargli con sì deboli forze. Perciò Arnold, il quale era stato di fresco tratto dal congresso brigadiere generale, faceva con piccoli apparati, ma con grand'animo, ogni sforzo per rendersi padrone di Quebec. Imperciocchè in tal caso la nimistà dei Canadesi non avrebbe potuto nuocere, se non poco, ed i soldati inglesi avrebbero trovato chiuso il passo alle parti superiori della provincia. Della qual cosa aveva egli qualche speranza. Si trovava Carleton allora con tutto il presidio a molto stretti termini ridotto per la mancanza dei viveri, che i provinciali con eguale diligenza e felicità intraprendevano per ogni dove. Non cessavan nemmeno di noiare e fastidiare la guernigione con ispesse rappresentanze di battaglie, e con nuovi stratagemmi, sperando, che per la debolezza di quella si aprisse qualche via a potersi insignorir della città. Perciò vi si erano accostati più vicino, e già avevan piantate la artiglierie sulle rive del fiume per battere il navilio del governatore, ed avevan posto mano a lavorare nelle trincee. Traevano altresì con palle roventi, e briccolavano ogni sorta di fuochi artificiati dentro la città. Ma il governatore vigilantissimo provvedeva a tutto, e non dava adito alla fortuna. Crebbero vieppiù le difficoltà, in cui si trovavano gli Arnoldesi, quando entrò nel campo loro il vaiuolo, malattia tanto grave in quei climi. Dal che ne nacque, che gli ajuti, che si aspettavano, arrivavano a stento; molti fuggivano, alcuni s'inoculavano, sicchè tra i malati ed i fuggiaschi ridotta era l'oste a pochissimi soldati. Arrivava in questo punto il general Thomas. Prima di scioglier l'assedio vollero gli Americani far l'estrema pruova, tentando di metter fuoco alle navi del governatore, e stando pronti nel medesimo tempo a dar l'assalto, se mai vi nascesse dentro qualche tumulto. Essendo il fiume lungo le rive di Quebec già libero dal ghiaccio, mandarono la notte dei tre maggio all'insù un brulotto. Apparecchiavan le scale, ed ogni cosa per l'assalto. Ma gl'Inglesi, accortisi dell'inganno, incominciarono a trarre; e gli Americani che governavano il brulotto, vedutisi scoperti, lo arsero. In questo stato di cose avendo perduto ogni speranza di poter far frutto, sia per assalto, sia per assedio, scemando ogni di più le genti nel campo sì di numero, che di coraggio, non trovandosi più nelle riposte viveri da logorare, che per tre dì, e temendo grandemente, che arrivassero in sul fatto le navi inglesi cogli ajuti, si risolvettero ad abbandonar del tutto l'impresa, e di ritirarsi verso Monreale. La mattina stessa del dì, in cui si doveva il nuovo disegno mandare ad effetto, arrivava a veduta di Quebec l'Iside, nave da guerra da 54 cannoni, con la fregata la Sorpresa, ed un altro legno minore. Queste, con eguale industria che pericolo, avevano in mezzo ai grossi ghiacci felicemente navigato dalle bocche del San Lorenzo sino alla città. Portavano alcune compagnie di ottimi soldati al soccorso. Furono questi posti incontanente a terra, e le navi fattesi padrone del fiume intrapresero del tutto la comunicazione tra le varie parti dell'esercito americano. Presero eziandio molti navilj appartenenti ai provinciali. A sì improvviso accidente entrarono questi in grandissima consternazione. Abbandonarono tosto e precipitosamente gli alloggiamenti, lasciandovi il bagagliume, le artiglierie, le provvisioni ed ogni altra sorta d'impedimenti; le quali cose tutte vennero in potere dei nemici. Gli ammalati la maggior parte di vaiuolo scampavano, come meglio potevano. I Canadesi n'ebbero pietà, e gli nascondevano qua e là. Intanto il governatore era saltato fuori e gli perseguitava. Fe' non pochi prigioni. Ma i provinciali non si rimasero, finchè non ebber fatto ben quarantacinque miglia all'insù del San Lorenzo, e, preso un poco di riposo, si ritirarono sino alle bocche del Sorel, dove vennero a congiungersi con loro quattro reggimenti. Ivi morì di vaiuolo il generale Thomas, uomo bravo assai, ed in grazia di tutti pell'integrità e valor suo. Successe nel comando Sullivan. Carleton dopo sì prospero successo, trovandosi tuttora assai debole, si rimase dal perseguitare il nemico, e ritornò a Quebec per ivi aspettar gli ajuti, ed allora saltar fuori di nuovo ad onorata guerra. Ma prima esercitò l'umanità sua molto conspicuamente. Gli Americani feriti o malati si erano nascosti nelle selve, o nelle vicine abitazioni dei Canadesi, dove provavano ogni sorta di disagi. Il governatore mandò fuora un bando, col quale ordinò, che uomini a posta ne andassero in cerca, a spese pubbliche gli curassero, ed a tutti i bisogni loro provvedessero. E perchè non temessero di scoprirsi, diè la fede sua, che tostochè ricuperato avessero la sanità, sarebbe fatta loro piena ed intiera abilità di ritornarsene liberi e franchi alle case loro.