«Io non so, prudentissimi uomini e cittadini virtuosissimi, se delle faccende nate dalle civili discordie, delle quali sino a questo dì ci hanno gli scrittori delle storie tramandato la memoria, e le quali originarono o il desiderio della libertà nei popoli, o l'ambizione dei principi, alcuna se ne trovi, che più di quella, della quale ora a trattare abbiamo, grave ed importante si fosse, o sia che si risguardi il futuro destino di questo libero ed innocentissimo popolo, ovvero quello stesso dei nemici nostri, i quali, mal grado la crudel guerra e la tirannide nuova, sono pure i nostri fratelli, e dello stesso sangue nati, che noi siamo, ovvero infine quello di tutte le altre nazioni del mondo, le quali attente si sono rizzate in piè per rimirare il grande spettacolo, e presagiscono a sè stesse nella vittoria nostra maggior larghezza di vivere, o nella perdita più stretti vincoli, ed un più duro morso aspettano. Conciossiacosachè qui non si tratti di acquistare il dominio di qualche terra o territorio, o di volere ad alcuno con scelerata cupidigia soprastare; ma sibbene di conservare, o di perder per sempre quella libertà, che abbiamo dai maggiori nostri eredata, e che abbiamo a traverso i mari sterminati, in mezzo alle furiose burrasche cercata, ed in queste terre contro i barbari uomini, contro le crudeli fiere, e contro un pestilente cielo tante volte mantenuta e difesa. E se tante, e sì cospicue lodi date si sono, e tuttora si danno a quei generosi difenditori della greca e della romana libertà, che si dirà di noi, i quali quella, che non sulle voglie di una tumultuaria moltitudine, ma sugl'immutabili statuti, e sulle tutelari leggi sta fondata, difendiamo; non quella che il privilegio era di pochi patrizj, ma quella, che è la proprietà di tutti; nè quella infine la quale cogl'iniqui ostracismi, e collo spaventevole decimar degli eserciti era macchiata; ma sibbene quella, che tutta pura è, e dolce e gentile, e conforme ai civili e miti costumi d'oggidì? Or su dunque, che più s'indugia, o quali dimoranze son queste? Si dia fine alla bene incominciata impresa; e giacchè nella congiunzion coll'Inghilterra non possiamo più oltre sperare quella libertà, e quella felicità trovare, che tanto ci dilettano, si sciolga del tutto il nodo, e si ponga mano a quello, di che già di fatto godiamo, voglio dire all'intiera ed assoluta independenza. Nè voglio nell'ingresso medesimo del mio discorso tralasciar di dire, che se a queste fatali strette condotti siam noi, se a questo passo pervenuti, oltre il quale non potrà più altro tra l'America e l'Inghilterra intervenire, che quella pace, o quella guerra, che tra le forestiere genti esercitar si sogliono, ciò dalle insaziabili voglie, dai tirannici procedimenti, dai replicati, e più che decennali oltraggi dei ministri britannici dovrà solo, ed unicamente riconoscersi. Per noi non istette, che non fossero l'antica pace ed armonia ristorate. Chi non udì le nostre preghiere, e le supplicazioni nostre a chi non son note? Stancarono esse il mondo intiero. Solo l'Inghilterra non volle a quella misericordia verso di noi piegarsi, della quale si mostrarono tutte le altre nazioni liberali. E siccome la sopportazione prima, e poscia la resistenza non bastarono, che le preghiere inutili furono, siccome il sangue novellamente sparso, così dobbiamo noi procedere più oltre, e por mano alla independenza. Nè si creda da taluno, che questo sia un partito, ch'evitar si possa. Tempo verrà fuori di dubbio, si voglia o no, che la fatale separazione dovrà avvenire; perchè così portano la natura stessa delle cose, la popolazione nostra ognor crescente, la ubertà delle nostre terre, la larghezza del nostro territorio, l'industria dei concittadini, gli sterminati mari frapposti, la longinquità dei regni. E se questo è vero, come egli è verissimo, non è nissuno, che non conosca, che il più presto è il meglio, e che sarebbe non dico imprudenza, ma stoltizia il non pigliar la presente occasione, in cui l'ingiustizia britannica gonfiato ha i cuori di sdegno, spirato agli animi il coraggio, indotto nelle menti la concordia, riempiti gl'intelletti di persuasione, e fatto correre le mani alle difenditrici armi. E fino a quando dovrem noi valicare tremila miglia di un tempestoso mare, per andar a chiedere presso uomini altieri ed insolenti, o consiglio, od ordini ai nostri domestici affari? E non si confà ottimamente ad una nazione grande, ricca e potente, come siamo noi, ch'ella abbia in casa propria, e non in quella d'altrui il governo delle cose sue? E come potrà un ministro di uomini forestieri acconciamente delle cose nostre giudicare, delle quali cognizione