Avevano gli Americani con molta industria e dispendio rizzato notabili fortificazioni sui posti di Verplank e di Stoney-point, l'uno situato rimpetto all'altro sulle opposte rive del fiume sopraddetto, il primo sulla sinistra, ed il secondo sulla destra. Guardavan questi due posti il passo del fiume molto frequentato, che chiamano del Re, il quale se venuto fosse in mano degl'Inglesi, sarebbe stato causa, che i coloni avrebbero dovuto dare una giravolta di novanta miglia all'insù per recarsi dalle meridionali nelle settentrionali province, o da queste a quelle. Aveva Clinton disegnato d'impadronirsi di questi due posti. Washington, il quale si trovava allora col suo esercito a Middlebrook, troppo era lontano, perchè potesse impedir la fazione. Perilchè in sul finir di maggio ivano gl'Inglesi a questa impresa, guidando Collier le navi che salivano pel fiume, il generale Vaughan la destra schiera, la quale sbarcò poi sulla sinistra riva poco sotto di Verplank, Clinton la sinistra, la quale arrivò sulla destra del fiume in un luogo poco inferiore a Stoney-point. Gli Americani, veduto sì vicino il nemico, non essendo apparecchiati contro un sì repentino assalto, abbandonarono Stoney-point, nel quale entrarono tosto i reali. Ma a Verplank vi fu maggiormente che fare. Avevano i repubblicani fatto su di questa punta un'assai forte bastita, che avevano fornita di presidio e di artiglierie. La nominarono il Forte La-Fayette. Ma ella era signoreggiata dai poggi di Stoney-point, sopra i quali gl'Inglesi non senza grave difficoltà avevano condotto la notte le artiglierie ed alcune bombarde. La mattina incominciarono a fulminar il Forte La-Fayette. Nell'istesso tempo Collier colle galere, e coll'altre navi munite di cannoni gli tirava di punto in bianco, e Vaughan colla sua schiera girava ed arrivava infine alle spalle del Forte. Accerchiato in tal guisa il presidio, disperato di soccorso, e di poter far più lunga resistenza, essendo già levate le difese, tutte le mura intronate dalla furia delle artiglierie, e molti morti o feriti, si arrendè la mattina seguente a discrezione. Furon trattati umanamente. Ordinò Clinton, si finissero le fortificazioni di Stoney-point, ed andò a porsi a campo a Filippoborgo, Terra posta a mezza via tra Verplank e la città della Nuova-Jork, per esser ivi lesto ad esercitar la guerra, ove l'occasione si discoprisse. Ma nè egli, nè Washington volevano mettersi al rischio delle battaglie, aspettando l'uno i rinforzi dalla Inghilterra, l'altro quei degli alleati. Questa fu la cagione, per la quale le cose della guerra in questo anno nelle province del miluogo procedettero tanto rimessamente, e che niente vi si fece, che avesse nervo.
Non potendo i reali conquistare, venivano in sul volersi liberare dalle molestie dei corsari, ed in sul devastare. Abitavano le coste del Connecticut che bagna il Sound, arditissimi corsari, i quali correndo esso Sound, e predando le navi avevano fatto di modo, che tutto il commercio della Nuova-Jork per quella via ne era stato distrutto con gravissimo detrimento dell'esercito e dell'armata inglesi, ch'erano stati soliti di trarre in gran parte da quei luoghi le provvisioni. Per levarsi quel bruscolo di sugli occhi, mandò Clinton a quella volta il generale Tryon con due cantari di soldati. Sbarcarono a New-Haven, e superate le milizie, che volevano difendere la Terra, la pigliarono, e guastaronvi ogni cosa. Procedettero di là a Fairfield, ed entrati dentro, l'arsero tutto. In simil modo furon consumate dalle fiamme la grossa Terra di Norwalk, e la piccola di Greenfield. Il danno degli Americani fu inestimabile tra per le case distrutte, i fondachi rovinati, le munizioni guaste o involate, le navi sì grosse, che sottili bruciate e predate. Tryon, non che gl'increscessero simili enormità, se ne vantava, ed andava dicendo, aver fatto molto bene, ed utilmente in servizio del Re, come se nelle guerre che si fanno contro un intiero popolo non si trattasse piuttosto di vincere, che di gastigare, e le arsioni e distruzioni, le quali nulla importano alla somma delle cose, non fossero, e non siano da condannarsi. Ma se quest'errore di mente o questa stemperatezza d'animo in un uomo del rimanente civile, non debbon far maravigliare, non avendo mai questa natura umana avuto penuria di simili generazioni d'uomini, bene parrà strano ad ognuno, ch'ei si facesse a credere, che con quel modo di guerreggiare potesse far venir gli Americani a porsi sotto le insegne del Re. Imperciocchè è da sapersi, che in mezzo a quegl'incendj e devastazioni ebbe mandato fuori un bando, col quale esortò gli abitatori a ritornare all'antica leanza ed obbedienza. Ma, o sia che questi modi fossero dispiaciuti a Clinton, il quale forse voleva solamente ai depredassero, o bruciassero le navi, non le case ed i tempj, o per qualunque altra più vera cagione, comandò a Tryon, cessasse, e venisse speditamente a ritrovarlo alla Nuova-Jork. Ma rimasero miserabili vestigi della rabbia degl'Inglesi, ed il nome loro per le molte estorsioni fatte, divenne vieppiù grave ai popoli.
