«Io non credo già, signori miei, e cittadini amantissimi, che in questo solenne dì, in cui dee pigliar principio, od il subito ristoramento, o l'irreparabile rovina di questa nobilissima patria, ricercare da noi si debba, se abbiano i presenti ministri a continuare ad indirigere in sì perigliosa fortuna la sbattuta nave, ovvero se se ne debba ad altri commettere il timone. Altre più gravi cure debbono, se l'opinione mia non m'inganna, le menti vostre, e tutti i pensieri occupare. Imperciocchè, qualunque essi siano questi ministri, dei quali odo mormorarsi all'intorno, se noi abili siamo al far oggidì un'accomodata risoluzione, non dubito punto, che saranno pur anche essi capaci a farla a buono ed utile fine riuscire. Ma se noi, persistendo nei consiglj, che ci hanno in queste fatali strette impacciati, aggiungiamo agli errori antichi un nuovo errore, nè questi nè altri potranno nel desiderato porto ricondurci. Senza di che, coloro i quali son vaghi di ricercar le cagioni delle presenti disgrazie, e che agli attuali servitori della Corona le imputano, potranno a posta loro liberamente discorrerne in quel solenne giudizio, il quale già stato è in cospetto di questa Camera a questo fine introdotto. Di che cosa si tratta, e qual è la occorrente disquisizione? Viene contro di noi l'infedele e superba Francia, e ci minaccia di guerra, se ci risentiamo all'ingiuria, se non accettiamo le insolite condizioni. Qual è quel cittadino amante della sua patria, qual è quel Brettone, che non si muova a sdegno, che non s'infiammi a vendetta agl'inuditi oltraggi dell'implacabile rivale? Scorre anche nelle mie vene il britannico sangue, sento gli stimoli usati, ed i generosi ed alti consiglj approvo. Ma questo bene io condanno e, finchè avrò forza e vita, condannerò, che si voglia due guerre incontrare in luogo d'una sola, che si ami meglio l'aggiungere un nuovo nemico all'antico, piuttosto che, accordandosi con questo, avventarsi di conserva contro di quello. Vincer la Francia e l'America insieme è cosa da doversi tra le impossibili annoverare; superar la prima, accordandosi colla seconda, non che possibile, agevole. Ma per quest'ultimo fine ottenere egli è d'uopo riconoscere ciò, che oggimai impedir non possiamo, voglio dire l'americana independenza. E quali ostacoli si frappongono, o quali ragioni addur si possono contro ad una sì salutare risoluzione? Forse il desiderio della gloria, o l'onor della Corona? Ma oltre che l'onore sta nella vittoria, e la vergogna nella perdita, e che nei casi di Stato l'utile è l'onorevole, il riconoscere l'independenza degli Stati Uniti, egli è un riconoscere non solo quello che è, ma ancora quello che già, se non colle parole, colle opere almeno riconosciuto abbiamo. In quelle stesse provvisioni d'accomodamento testè accettate, se vogliamo dir il vero, ogni sorta di maggioranza è messa in disparte. Se l'intento nostro è di continuare nella superiorità, già abbiamo conceduto troppo; se quello di pacificarsi, troppo poco; ed il nostro tentare stesso di volergli dependenti tenere gli farà procedere più oltre nella via della independenza. Così di leggieri non si cambiano le inveterate inclinazioni, nè così facilmente le risoluzioni prese dopo lunga e matura deliberazione si pervertono. Se guarderem bene addentro, facil cosa sarà il conoscere, che quelle non sono state l'effetto di un trasporto di cadevol ira, o di momentanea escandescenza, ma sì piuttosto il compimento di un antico e molto bene considerato disegno. Tentaron essi prima i guadi, e, trovatigli sicuri, gli passarono; nè diedero avanti un passo, se prima non furono o dalla favorevole fortuna delle battaglie, o dal consenso universale dei popoli assicurati. Fecero essi la dichiarazione dei diritti nel 1774, la quale già poco colla maggioranza inglese poteva consistere. La confermaron poscia col manifesto, col quale si sforzarono le armi loro giustificare; e finalmente dichiararono la independenza, la quale stata è il colmo ed il perfezionamento di quell'opera macchinata già buon tempo fa, dalla stessa natura delle cose favoreggiata, e dai coloni, già son tre anni, con tanta