non ha, e nelle quali non ha interesse? La varcata giustizia dei britannici ministri ci deve accorti fare dell'avvenire, se di nuovo potessero nei nostri corpi i duri artigli loro piantare. Giacchè così è piaciuto alla crudeltà dei nostri nemici di porci avanti gli occhi l'alternativa, o della servitù, o dell'independenza, qual è quel uomo generoso ed amante della patria sua, il quale stia in pendente per la elezione? Con questi uomini infedeli nissuna promessa è sicura, nissuna fede è santa. Pogniamo, il che il ciel non voglia, la soggiogazione, pogniam l'accordo. Chi ci assicura della mansuetudine britannica nell'usar la vittoria, o della fede nell'osservar i patti? Forse l'avere assoldato e spinto ai danni nostri gli spietati Indiani e gl'inesorabili Tedeschi? Forse la fede data, e rotta già tante volte nella presente querela? Forse la britannica fede della punica stessa più infedele riputata? Che anzi dobbiamo noi stimare, che, poichè venuti saremmo nudi, ed inermi nelle mani loro, abbiano contro di noi a disfogare il conceputo sdegno, ad esercitar la minacciata vendetta, a legarci, ed a strignerci con istrette catene per torci non solo la forza, ma anche la speranza di poter un'altra volta prorompere. Ma poniamo, nel caso nostro avvenga ciò, che mai avvenuto non è in alcun altro, cioè sia il governo britannico per dimenticar le offese, e per osservare i patti, crediamo noi, che dopo una sì lunga discordia, dopo tante ferite, tante morti, e tanto sangue possa la riconciliazione, che seguirebbe, esser durevole, e che di nuovo, e ad ogni piè sospinto, in mezzo a tanti odj, a tanti rancori, non nascano nuovi motivi di scandalo? Già son separate d'animo e d'interessi le due nazioni; l'una è consapevole dell'antica forza; l'altra diventata è della nuova; l'una vuol reggere senza freno; l'altra non vuol obbedir nemmeno colla libertà. Qual pace, qual concordia possonsi in tali termini sperare? Amici fedeli posson diventar bene gli Americani agl'Inglesi, sudditi non mai. E quand'anche credere si volesse, che la riunione fosse per riuscir senza rancori, non sarebbe ella senza pericoli. La potenza stessa, la ricchezza della Gran-Brettagna dovrebbero gli uomini preveggenti di timore riempire in sulle cose future. Essendo ella a tanta grandezza pervenuta, che poco o nulla a temere abbia dei potentati esterni, in mezzo alla sicura pace si ammolliranno gli animi, si corromperanno i costumi, invizierà la crescente gioventù, e, venute meno le forti braccia ed i generosi petti, diventerà preda l'Inghilterra di un nemico forestiero, o di un ambizioso cittadino. Se noi saremo tuttavia a quella congiunti, verremo a parte della corruttela e della sventura, tanto più da detestarsi, quanto più sarebbe irreparabile. Separati da quella, e tali quali siamo noi, non avremo a temere nè la sicura pace, nè la pericolosa guerra. E dichiarando la franchezza nostra, il pericolo non sarebbe maggiore, ma bene più pronti gli animi, e più chiara la vittoria. E' bisogna, che noi ci strighiamo da quest'incerti consiglj, e che usciam fuori da questi avviluppati andirivieni. Abbiamo noi la sovranità assunta, e non osiam confessarla; noi disubbidiamo ad un Re, e ci riconosciam per suoi sudditi; noi esercitiamo la guerra contro una nazione, dalla quale protestiamo ognora di voler dipendere. In mezzo a queste incertezze stanno dubbiosi gli animi; le ardite risoluzioni si impediscono; la via da tenersi non è spedita; i capitani nostri nè rispettati, nè obbediti; i soldati nè zelanti, nè confidenti; deboli noi di dentro, e vilipesi al di fuori; nè i forestieri principi potranno o stimare, o soccorrere sì timida, sì dubitamentosa gente. Ma bandita una volta l'independenza, e scoperto il fine, al quale si tende, diventeran ad un tratto più certi, e più risoluti i consiglj; e per la grandezza del proposito s'ingrandiranno gli animi; i maestrati civili di nuovo zelo si vestiranno, i generali di nuovo ardire, i soldati di nuovo coraggio, i cittadini tutti di più costanza, e con maggior prontezza attenderanno tutti alla bella, all'alta, alla generosa impresa. Temono alcuni del pericolo della presente risoluzione. Ma combatteranne forse l'Inghilterra contro di noi con più vigore o rabbia, di quanto abbia ella finora combattuto? Certo no. Chiama ella ribellione la resistenza all'opressione, del pari che l'independenza. E dove sono queste formidabili soldatesche, che abbiano a fare star gli Americani? Non hanno potuto le Inglesi, e potranno le Tedesche? Son queste forse più valorose, più disciplinate di quelle? Certo mai no. Senza di che, se è il numero dei nemici cresciuto, non è altrimenti il nostro