Mentre in tal modo le rive del Connecticut erano vessate dall'armi britanniche, fu fatta dagli Americani una fazione piena di grandissimo ardimento, la quale dimostrò non solo non mancare, ma ancora abbondare in essi quel coraggio, pel quale tanto sono celebrati gli uomini europei. Eransi gl'Inglesi molto diligentemente affortificati a Stoney-point, e già avevan ridotto quella rocca nella condizione di un'assai buona e stabile Fortezza. Vi avevano posto dentro una guernigione pel luogo assai gagliarda, e tutta composta di soldati valentissimi. Nè mancavano le munizioni, ed ogni cosa necessaria alla difesa. Tutte queste cose però non poterono tanto trattenere Washington, il quale, udita la presura di Stoney-point e di Verplank, era venuto a porsi ne' luoghi superiori delle montagne dell'Hudson, che non facesse il disegno di correr contro l'una e l'altra di queste rocche, sperando d'impadronirsene con una battaglia di mano. Commetteva al generale Wayne, assaltasse Stoney-point, al generale Howe Verplank. Fu data al primo una presa di gente eletta, usa ai pericoli ed alle più difficili imprese. Partivano addì 15 luglio, e camminando per erte montagne, per profonde paludi, per istrette difficili, per sentieri disagiosi arrivarono alle otto della sera ad un miglio distante da Stoney-point. Fatto alto, andava Wayne a riconoscere il sito dei luoghi, ed a squadrare la condizione della Fortezza e della guernigione. Gl'Inglesi tuttavia non se ne addavano. Poscia partì le sue genti in due colonne. La dritta intendeva di guidar egli stesso; precedeva una vanguardia di cento cinquanta soldati scelti, uomini arrisicatissimi, ai quali prepose quell'animoso e destro Francese il colonnello Fleury. A quest'istessa vanguardia poi camminava avanti una piccola frotta di fanti perduti, guidati dal tenente Gibbon. La sinistra, la quale era condotta dal maggiore Stewart, aveva anch'essa somigliante vanguardia, ed una squadra di fanti perduti, che obbedivano agli ordini del tenente Knox. Dovevano i fanti perduti fare ogni sforzo per rimuovere i primi intoppi delle sbarre e degli stecconati, affine di agevolare la via alla vanguardia, che da vicino gli seguitava. Comandò Wayne a tutti i suoi, camminassero ordinati, cheti, cogli archibusi scarichi, colle baionette appiccate. Arrivarono a mezzanotte sotto le mura della rocca. Le due colonne andavano all'assalto sui fianchi, il maggiore Murfee minacciava il presidio da fronte. Incontravano l'ostacolo impensato di una profonda palude, che s'interponeva tra essi e la Fortezza. Gl'Inglesi traevano furiosamente a scaglia. Ma nè l'impedimento della palude, nè quello di un doppio stecconato, nè le mura di magnifica opera, che torreggiavano da fronte e da lato, nè la tempesta delle archibusate e delle cannonate poterono la virtù americana sormontare. Facevansi i waynesi la via a forza di baionette, sinchè finalmente, superati tutti gli ostacoli de' luoghi e dei difensori, espugnarono la Fortezza, e le due colonne si ricongiunsero dentro la piazza principale di quella. Wayne rilevò una leccatura nella testa da una palla di moschetto. Fleury spiantò colle sue mani proprie lo stendardo reale d'in sulle mura. Dei fanti perduti, di venti, ch'erano con Gibbon, morirono diecisette. Perdettero gl'Inglesi fra morti e prigionieri meglio di seicento soldati. La Terra fu preservata dal sacco, e da ogni ingiuria dei soldati. Nel che tanto più sono gli Americani da lodarsi, quanto che si ricordavano dei freschi ladronecci, e delle uccisioni commesse nella Carolina, nel Connecticut, e nella Virginia; mirabile vittoria, e pel valore di chi l'ottenne, e per l'umanità che l'accompagnò.