costanza e valore difesa. Se allorquando questi popoli si vedevano dai principi europei abbandonati, e soli lasciati nella sanguinosa contesa; se quando gli estremi sforzi loro prodotto non avevano, se non disgrazie e danni; se quando parevano non che ad essi, a tutto il mondo le cose loro disperate, nissun segno diedero di volersi acchinare; che anzi con una fermezza, da chiamarsi piuttosto ostinazione che costanza, nell'intrapresa via continuarono, come possiam noi sperare adesso, che i fati si son volti a lor favore, che non solo si sono abili trovati a resistere all'armi nostre, ma di più dall'un canto, avuta contro di noi una gloriosa vittoria, fecero le più valorose genti regie cattive, e dall'altro strettamente assediano dentro le mura di una sola città un esercito poco fa vittorioso; quando vedon l'Europa alzarsi in piè al patrocinio loro; quando scorgono le più possenti nazioni, e riconoscer la independenza loro, e tenergli in luogo d'eguali, ed ammettergli come alleati; quando già la Francia si scopre; quando si sa che la Spagna sta per iscoprirsi, quando non si dubita, che la Olanda verrà dietro; come, dico, possiam noi sperare, sian essi per rinunziare al loro franco e nazionale governo per accettar il nostro, soggetto e provinciale? Come possiam noi sperare di poter vincer quel nemico ora unito ad altri, contro il quale solo stati siamo perdenti? Abbonda la Francia d'uomini pugnaci e valorosi, e di questi ne manderà il bisogno nell'americane terre; e se saremo noi abili, non che al conquistare, al resistere, ognuno sel pensi. Senza di che, nissun non s'accorge, che veggendo noi sin di qua le francesi spiagge, e stando quel governo fornitissimo di apparecchj navali, se non abbiam timore, certo dobbiam sospetto avere di un assalto dentro di queste terre stesse, dalle quali minacciamo noi tanto sterminio all'America che ci combatte, ed alla Francia che la soccorre. Quindi è, che quei soldati, che si potrebbero alla guerra americana mandare, dovranno nella Gran-Brettagna ristarsi per difendere le sante leggi, i sacri altari, la patria stessa contro il francesco furore. Già sta pronta a sboccare la numerosa armata da Brest, già le coste della Normandia si empiono di soldati, già fan vista di avventarsi contro di questo felice regno. Noi intanto stiamo qui deliberando, se sia meglio aver più nemici, che un solo; o se sia più profittevole il combattere ad un tempo l'America e l'Europa a nostri danni congiurate, che l'Europa combattere coll'armi dell'America con essi noi confederata. Nè nel partito che io pongo, son io solo a contendere, consistere la salute dell'Inghilterra, ma tutti gli uomini prudenti venuti sono nella medesima sentenza, alla quale s'accosta la voce universale dei popoli, i quali a queste deliberazioni dei ministri, più ventose che animose, s'insospettiscono, e mali irreparabili alla patria presagiscono. Del che non dubbia pruova si ha in questo, che i capitali dei monti non poco disavanzarono, tostochè s'intese di questa nuova pazzia ministeriale, e di questa più scozzese, che inglese ostinazione. Dite su, o ministri, or dolci al credere, or ostinati al deliberare, come facilmente avete riempiuto voi l'accatto dei varcati dì, e l'interesse che ne pagate? Ma voi vi ristate. Ciò non dovrebb'egli farvi accorti della perversità delle risoluzioni vostre? So, che alcuni vanno spargendo, che il riconoscere l'indipendenza, oltrechè sarebbe cosa nel fatto poco onorevole, sarebbe anche nel fine incerta, nissuna sicurtà avendosi, che gli Americani ne vogliano star contenti. Ma come possiam noi credere, siano gli Americani per anteporre alla nostra l'alleanza della Francia? Non son questi quei Francesi medesimi, che già gli hanno voluti soggiogar altre volte? Non son questi quei Francesi, che non istaranno contenti, finchè non avranno spento al tutto il nome e la lingua inglese? Come si può dubitare, che non entri nell'animo degli Americani il pensiero, che, distrutto una volta il propugnacolo dell'Inghilterra, saranno essi posti senza scudo e senza difesa alcuna in balìa della Francia, la quale ne farà il voler suo? Come non si