diminuito; e l'uso dell'armi e l'esperienza della guerra ne' duri conflitti del presente anno acquistato abbiamo. E chi dubita poi, che l'independenza non ci guidi alle alleanze? Imperciocchè tutte le nazioni siano disiose di venir a parte del commercio nelle nostre ubertose terre, e nei nostri ricchissimi porti, che l'avara Inghilterra chiuso ha col monopolio sino a questi tempi. Nè meno son vaghe di veder una volta alfine l'odiata potenza britannica abbassata; che a tutti puzza questo barbaro dominio; tutti desiderano veder fiaccate quelle corna, e tutti renderanno colle parole e cogli aiuti immortali grazie ai valorosi Americani, per aver essi alla umanissima impresa dato cominciamento. Non altro aspettano i principi per iscoprirsi, che l'impossibilità degli accordi. Che se la risoluzione è utile, non è essa meno alla dignità nostra confacente. Pervenuta è l'America a quella grandezza, per la quale debb'ella fra le independenti nazioni esser annoverata. Di sì alto grado siam noi altrettanto degni, quanto gl'Inglesi medesimi. Perciocchè, se eglino son ricchi, ed anche noi lo siamo; se essi son valorosi, e noi pure così siamo; se essi son più numerosi, e noi per l'incredibile fecondità delle nostre caste spose crescerem tosto in frequenza di popolo, quanto essi cresciuti sono; se essi hanno celebrati personaggi in pace e in guerra, e noi pur ne abbiamo; e questi rivolgimenti politici son soliti a produrre i grandi, i forti, i generosi spiriti. Da quel che già si è da noi in questi primi principj fatto, facilmente arguir si può a ciò, che sarem per fare; poichè la sperienza è la madre degli ottimi consiglj, e la libertà quella degli uomini eccellenti. Già il nemico fu cacciato da Lexington da trentamila armati raccolti in un dì; già i famosi capitani loro dato han luogo in Boston alla perizia dei nostri; già le ciurme loro vanno vagando sulle ributtate navi pei mari immensi, morte di fame. Si accetti il favorevole augurio, e si combatta, non già per sapere con quali condizioni siam noi per servire all'Inghilterra, ma sì per poter fra di noi ordinare un viver libero, fondar un giusto, un independente governo. Combattettero i Greci contro l'innumerevol esercito dei Persiani prosperamente; poichè la libertà gl'ispirava. Afflissero con memorabili rotte la potenza dell'Austria, e sè stessi a libertà rivendicarono gli Svizzeri e gli Olandesi; perciocchè l'amor dell'independenza gli animava. Eppure anche questo Sole americano risplende sulle teste degli uomini valorosi; le nostre armi tagliano pure anch'esse; anche qui si sa, che cosa sia coraggio; anche qui si vede un universale consenso; anche qui si è imparato ad andar, non che animosamente, volentieri incontro alla morte per acquistare alla patria la libertà. Orsù adunque, che più s'indugia, perchè stiamo tuttavia a soprastare? Sorga, sì, sorga in questo faustissimo giorno l'americana repubblica. Sorga ella, non iscorrucciata, non conquistatrice, non fera; ma composta, ma pacifica, ma dolce. L'Europa ha gli occhi fissi in noi. Ella da noi chiede un esempio vivo di libertà, che contrastar possa per la felicità dei cittadini colla ognora crescente tirannide in su quei contaminati lidi. Ella ricerca da noi una gradita sede, dove possano gl'infelici trovar conforto, i perseguitati riposo. Ella ci prega, che noi apparecchiamo un propizio e ben coltivato campo, dove allignar possa, e crescere, e moltiplicare la sua bella e salutevol ombra abbondevolissimamente quella generosa pianta, la quale nata prima, e cresciuta in Inghilterra, ma ora dalle uggie malefiche della scozzese tirannide grama e stremenzita fatta, e dalla sua diletta stanza sbarbata, non trova in tutte quelle orientali terre una, che l'accolga, ed il vitale umore presti alle sitibonde, inferme ed illanguidite sue radici. Questo è il fine, a cui tendono tanti presi augurj; questo vogliono significare queste prime vittorie; questo mostrano il presente ardore, ed il consenso universale, questo presagiscono la fuga di Guglielmo Howe, e la pestilenza nata in mezzo alle genti del Dunmore; questo pronosticano i venti, che soffiarono insolitamente contrarj alle armate, ed alle inviate vettovaglie; questo istesso confermano le portentose burrasche, che sommersero le settecento navi in sulle coste di Terranuova. E se oggidì noi non manchiamo del debito nostro verso la patria, i nomi dei legislatori americani saranno nella mente dei posteri in quel luogo stesso posti, in cui son quelli di Teseo, di Licurgo di Romolo, di Numa, dei tre Guglielmi, e di tutti coloro, la memoria dei quali è stata fin qui, e sarà per l'avvenire cara agli uomini diritti, ed ai dabben cittadini.