Da un altro canto non avvenne bene il disegnato assalto contro la Fortezza di Verplank per gl'impedimenti trovati fra via da Howe. Ma intanto erano le novelle pervenute a Clinton della disgrazia di Stoney-point; e non volendo, che il nemico si annidasse su quelle mura, senza soprastamento alcuno mandò i cavalli ed i fanti leggieri in aiuto della Fortezza. Ma Washington, che aveva disegnato di venire, e non di stare, abborrente dalle occasioni di mettere per una parte sola tutta la somma delle cose in potestà della fortuna, e che altro non aveva avuto per mira, che d'impadronirsi delle artiglierie, e delle munizioni del Forte, guastar le opere, e catturar il presidio, ottenute tutte queste cose, aveva ordinato a Wayne, si ritirasse. Il che eseguì, dopo di avere smantellato il Forte, felicemente. Di questa impresa tanto gloriosa alle armi americane si fecero molte allegrezze in tutte le parti della Lega. Il congresso rendè pubbliche grazie a Washington ed a Wayne, a Fleury, a Steewart, a Gibbon ed a Knox. Presentò con una medaglia di oro gettata a posta, e rappresentante con acconci intagli il fatto, il generale Wayne, e con un'altra somigliante d'argento Fleury e Stewart. Per non lasciare senza premio la virtù de' suoi soldati, fatto fare una stima del valore delle munizioni da guerra trovate a Stoney-point, le partì tra di loro.
Fatti i repubblicani più arditi dal prospero successo di questa impresa, andavano spesso infestando le prime scolte dell'esercito regio, e ne seguivano frequenti avvisaglie con diverso evento tra le due parti. Una più grossa delle altre se ne fece a Paulus-hook, luogo posto rimpetto alla Nuova-Jork sulla destra del fiume. Ma poco frutto vi fecero i soldati del congresso.
Un'altra fazione di maggiore importanza si fece sulle rive del fiume Penobscot presso l'estremo confine della Nuova-Inghilterra e della Nuova-Scozia. Erasi partito da Halifax il colonnello Maclean con un grosso squadrone di stanziali per recarsi a pigliar posto sulle bocche di questo fiume in mezzo a quella contrada, che chiamano la contea di Lincoln. Arrivatovi si affortificava. Intendeva di noiare da quel luogo molto acconcio i confini orientali della Lega, e tenendo quel calcio in gola al Massacciuttesi, sperava non si sarebbero i medesimi osi di mandar molta gente in aiuto dell'esercito washingtoniano. Saputasi la cosa in Boston, non si può dire, quanto vi si commuovessero gli animi, ed in quanta gelosia entrassero sui futuri disegni del nemico. Determinarono di fare un grande sforzo per cacciarlo da quel nido, che gli poteva servir di scala a cose maggiori. Allestirono con grandissima celerità un'armata; ed affinchè non mancassero le navi da carico, ordinarono, si ritenessero tutte quelle che nei porti loro si ritrovavano; le fornirono di soldati e di ciurme, ed in poco tempo fu ogni cosa pronta alla spedizione. Preposero all'armata il comandante Saltonstall, alle soldatesche il generale Lovel. Fecero vela alla volta di Penobscot.