accorgeranno essi di questa insidia francese, non nuova, ma ora dall'imprudenza nostra più vicinamente apparecchiata, la quale consiste nel voler romper l'unione nostra per opprimerci spartiti? Preferiranno eglino certamente l'amicizia e la lega francese alla dependenza; ma questo so, e certo sono che ameran meglio l'alleanza britannica congiunta coll'independenza. Oltreacciò a nissuno è nascosto, essere gli Americani sdegnati contro la Francia per aver essa in questo stesso negoziato fatto mercato dell'avversità loro, e posta a prezzo la independenza. Vagliamci noi, se saggi siamo, degli effetti della francese avarizia, e sì facendo sperimenteremo amici quelli, che oramai sudditi avere non possiamo. Senza di che, passate anche sotto silenzio tutte queste cose, facilmente si vede, che l'interesse solo del vicendevole commercio farà sempre in modo che gli Americani, postergata la francese amicizia, alla nostra s'accosteranno. Ma perchè mi vado io aggirando per persuadervi ciò, di che posso ad un tratto dimostrativamente rendervi certi? Ho io veduto e letto con questi occhi miei proprj una lettera scritta da Beniamino Franklin, uomo, come ognuno sa, d'autorità tanto irrefragabile presso quei popoli, e mandata a Londra dopo che stato era fermato il trattato della lega tra la Francia e l'America, per la quale affermò, che se la Gran-Brettagna rinunziar volesse alla superiorità, e cogli Americani, come con una independente nazione trattare, potrebbe essa tosto aver la pace coll'America. Non son queste le novelle e le baie, colle quali i nostri buoni ministri si lasciano intrattenere dai fuorusciti. Ma s'ella è chiara la probabilità dell'amicizia e della lega coll'independente America, egli è del pari chiaro ed evidente, che invece di diventarne noi più deboli, ne diverremo, malgrado la separazione, e più atti alle offese, e più gagliardi alle difese. Imperciocchè una parte di quei soldati, che ora l'inutil guerra esercitano nelle colonie nostre, potranno allora opportunamente condursi a porre i presidj nel Canadà e nella Nuova-Scozia, e queste province da ogni insulto e pericolo guarentire. Altri potranno recarsi ed a guardare le nostre isole, e ad assaltare le francesi, le quali sopraffatte dall'improvviso impeto, e non sufficientemente munite, in mano nostra verranno. Il nostro navilio poi potremo in tal modo partire, che ne siano le possessioni nostre ed il commercio sì d'America, che d'Europa guarentite e difese. Così liberi del tutto da quelle molestie americane, ci sarà fatto abilità di rivolgere tutti i nostri pensieri e le forze contro di questa inquieta Francia, e farle pagare il fio dell'oltracotanza ed ardimento suo. Per la qualcosa io porto opinione, che, lasciate dall'un de' lati le mezzane vie, ed ampliando il mandato dei commissarj, che in America s'inviano a far le concessioni, sia fatto loro abilità di trattare e consultare, e finalmente accordare e riconoscere gli Americani come una nazione independente colla condizione però, ed in quel punto stesso, in cui concluderanno con essi noi un trattato di commercio, ed una lega difensiva ed offensiva. Per avventura, se della opinion mia non m'inganno, maggior frutto ricaveremo noi da questa sola risoluzione, che non da parecchie vittorie in una disperata guerra. Che per lo contrario, se vogliamo ostinati nell'invasazione persistere, proveremo con nostro irreparabil danno, quanto pregiudiziale consiglio sia il credere più alle apparenze che alle realtà, ed il lasciarsi trasportare alle ingannatrici passioni del dispetto e dell'orgoglio. Siate pur sicuri, che se non avranno i commissarj il mandato libero per riconoscere l'independenza, l'opera loro in America riuscirà di nessun frutto, e meglio saria il non mandargli, che il mandargli all'onte ed agli scherni».
Queste ragioni gravi in sè stesse, e con molta asseveranza dette fecero molta impressione nella mente dei circostanti, e si vedeva chiaramente, che alcuni fra i ministeriali medesimi balenavano. Ma il signor Jenkinson preposto agli affari della guerra, e personaggio di non poca autorità, fece dalla contraria parte la seguente orazione.