Finito ch'ebbe Lee di parlare, si manifestarono da ogni parte fra gli ascoltanti non dubbj segni di approvazione. Ma non essendovi presenti i deputati delle province della Pensilvania e della Marilandia, e volendo anche il congresso con un po' d'indugio mostrare più maturità, aggiornò la cosa sino al dì delle calende di luglio. Intanto i libertini si travagliavano gagliardamente per ottenere, che si vincesse l'independenza anche nelle due province discordanti, e nei discorsi loro molto efficacemente intendevano alle persuasioni, aggiungendovi anche le minacce, che le altre colonie non solo le avrebbero dalla lega escluse, ma ancora corse sarebbero immediatamente ai danni loro. L'assemblea provinciale della Pensilvania non si lasciava svolgere. Fu convocato finalmente il popolo pensilvanese a parlamento, nel quale le disputazioni e le contese in proposito dell'independenza furono, e molte, e grandi. Giovanni Dickinson, uno de' deputati della provincia al congresso generale, uomo d'ingegno pronto, e di grande autorità, e che stato era, ed era tuttavia uno dei difensori più vivi dell'americana libertà, purchè però si consistesse nei termini della congiunzione coll'Inghilterra, orò nel seguente modo, siccome è fama, contro l'independenza.

«Sogliono per lo più gli uomini parziali, umanissimi e cortesissimi cittadini, meglio all'apparenza delle cose, e quasi alla corteccia di fuori nei discorsi loro risguardare, che alla ragione od alla giustizia; perciocchè il fine loro non sia di quetar i tumulti, ma sibbene d'incitargli; non di calmar le sfrenate passioni, ma d'infiammarle; non di compor le feroci discordie, ma di vieppiù inasprirle ed invelenirle. Nel che fare si propongon'essi, o di piacere ai potenti, od alla propria ambizione soddisfare, e ad ogni modo, andando a versi alla moltitudine, il favore suo accattare. Quindi è, che nelle popolari commozioni la più sana e la miglior parte, ed il diritto ed il giusto si trovan per l'ordinario coi meno, ed i contrarj coi più, ed in somiglianti casi i partiti, se pur si vuole, che non siano dalla ragione scompagnati, andar vinti dovrebbero per avventura, non col maggiore, ma piuttosto col minor numero dei suffragj. Le quali cose essendo così, da un buon principio debbe origine avere il mio ragionamento, siccome quello, che se non all'opinione dei più, certo a quella dei più modesti, dei più costanti e dei più indifferenti cittadini si rassomiglia, i quali questo tumultuario procedere detestano, questo voler far forza alle volontà, ed agl'intelletti condannano, questa tanta pressa in una cosa di tanto momento con gravissime parole biasimano, e grandissimamente abborriscono. Ma venendo a quello, ch'è il soggetto della presente controversia, dico, che gli uomini prudenti non abbandonano quelle cose, che certe sono, per correr dietro a quelle, che sono incerte. Che certa cosa fosse poi, che acconciamente ed utilmente potesse l'America governata essere alle leggi inglesi sotto il medesimo Re, e collo stesso Parlamento lo dimostrano chiaramente, e la durata felicità di ben dugento anni, e la presente prosperità, le quali il frutto sono di quelle venerande leggi, e dell'antica congiunzione. Non come soli, ma come congiunti ad altri, non colle americane, ma colle britanniche leggi, non come independenti, ma come sudditi, non come repubblica, ma come monarchia siamo noi a questa grandezza, ed a questa potenza saliti. E che cosa vogliono significare queste nuove fole immaginate ai dì della discordia e della guerra? Adunque gli abbagliamenti dell'ira avran più forza in noi, che l'esperienza dei secoli? O s'avrà tutto ad un tratto, ed in un momento di concetta collera a guastar la provata opera dell'antichità? So, che a tutti è caro il nome della libertà, ed io volentieri il concederò. Ma di questa abbiam noi goduto lungamente sotto la superiorità della monarchia inglese. Il che certo è; e vorremmo poi noi, lasciata questa in disparte, andarla a cercare, in non so qual forma di repubblica, la quale