«Debbono, onorandi cittadini, le nazioni, come gli uomini, seguire il giusto e l'onesto; il debbon tanto più efficacemente, quando caso è ancora, siccome per lo più è, onorevole e grande; e da un altro canto nessuna cosa più nuoce alla felicità degli Stati, che l'incertezza e l'instabilità dei consiglj. Imperciocchè il volere, ed il disvolere spesso significano da una parte in coloro che reggono, o debolezza di mente, o timidità d'animo; dall'altra sono non di rado cagione, che non si finiscano i disegni. Le quali cose essendo vere, siccome sono verissime, spero io, che non durerò molta fatica a persuadervi, che nella presente causa, nella quale gli uomini parziali corron pur troppo dietro a vane immaginazioni, molto bene si confà alla giustizia del pari che alla dignità nostra, ed ai più gravi interessi di questo regno il non discostarsi dagli abbracciati consiglj. Comunque abbia a girar la ruota sua la fortuna, questa, che facciamo, è una giusta guerra. Così definì la sapienza del Parlamento; così confermò il consenso dei popoli; così vuole la natura stessa delle cose. Perchè poi questa medesima guerra stata non sia fortunata, non è questo il tempo da doversi investigare. Comunque ciò sia, il difetto di prospera riuscita ha fatto in modo, che ora i Francesi c'insultano, e minacciano di assaltarci. Sonci alcuni, i quali vogliono, che in tale condizione la Gran-Brettagna si disperi, che deliberi disonoratamente, che dia per una minaccia francese vinta la causa agli antichi suoi sudditi. Ma che dico? Vogliono perfino, che noi temiamo di noi medesimi, e par loro già di vedere sventolar a rincontro delle porte di questa città le francesi insegne. Ma, lasciate dall'un de' lati le battisoffiole di questi uomini, non so se mi debba dire ambiziosi, o paurosi, io sarò per dimostrarvi, che la via, che sin qui si è seguita, non è solo giusta ed onorevole, ma ancora utile e profittevole. Ed in sul bel principio del mio ragionamento dimanderò io a questi sviscerati amici dei ribelli, se certi sono, che l'America intiera, ovvero solo pochi faziosi, i quali coll'arti, e coll'audacia loro si sono della somma delle cose impadroniti, vogliano l'independenza avere. In quanto a me si appartiene, io avviso, che questa independenza sia piuttosto una visione, la quale appare ai cervelli vaghi di nuove cose al di là, e al di qua dell'atlantico, che un universale desiderio dei popoli. Di ciò fan fede tutti gli uomini prudenti, che hanno lungamente conversato con quella gente invasata; questo medesimo attestano i migliaia di leali, che corsi sono alle reali insegne nella Nuova-Jork, e combattuto hanno pel Re nelle pianure di Saratoga, e sulle sponde del Brandywine. Questo finalmente confermano le prigioni stesse ripiene di uomini, che hanno amato meglio perdere la libertà, che rinunziare alla leanza; e preferito un vicino pericolo di morte all'impresa della ribellione; e se l'opera loro non riuscì di quella utilità, che dal numero e possanza loro aspettar si doveva, ciò non da tiepidezza, ma piuttosto dall'eccessivo zelo, che gli fece prorompere innanzi tempo, si debbe riconoscere. Ogni ragione persuade, che a quest'uomini, stati fedeli sin quando pretendeva l'Inghilterra alla tassazione, molti altri si aggiungeranno, ora che a quella si è rinunziato; poichè già tutti si sono accorti, quanto sia da anteporsi il vivere sotto il moderato imperio d'un giusto principe alla tirannide d'uomini nuovi ed ambiziosi. Qualche cosa ancora si dee concedere alla corrispondenza dei sangui, alla comune favella, agl'interessi vicendevoli, alla medesimità dei costumi, alla ricordanza dell'antica congiunzione. Quello stesso argomento tratto dal mio avversario dall'avarizia e dalle stranezze usate agli Americani dal governo francese nel negoziato della lega, molto mi persuade, che al nuovo, cupido, insolente ed infedele amico anteporranno l'antico, benefico ed amorevole concittadino. Nè debbo io sotto silenzio passare una cosa, che ad ognuno è nota, e questa è la povertà dell'erario americano, la quale fa, che affamano, e van nudi i soldati; che il congresso non si può di nessuna cosa necessaria allo Stato accivire; ed i creditori non hanno a gran pezza l'aver loro dai debitori; cosa di gravissimi scandali, d'ire private, e di molte maledizioni contro il governo loro cagione. Nè vi è nissuno fra gli Americani, il quale non veda, che, accettati i termini dall'Inghilterra proferiti, la Camera pubblica sarebbe ristorata, le proprietà particolari sicure, l'abbondanza in ogni parte del socievol corpo restituita. Verso la quale prosperità con maggior animo concorreranno, quando vedranno la possente Inghilterra, essersi risoluta al tutto a volere far pruova della sua fortuna, e con ogni sforzo suo la guerra continuare. Certamente non crederanno essi, che neanco gli aiuti di questa superba Francia possano di breve costringerci a calare ai vergognosi accordi. Parmi veder correre già fin d'adesso, o m'inganno forte, le americane genti alle nostre insegne, parte per fedeltà verso il Re, parte per amore del nome inglese, parte per la speranza del