tosto si convertirebbe in licenza cittadina ed in popolare tirannide? E temo io bene, che, siccome nell'uomo il capo regge e sostiene tutte le altre membra, e con mirabile armonia le muove e governa, e tutti i moti loro con unità di consiglio allo stesso fine, ch'è la salute e la felicità sua, gl'indirizza, così ancora quel capo del nostro governo, che nel Re, e nel Parlamento è posto, quello sia, che solo possa le discordanti membra di questo, testè fortunato Impero, unite mantenere, ed i mali procedenti, o dalla varietà delle opinioni, o dalla diversità degl'interessi allontanando, la popolare anarchia, e la cittadina guerra impedire. E tanto son io in questo pensiero persuaso, ch'io credo, che la più crudele guerra, che far ci potrebbe l'Inghilterra, quella sarebbe di non farcene nissuna; ed il mezzo più sicuro per farci alla sua obbedienza ritornare, quello sarebbe di non usarne nissuno. Imperciocchè, cessato il pericolo dell'armi inglesi, le province sorgerebbero contro le province, le città contro le città, gli uomini contro gli uomini, e noi contro noi stessi quelle armi, colle quali il nemico combattiamo, rivolgeremmo. Tratti allora da un'insuperabile necessità, costretti saremmo a ricorrer di nuovo a quella tutelare autorità, che avevamo lungi gittata da noi, la quale forse non più nella condizione di cittadini liberi, ma sibbene a patti di servitù ci riceverebbe. Che pruova abbiamo fatto noi inesperti, e quasi fanciulli che siamo, di saper colle proprie gambe camminare, ed ai proprj consiglj reggerci? Nissuna; che anzi, se si dee delle future dalle preterite cose giudicare, la concordia nostra tanto basterà, quanto il pericolo, e non più; che già fin d'allora quando la possente mano dell'Inghilterra ci sostentava, per ignobili motivi di limitazioni di territorj, o di lontane giurisdizioni corsi siamo all'ire, alla discordia, e qualche volta perfino alle ferite. E che si dovrà pensare adesso, che i sangui sono riscaldati, ingrossati gli animi, le ambizioni svegliate, usate le armi? Abbenchè, se la congiunzione coll'Inghilterra tanta utilità ci presta per la pace interna mantenere, non è poi meno necessaria per procurarci presso le forestiere genti quella condescendenza e quel rispetto, che alla prosperità del commercio, alla dignità nostra ed al compimento di ogni nostra faccenda tanto sono richiesti. Finora nel nostro traffico colle altre nazioni la mano potente dell'Inghilterra, e la salutevole ombra delle armi sue ci difendevano e proteggevano; non come Americani, piccola e debol gente, ma come Inglesi nei ricchi porti, e nelle ragguardevoli città dall'occidente all'oriente, da tramontana al mezzodì ci appresentavamo; e con questo nome inglese addosso ogni porta ci era aperta, ogni via piana, ogni domanda con favore udita. Ma pongasi la separazione, ogni cosa si volgerà in contrario. Diventerà uso presso le nazioni, che noi ne siamo tenuti a vile; e perfino i pirati dell'Africa e dell'Europa correranno contro le nostre navi, e gli nostri uomini o uccideranno, o meneranno in crudele e perpetua schiavitù. Havvi in questo strano, oscuro, ed inesplicabile umano genere una evidente inclinazione ad opprimere ed a manomettere i deboli del pari, che a piaggiare ed a contentare i potenti; e più in esso opera il timore, che la ragione, più la superbia, che la moderazione, più la crudeltà, che la misericordia. So, che presso gli uomini è caro, e lodato il nome dell'independenza. Ma dico bene, e mantengo, che nella presente controversia gli amici dell'independenza sono gli autori della congiunzione, ed i fautori della servitù e della dependenza, i promovitori della separazione; se pure l'essere independenti vuol significare comandare e non obbedire agli altri, e l'esser dependenti obbedire e non comandare. Se l'esser independenti dall'Inghilterra, posto che ciò sia possibil cosa ad ottenersi, il che io niego, ci rendesse anche da tutte le altre nazioni independenti, si potrebbe abbracciar la proposta; ma cambiar la signoria inglese