ristoro, parte per disgusto contro i nuovi ed insoliti alleati, e parte infine per concetta collera contro la tirannide del congresso. Allora è, che ci applaudiremo della costanza nostra, e conosceremo, quanto miglior partito sia stato, l'aver la parte più onorevole e degna di così gran Reame, come questo è, seguitata. Se non che io credo ancora, che la nuova guerra contro la Francia in luogo di sbigottirci, debba a migliori speranze innalzarci. Poichè se finora poco frutto abbiam fatto contro gli Americani, qualunque di ciò ne sia stata la cagione, qual è quell'Inglese, che non isperi, anzi che fermamente non creda, di dover le gloriose vittorie contro i Francesi riportare? Di ciò mi persuade la ricordanza delle passate imprese, l'amor dell'antica gloria, il presente ardire dei nostri soldati, e soprattutto la potenza del nostro navilio. Quindi è, che le cose prosperamente fatte per terra e per mare contro i Francesi compenseranno le perdite avute in America, e mancata agli Americani la speranza, che sì grande han posta nella efficacia degli aiuti del nuovo alleato, isbigottiranno, e preferiranno la sicura pace degli accordi alla futura independenza cotanto incerta renduta dalle nuove sconfitte degli alleati. Oltre a questo chi oserà affermare, che non sia la fortuna per inclinare a favor nostro sulle terre stesse americane? Forse non dobbiam noi sperare, che le armi nostre portate nelle province piane, fertili ed abbondanti di leali, più fortunate saranno, che allorquando nelle contrade delle montagne, e sterili, e selvagge, e piene di ribelli si esercitarono? Per me non dubito punto, che la felicità della guerra giorgiana e caroliniana sarà per ristorarci dell'infelicità della guerra cesariana, e pensilvanica. Ma pongasi, il che Dio non voglia, l'infelicità della guerra, io questo pure mantengo, che noi non dobbiamo però ristarci; imperciocchè se si perderà l'impresa, non si perderà l'onore; ed amo meglio, che l'americana independenza, seppure quest'è colassù prefissa dai fati inesorabili, sia piuttosto il risultamento dell'avverso destino, che della viltà nostra. Così adunque ci troverà dolci la Francia, che noi siamo per abbandonare la nostra fortuna, e per cedere alla fama della nimicizia di lei il possesso di tanta gloria? Noi che tutti ancora ci ricordiamo del tempo, in cui dopo d'avere colle replicate vittorie abbassato l'orgoglio e la potenza sua, correvam trionfanti i mari tutti e le terre americane? Di qual paese adunque sono gli autori di sì timidi consiglj? Inglesi forse? Per me nol credo. Di chi è questa bassezza d'animo, che ci vuol far disperare? Quella forse di donnicciuole, o di fanciulli aombranti? Certo il crederei, se non gli vedessi venire spesso fra queste mura a far le sinistre cornici, a sbizzarrirsi della fantasia di dir male della patria loro, a favellar dilettevolmente della debolezza sua, e la potenza dell'ambizioso nemico magnificare. E qual è poi questa Francia, che ci debba far tremare così molto alla prima? Dove sono le ciurme sue pratiche delle opere navali? Dove i soldati, che abbian vedute le battaglie? Dirò io a coloro che nol sanno, o che fan le viste di non saperlo, ch'ella è a questo tempo da interno male occupata, il quale farà, che verrà meno, quando vorrà muoversi. Chi non sa, che le mancan trenta milioni all'anno per far le spese allo Stato? Chi non sa, che delle prestanze non si può valere, gli uomini abbienti i grossi capitali essendovi e rari, e sfiducciati? E non solo la diffidenza vi è grande; ma l'opinione vi è contraria alla natura del governo. Imperciocchè per le spesse investigazioni, che recentemente si son cominciate a fare in Francia in fatto delle materie di Stato, già vi si va dicendo, che il vigesimo è un dono gratuito; che ognuno ha diritto di potere, e della necessità sua giudicare, e l'uso sopravvederne. Inoltre già s'incominciano a pruovar in Francia i pregiudiziali effetti dello zelo, col quale vi si è questa medesima causa americana favoreggiata; che quelle massime della monarchia con tanta costanza, e per sì lungo spazio mantenute dai Francesi, già sonvi contaminate con quelle della repubblica; e questi semi di libertà sempre diminuiscono la forza del governo, e se vi metteranno radice, e vi pulluleranno, noi vedremo il francese governo, quanto un altro qualsivoglia distratto e disordinato. Odo favellare della difficoltà degli accatti fra di noi, e del disavanzo dei monti. Ma i prestatori già sonsi obbligati, e le prime rate son pagate, e l'interesse è non solo non ingordo, ma moderato molto più là di quello, che il nemico avrebbe desiderato, e questi paurosi predicavano. Quanto al disavanzo stato è di niun momento, e già si son riavuti. Ma che dirò di quell'altro spauracchio dell'invasion francese? Noi abbiamo un formidabile navilio, trentamila stanziali, ottima gente; possiamo ad un tratto fare adunata delle bande paesane sì fattamente, che la Francia si terrà giù dall'impresa al tutto, o che glien increscerebbe, se la tentasse. Così di leggieri non si vincono questi Brettoni; nè questa patria è così facil preda a chicchessia. Dicesi