colla servitù mondiale è partito da stolti. Se voi bramate di essere a quella condizione ridotti, nella quale dovrete obbedire in tutto agli ordini della superba Francia, che ora sta facendo fuoco sotto, abbracciate pure la independenza. Se meglio amate la franchezza olandese, o veneziana, o genovese, o ragusea, ed alla britannica la anteponete, decretate pure la independenza. Ma se non vogliam cambiare la significazione delle parole, conserviam pure, e gelosamente mantegniamo, quella dependenza, che è stata fin qui il principio e la sorgente di questa prosperità, della libertà nostra, della sicura independenza. Ma qui parmi taluno guardarmi in viso, e dirmi, che nissuno niega, stata essere la congiunzion della America coll'Inghilterra cagione alla prima di molta utilità; ma che i nuovi ed insoliti consiglj dei ministri hanno tutto guasto e contaminato. Se io negassi, che il governo inglese dato abbia da dodici anni in qua un pessimo indirizzo alle americane faccende, e che i suoi nuovi consiglj non sappiano di tirannide, io negherei non solo quello che verissimo è, ma eziandio quello, che io stesso ho tante volte predicato e mantenuto. Ma crediamo noi, che non glien incresca, e non ne senta già buon tratto penitenza al cuore? Queste armi ch'egli apparecchia, e questi soldati ch'ei manda, non sono già per istabilire la tirannide in questi americani lidi; ma sibbene perchè, abbandonati i pericolosi consiglj, e vinta l'ostinazione nostra, consentiamo agli accordi. Nè giova il dire, che il governo quelle precauzioni userebbe, che atte sarebbero ad assicurarsi ad ogni modo di noi, e tentar poscia impunitamente sui popoli disarmati ogni maniera della più cruda superiorità. Conciossiachè il ridurci del tutto alla impossibilità della resistenza nei casi di oppressione non è cosa, che si possa fra le possibili annoverare. La lontananza della sede del governo, l'immensità dei frapposti mari, la popolazione nostra già grande, e ogni dì grandeggiante, l'animo bellicoso, la sperienza dell'armi; questi laghi stessi così larghi e così spessi, questi fiumi così frequenti e così grossi, questo sì vasto territorio, queste profonde selve, questi difficili e forti passi, queste sicure strette, ogni cosa atta alla resistenza, ogni cosa propizia alle difese, ogni luogo accomodato alle insidie faranno sempre in modo, che l'Inghilterra trovi un più sicuro imperio nella condiscendenza sua, e nella libertà di questi popoli, che non nel rigore e nell'oppressione. Oltrechè, la soprastanza continua delle nostre armi, e la costanza della vittoria sole potrebbero sforzar l'Inghilterra a riconoscere la franchezza americana; le quali se possiam noi sperare, chiunque che l'instabilità della fortuna conosca, potrà a giusta ragione giudicare. E se noi combattemmo felicemente a Lexington ed a Boston, siam pur perdenti stati sotto le mura di Quebec, ed in tutto il corso della canadese guerra. Nè nissuno non vede, che, se agli occhi di tutti è evidente la convenienza di ostare agl'insoliti tentativi dei ministri, la necessità di combattere per arrivare alla independenza non è egualmente manifesta a tutti. Si dee temere, che, cambiando il fine della guerra, si turbi eziandio il consenso, o si raffreddi l'ardor dei popoli nell'esercitarla, e che si scoprano in molti luoghi male soddisfazioni del nuovo stato. Se all'annullazione delle abborrite leggi la totale separazione dall'antica madre si sostituisse, starebbe la ragione dal canto dei ministri; noi meriteremmo l'infame nota di ribelli, e tutta la britannica nazione con gran consenso, e coll'estremo sforzo suo correrebbe contro coloro, i quali, da sudditi offesi e ricorrenti, diventati sarebbero di propria volontà esterni ed irreconciliabili nemici. Amavano gl'Inglesi il nome della libertà, che difendemmo; amavano la generosità e l'altezza dell'americana impresa; ma e biasimeranno, e detesteranno la proposta dell'independenza, e con animi concordi contro di noi combatteranno. Abbenchè io odo dire da questi propagatori