ancora, che gli Americani son pronti a far lega con noi, e che di ciò ne hanno gettato i motti; e questi uomini credevoli già si lascian tirare. Non sappiamo noi, che coloro, i quali muovono queste pratiche, se però si dee prestar fede a questi romori, sono i rompitori dei patti di Saratoga, quegl'istessi, che imprigionano, che tormentano, che uccidono i fedeli sudditi del Re? Per me temo il dono, e ch'il reca; temo le americane insidie; temo gli ammaestramenti francesi; temo, vogliano avvilirci col rifiuto, dopo d'averci ingannati coll'offerta. Fin qui son ito divisandovi ciò, che la ragione di Stato da voi richiede; ora brevemente vi parlerò di quello, che la gratitudine, la giustizia, la umanità ricercano. V'incresca di coloro, i quali in mezzo al furore della ribellione si sono al Re, a voi, alla patria conservati fedeli. Muovetevi a pietà di quelli, i quali tutte le speranze loro han poste nella vostra costanza. Abbiate compassione alle spose, alle vedove, a' figliuoli loro, i quali, esposti ora senza difesa all'americana rabbia, pregano il cielo per la prosperità dell'armi regie, e nissun altro termine traveggono ai martirj loro, che nella vittoria vostra. Vorrete voi tutti questi abbandonare, e far pruovare loro danno della fede, che hanno avuta in voi? Dimostreranno gl'Inglesi minor longanimità nei proprj interessi loro, che i leali americani dimostrato ne hanno? Ah! questi abbominevoli consiglj non furono mai seguìti da questo generoso Regno. Parmi anzi già di vedere i vostri forti petti riempirsi di sdegno, e già le voci gridar vendetta degl'inusitati oltraggi, e già correr le mani alle riparatrici armi. Itene, o padri, a quel destino, al quale il ciel vi chiama. Salvate l'onor del Regno, soccorrete ai miseri, proteggete i fedeli, difendete la patria; e vegga l'Europa con maraviglia, e provi la Francia con danno, che scorre tuttavia nelle vostre vene immaculato e puro il britannico sangue. Per istringere adunque in poche parole ciò, che di questo io sento e penso, dico, che, posto dall'un de' lati il partito del mio avversario, si assicuri il Re, essere i suoi fedeli Comuni pronti a tutti quei mezzi somministrargli, i quali saranno necessarj a mantenere l'onor del suo popolo, e la dignità della sua Corona».
Finito ch'ebbe Jenkinson di parlare, seguì nella Camera un bisbiglio incredibile. Finalmente posto, e raccolto il partito fu quasi con tutti i voti deliberato, che si ringraziasse il Re, si continuasse a combattere contro le colonie, si prendesse la guerra contro la Francia.
Ma nella tornata della Camera dei Pari de' sette aprile, dopochè il Duca di Richmond aveva orato con accomodatissime parole, e con gagliardi argomenti sforzato si era di dimostrare, ch'era ormai tempo di dare un altro indirizzo agli affari del Regno, successe un caso molto lamentevole. Erasi il conte di Chatam, quantunque oppresso da una piuttosto mortale, che grave infermità, nella Camera, sebbene non senza grandissima fatica condotto, ed udite le nuove proposte che andavano attorno, e non potendo sopportare che si volesse la separazione dell'America persuadere, disse queste, che furono per esso lui le ultime parole:
«Signori, io mi sono fra queste mura in questo dì, non so come, certo oltre mia balìa recato per esprimere l'indegnazione, che io sento all'udire della renunziazione alla sovranità dell'America motivare. Mi rallegro io meco stesso, che il sepolcro non si sia ancor chiuso sopra il mio morto corpo; ch'io viva ancora per poter alzar la mia voce contro lo smembramento di quest'antica e nobilissima monarchia. Oppresso, come sono, e quasi del tutto vinto dal malore, poco io posso alla mia patria in sì periglioso frangente soccorrere. Ma, signori, finchè avrò vita e spirito, non consentirò mai, che si privino i reali discendenti della Casa di Brunswich, gli eredi della principessa Sofia, del più bel retaggio loro. Dov'è colui, che s'ardisce dare un tal consiglio? Succedette Sua Maestà ad un impero altrettanto grande in estensione, quanto immaculato in riputazione. Offuscherem noi lo splendore di questa nazione con una ignominiosa renunziazione de' suoi dritti, e delle sue più belle possessioni? Dovrà questo gran reame, il quale tutto ed intiero sopravvisse alle danesi depredazioni, alle scozzesi correrie, ed alla normanna conquista, che stette forte contra la minacciata invasione della spagnuola armata, cader ora prostrato a piè della Casa dei Borboni? Certamente, signori, questa nazione non è più quella ch'era. Potrà un popolo, il quale, son ora diciassette anni, era il terror del mondo, ora tanto abbassarsi, che dir possa al suo inveterato nemico: te', quanto abbiamo; solo dacci la pace? è cosa impossibile. In nome di Dio, se sceglier dobbiamo tra la pace e la guerra, e la prima non possa mantenersi, e perchè non cominciam l'altra senza esitare? Non conosco per verità, quali siano gli apparecchiamenti di questo regno; ma spero bene, siano sufficienti a preservare i suoi giusti diritti. Ma, signori, ogni cosa è migliore della disperazione. Facciasi almeno uno sforzo, e se cader dobbiamo, caggiamo com'uomini».