di nuove dottrine, che i forestieri principi per gelosia contro l'Inghilterra non ci saranno dei soccorsi loro avari; come se pei principi assoluti far potesse l'esempio della ribellione; come se non avessero in questa stessa America colonie, nelle quali importa loro di mantenere l'ordine e la dependenza. E posto ancora, che più in quelli possano la gelosia, o l'ambizione, o il desiderio della vendetta, che il timore delle ribellioni, crediamo noi, che non sian per venderci ad assai caro prezzo quegli aiuti, che noi ne speriamo? Chi non conosce, a chi non dolse della perfidia e della cupidigia europea? Aonesteranno eglino con belle parole l'avarizia loro, e molto garbatamente, e con grandissima creanza, di ciò non dubito, dei nostri territorj ci spoglieranno, le nostre pescagioni e le nostre navigazioni impediranno, le nostre franchigie, ed i nostri privilegj intraprenderanno; e noi proverem con nostro danno, ma senza speranza di ristoro, quanto improvvido consiglio sia il credere a queste lusingherìe europee, ed il collocare negl'inveterati nemici quella fede, che negli antichi e sperimentati amici si aveva. Molti ancora per arrivar ai fini loro assai esaltano la repubblica sopra la monarchia. Io non sono in questo luogo per disputare, quale fra queste due qualità di governo debba l'uomo l'una all'altra preporre. So bene, che molte nazioni, e particolarmente la inglese, le quali fatto hanno pruova dell'una e dell'altra maniera di reggimento, trovato non hanno la pace ed il riposo, che nella monarchia. So bene ancora, che nelle repubbliche stesse popolari, tanta è nell'umana società la necessità della monarchia, i maestrati monarchici più o meno larghi, o stretti sonsi instituiti, e chiamati coi nomi di arconti, di consoli, di gonfalonieri, di dogi, e perfino di re. Nè voglio qui tralasciar di dire una cosa, la quale mi par molto vera, e questa è, ch'egli pare, che la costituzione inglese sia come quasi il frutto di tutti gli sperimenti da tanti secoli fatti in materia del civile reggimento dei popoli, nella quale sì fattamente si temperò la monarchia, che le malsane voglie del voler senza freno signoreggiare sono nel monarca rattenute, e si ordinò in sì fatta guisa l'autorità popolare, che l'anarchia ne è sbandita. Egli è perciò da temersi, che, tolto via il contrappeso della monarchia prevalga l'autorità popolare, e tutto tragga in iscompiglio e rovina; e che allora sorga qualche ambizioso cittadino, il quale occupi lo Stato, e spenga del tutto la libertà; poichè questa è la solita conversione degli Stati popolari mal temperati, che prima si volgono in anarchia, e poscia in dispotismo. Queste sono, cittadini e signori miei amantissimi, nella presente controversia le opinioni mie, le quali, se poste avanti gli occhi vostri non ho con ornate e veementi parole, certo almeno le ho candidamente e sinceramente, quanto per me si è saputo e potuto, donate ed offerite. E voglia il cielo, che i miei sinistri presagi non riescan veri un dì; e che voi in questo solenne concorso di popolo più non crediate alle gonfiezze, alle esagerazioni ed alle concitazioni degli uomini presontuosi e stemperati, che alle pacifiche esortazioni dei buoni e prudenti cittadini; conciossiachè la prudenza e la circospezione fondano e conservano gl'Imperj; la temerità e l'inconsiderazione gli fan rovinare».

Fu Dickinson con grandissima attenzione ascoltato; ma non essendo il temporale favorevole, ed operando in molti più il timore, che la opinione, non ottenne. Raccolto il partito, i più si trovarono in favore dell'independenza. Si fece adunque abilità ai deputati della Pensilvania di ritornar al congresso, e quivi consentire, che le colonie unite si dichiarassero liberi ed independenti Stati. Dickinson, essendosi tanto gagliardamente opposto, ne fu escluso. L'istesse cose si facevano nella Marilandia; e questa provincia debole in sè stessa, e situata nel mezzo delle altre, autorizzò anch'essa i suoi delegati a ritornar al congresso, e l'independenza approvare.

Adunque addì quattro luglio del presente anno riferendo Tommaso Jefferson, Giovanni Adams, Beniamino Franklin, Ruggiero Shermann e Filippo Livingston, le tredici colonie unite, rotta ogni leanza loro verso la Corona della Gran-Brettagna, si dichiararono Stati liberi ed independenti, ed assunsero il nome dei tredici Stati Uniti d'America. Il manifesto, che il congresso fe' pubblicare, per giustificare in cospetto di tutto il mondo la presente sua deliberazione, ed il quale si credette, fosse opera particolarmente di Jefferson, fu con molta concinnità di stile e di argomenti composto. Esso fu dagli scrittori di quei tempi grandemente celebrato, e fu il principio dell'independenza di una ricca e possente nazione. Incominciava con queste parole.

«Allor quando nel corso degli umani avvenimenti e' divien necessario ad un popolo di disciogliere quei vincoli politici, i quali ad un altro lo congiungevano, e di pigliar in mezzo ai potentati della Terra quella separata ed eguale stanza, alla quale le leggi della natura e di Dio gli danno diritto, egli si confà molto bene a quel rispetto, che alle opinioni dell'uman genere portar si debbe, il dichiarar le cagioni, che alla separazione spinto lo hanno.

«Noi crediamo, esser di per sè stesse evidenti queste verità, che tutti gli uomini creati sono eguali; che dotati sono dal Creatore loro con certi inalienabili diritti; che tra questi sono la vita, la libertà, ed il proseguimento della felicità; che per questi diritti sicurare si sono fra gli uomini instituiti i governi derivanti le legittime potestà loro dal consenso dei governati; che ogni qualvolta che alcuna forma di governo divien distruggitiva di questi fini, ha il popolo il diritto di alterarla, o di abolirla, e di un nuovo governo instituire in su tali principj fondato, e sì fattamente ordinato, che più probabilmente a lui appaia la sua sicurezza e felicità procurare. Egli è ben vero però, che la prudenza ci esorta, che non si debbono i governi da lunga pezza stabiliti di leggieri, nè per cause transitorie cangiare. Ed in fatti la sperienza ha dimostrato, che gli uomini più disposti sono a soffrire, quando i mali loro sono sofferevoli, che all'usar i diritti loro coll'abolir quegli ordini, ai quali sono eglino avvezzati. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni invariabilmente allo stesso fine tendenti dimostra il disegno di volergli sotto l'assoluto dispotismo ridurre, egli è il diritto loro, egli è il dovere di levarsi dal collo un tal governo, e nuovi guardiani provvedere alla futura sicurezza loro. Tale è stata la presente sofferenza di queste colonie, e tale è ora la necessità, che le costringe ad alterare i primieri ordini del governo».

Fatta quindi una diligente enumerazione dei torti ricevuti e delle sofferte oppressioni, conclusero con dire, che un principe, (intendendo del Re d'Inghilterra) il quale stato è l'autore di tanti atti di tirannide, era inabile diventato ad essere il reggitore di un popolo libero. Raccontate poscia le pubbliche appellazioni ai popoli inglesi fatte, aggiunsero, che non avevano questi voluto dar udienza alle voci della giustizia e della consanguinità.

«Noi pertanto, proseguirono, essendoci di necessità fermi nella separazione, dichiariamo, che gli terremo, come il restante genere umano, nemici in guerra, in pace amici.

«Noi adunque rappresentanti degli Stati Uniti di America in generale congresso convenuti, appellandone al supremo Giudice del mondo della rettitudine delle nostre intenzioni, in nome e per l'autorità del buon popolo di queste colonie, solennemente pubblichiamo e dichiariamo, che queste unite colonie sono, e di diritto esser debbono liberi ed independenti Stati: che assolute sono da ogni leanza verso la Corona britannica; e che ogni politica congiunzione tra queste e lo Stato della Gran-Brettagna è, ed esser dee totalmente disciolta; e che, siccome liberi ed independenti Stati, hanno elleno piena potestà di romper la guerra e di concluder la pace, di far le alleanze, di stabilire il commercio, e di tutti quegli atti, e cose fare, che agl'independenti Stati di diritto appartengono. E per l'eseguimento di questa dichiarazione, ponendo tutta la nostra speranza e fede nella protezione della divina Provvidenza, noi scambievolmente impegniamo l'uno all'altro, e l'altro all'uno le nostre vite, le nostre sostanze ed il nostro onore[1]».