Qui fece fine al suo parlare. Sorse il Duca di Richmond, e cercò con sue ragioni di persuadere, che conquistar l'America per la forza dell'armi era cosa impossibile diventata, e che miglior partito era congiungersela in alleanza, che gettarla in grembo alla Francia. Volle il conte di Chatam replicare e ben tre volte tentò di alzarsi. Tutto fu indarno. Cadde in fine svenuto sul suo seggio. S'affoltarono per soccorrerlo il Duca di Cumberland, e parecchj altri de' principali membri della Camera. Trasportaronlo così fuori di senso com'egli era, nella vicina camera, che chiamano del principe. Successe una confusione, ed un andare e venire incredibile. Il Richmond sollecitava, che, stante questa pubblica calamità, si aggiornasse la Camera al dì seguente, e così fu fatto. L'indomani, ricominciatosi a discutere intorno il partito posto da Richmond, e poscia raccoltolo, non si ottenne.
Addì undici marzo passò da questa all'altra vita nella sua età di settant'anni Guglielmo Pitt, conte di Chatam. Agli otto giugno lo seppellirono con onoratissime, e pubbliche esequie nell'Abbazìa di Westminster, dove gli fu poco poscia rizzata un monumento. Fu egli, ossiachè si riguardi l'ingegno, o la virtù, o le cose fatte in prò della patria, uomo piuttosto da eguagliarsi agli antichi, che da anteporsi ai moderni. Ebbe lungo spazio in mano il governo del ricchissimo reame d'Inghilterra, e recatolo a tanta gloria, che mai ne' passati tempi non che avesse avuto, non avrebbe sperato l'uguale. Morì se non povero, certo sì poco facoltoso, che la famiglia sua non ne avrebbe potuto vivere orrevolmente. Il che non si sarebbe detto senza ragione a quei tempi, e molto manco si direbbe nella presente età. Ma la ricordevol patria riconosceva nei discendenti la virtù del padre. Fece il Parlamento una provvisione annua e perpetua di quattromila lire di sterlini alla famiglia di Chatam, e pagò di vantaggio ventimila lire di sterlini di debiti, che aveva Guglielmo contratti per mantenere il grado suo e la numerosa famiglia. Nessuno fin là, trattone solo il Duca di Malsborough, aveva in Inghilterra ottenuto sì alte e sì liberali ricompense. Fu poi eziandio del pari eccellente oratore, che uomo perito nelle cose di Stato, o integro cittadino. Difendeva in cospetto del Parlamento con ammirabil facondia quei partiti, i quali nelle consulte private aveva e sapientemente deliberati, ed animosamente raffermati. Abbenchè, in quanto al suo modo di dire, alcuni non senza ragione vi riprendessero e l'uso troppo frequente delle figure, ed una certa gonfiezza di stile molto propria di quei tempi. In questo poi principalmente avanzò tutti i reggitori delle nazioni della sua età, che seppe spirare a tutti i servitori dello Stato sì civili, che militari non solo l'animo ed il valore; ma ancora lo zelo e l'entusiasmo. La qual cosa non si concede dal cielo, se non di rado, e solo, agli uomini singolari. In somma, ei fu uomo da non ricordarsi mai senza lode, nè senza ardore d'animo da imitarsi.
Ma ripigliando ora, d'onde lasciammo vedendo i ministri britannici la guerra diventata essere inevitabile contro la Francia, andavano facendo all'incontro tutti quei provvedimenti, che necessarj credevan per esercitarla. Nel che tanto più ardenti si dimostravano, quanto che molto bene si avvedevano, che alla guerra francese ed americana, se fatta si fosse infelicemente, si sarebbe tosto aggiunta la spagnuola, e fors'anche la olandese, mentre che da un altro canto una subita e rilevata vittoria avrebbe queste due ultime prevenute. Per la qual cosa erano intentissimi soprattutto ad avanzar gli apparecchiamenti marittimi nei quali principalmente consistevano la difesa del regno, e la speranza della vittoria. Ma in questo, esaminatosi attentamente lo stato del navilio, si trovò, che non era nè sì numeroso, nè sì convenevolmente provveduto, come si sarebbe desiderato, e come alla gravità delle circostanze era richiesto. Del che se ne fece un gran romore nell'universale, e molte male parole si dissero nelle due Camere del Parlamento dal conte di Bolton, e dal Fox contro il conte di Sandwich, ch'era allora Capo dell'uffizio dell'ammiragliato. Tuttavia nessuna diligenza si ometteva per ristorarlo. Volendo poi in così grave frangente gli animi dei popoli confortare, e specialmente colla confidenza del capitano spirar coraggio, ed ardire ai marinari, elessero i ministri, a Capo di tutta l'armata, che era sorta nel porto di Portsmouth, l'ammiraglio Keppel, uomo nelle bisogne navali riputatissimo, e risplendente di molta gloria per le egregie cose da lui fatte nelle precedenti guerre. I lordi Hawke, ed Anson, quei due sì chiari lumi dell'inglese marineria, lo avevan tenuto molto caro, ed in gran conto; e certamente nissuna elezione d'uomo, quantunquemente celebrato ei fosse, avrebbe potuto altrettanto soddisfare agli animi di tutti, quanto questa dell'ammiraglio Keppel. Non isfuggì egli il carico, quantunque già fosse a quell'età pervenuto, nella quale l'uomo meglio desidera lo starsi, che l'operare, e maggior gloria di quella, che aveva ottenuto fin là, acquistar non potesse; che anzi doveva ripugnar naturalmente al commetterla di bel nuovo alla fortuna delle battaglie. Vi era anche in questo suo affare un'altra disagevolezza, e questa era, che i ministri, come libertino, gli puntavano addosso. Il che poteva riuscirgli nel corso delle cose di molto disgusto. Ma egli, risguardando meglio all'utilità della sua patria, che in così gran bisogno desiderava l'opera sua, che alle proprie comodità, non esitò punto ad accettare quell'uffizio, che con tanta contentezza de' suoi concittadini gli era stato commesso. Furono nominati a militare sotto di lui i due vice-ammiragli Hartland e Palliser, l'uno e l'altro uffiziali molto riputati. Arrivava Keppel a Portsmouth, dove in luogo di una grossa armata lesta al veleggiare trovò, non senza grandissima maraviglia, solamente sei navi di alto bordo pronte a mettere in mare, marinari pochi, ed a gran pezza non sufficienti provvisioni, ed attrezzi mancanti. Allegavano i ministri, le altre navi essere state mandate a diverse fazioni, ma di breve dover ritornare. Comunque ciò sia, l'ammiraglio tanto fece, e tanta diligenza usò, che a mezzo giugno si trovò in grado di salpare con venti navi di fila. Aspettava ancora altri e pronti rinforzi. Diè le vele al vento da Sant'Elena addì tredici. Lo accompagnavano i desiderj ardentissimi dei popoli. I tempi correvano oltre ogni dire stretti e difficili. Sapevasi, che aveva la Francia una grossa armata a Brest pronta a far vela, e fornitissima di ogni cosa. Le conserve, che portavano in Inghilterra le ricchezze dell'Indie, si aspettavano di dì in dì, e potevan diventar preda ai Francesi. Il che sarebbe riuscito di un danno inestimabile, non solo per la perdita delle ricchezze medesime, ma ancora e molto più per quella di un gran numero di marinari, i quali con gran desiderio si aspettavano per fornirne le navi da guerra. A questa cagione già di tanto momento si aggiungevano la difesa di tutte le coste della Gran-Brettagna tanto vaste, la sicurezza della grande e ricchissima metropoli, la preservazione degli arsenali, nei quali si contenevano tutte quelle cose, sulle quali e la presente grandezza dell'Inghilterra, e tutte le speranze avvenire stavano fondate. Tutti questi oggetti piuttosto di totale che di grande importanza erano commessi all'opera di venti vascelli.
Intanto i preparamenti di terra con eguale passo procedevano con quei di mare. La bisogna del reclutare si forniva efficacemente; e le cerne si levavano speditamente, e si ordinavano in bande a mò degli stanziali. Si ponevano parecchj campi ne' luoghi, che si credevano più esposti alle percosse del nemico. In cotal modo si preparavano gl'Inglesi alla vicina guerra. Già il governo aveva ordinato, rappigliandosi contro la Francia, che si ritenessero nei porti tutte le navi francesi, che dentro vi si trovassero.