Aveva intanto Maclean udito prima i romori, poscia avuto le certe novelle degli apparecchiamenti, che si facevano nel Massacciusset. Ogni opera usava, per quanto la brevità del tempo il comportava, per viemmeglio assicurar le difese del luogo. Arrivarono i repubblicani, e dopo parecchj tentativi per isbarcare, riusciti vani a cagione della risoluta resistenza de' regj, finalmente tanto fecero, che fu loro fatto abilità, ributtati i difenditori, di porre in terra. Lovel, invece di andar tosto all'assalto, il che gli avrebbe dato la vittoria certa, si pose in sul trincerarsi. Ripresero animo gl'Inglesi. Vi fa un trarre di artiglierie continuo per quindici dì. In ultimo, essendo già levate in parte le difese, deliberarono gli Americani di voler dar la batteria. Ne ebbe Maclean lingua, e si apparecchiava a ributtargli. La mattina ogni cosa in pronto; ma un profondo silenzio nel campo degli assedianti. Non san che dirsi. Finalmente fatta l'esplorazione, trovarono, maravigliandosene ognuno, i nemici aver del tutto abbandonato gli alloggiamenti, le opere loro esser rimaste nude di guardia, e ritirati uomini, armi e munizioni alle navi. Nè stettero gran pezzo ad accorgersi di ciò, ch'era stato la cagione di sì strano accidente. Era Collier comparso improvvisamente alle bocche del Penobscot, il quale, avuto avviso del pericolo di Maclean, era prestamente partito per soccorrerlo da Sandy-hook con una sufficiente armata. Fe' le viste Collier di assalir il navilio massacciuttese. Si disordinarono i repubblicani, i regj gli sfolgorarono. Tutto quel navilio sì da guerra, che da carico fu arso o preso con danno inestimabile dei Bostoniani, i quali in quest'impresa avevano posto l'occhio. I soldati ed i navicellai viaggiando con incredibile disagio tra vasti deserti e profonde selve, si condussero a luogo di salvamento. Saltonstall e Lovel, ma principalmente il primo diventarono in odio a tutti, e le botte che furon date ad ambidue d'ignoranza e di codardìa non furon poche. Questo fine ebbe l'impresa fatta alla foce del Penobscot, nella quale i Massacciuttesi provarono con grave danno loro, quanto improvvido consiglio sia negli Stati confederati l'operare spartitamente dai compagni. Imperciocchè e' pare, che i Capi loro non abbian voluto in rispetto a questa fazione non che accordarsi, consigliarsi coi capitani del congresso. Così della conquista della Giorgia in fuori si travagliavano in quest'anno freddamente le armi, e non succedevano, se non effetti di piccolo momento.
Ma però nel mese di luglio fu fatta addosso gl'Indiani una terribile rappresaglia dai repubblicani condotti dal generale Sullivan. Le spedizioni l'anno scorso contro di quelli eseguite da Buller e Clarke non avevano ancora potuto soddisfare agli animi dei Capi della Lega, i quali tuttavia ardentissimamente desideravano di fare un'adeguata vendetta della distruzione di Viomino. Oltreacciò pareva loro necessario di frenar le correrìe, che sugli estremi confini non cessavano di fare que' sfrenati selvaggi resi più arditi dall'impunità, ed instigati dagli agenti britannici, i quali con denari e con presenti, in pubblico ed in privato avevano tutto quel paese avvelenato. Tra quelli si mostravano più vive e più moleste le sei tribù più possenti di tutte per la lega contratta fra di loro, per gli ordini già avvicinatisi a quei di uno Stato civile, e pel gran numero dei venturieri europei, che alle medesime tramescolati si erano, e dai quali avevano già in qualche modo le fogge degli armeggiamenti, e dei militari scaltrimenti d'Europa imparato. A queste si erano accostate altre nazioni selvagge meno rilevanti, eccettuati però gli Oneidiani, i quali, standosene di mezzo ad osservare, tennero il fermo al congresso. Per la qual cosa si deliberarono i Capi americani a volere con uno sforzo rilevato liberarsi del tutto da quella rangola; e siccome Dio, secondo il detto del volgo, non paga il sabbato, far pagar il fio a quella gente spietata delle crudeltà di Viomino. Alla qual risoluzione altrettanto più volentieri si accostarono, perciocchè le cose della guerra procedevano, come abbiam veduto, assai freddamente nelle province più vicine al mare. Fu ordito talmente il disegno di questa fazione, che il generale Sullivan, il quale doveva guidare tutta l'impresa, salendo con circa tremila soldati su per le rive della Susquehanna arrivò a Viomino, e quivi aspettava il generale Jacopo Clinton, che veniva pel fiume Moacco con sedici centinaia di soldati. Seguivano un gran numero di guastadori, di bagaglioni, di saccardi, di galuppi, ed altra simile bordaglia per far le strade, portar le vettovaglie, devastar il paese. Le vettovaglie erano copiosamente fornite, sebbene non tante, quante Sullivan avrebbe desiderato. Doveva l'esercito passar lungo spazio per paesi, che non ne somministravano. Di cavalli se ne avevano in copia; delle artiglierie da campo sei con due obici. I due generali congiunsero le genti loro a Viomino il giorno 21 d'agosto. Messisi all'ordine, di nuovo si ponevano in via verso le parti superiori della Susquehanna. Alla fama di questa venuta avevano gl'Indiani fatti tutti que' sforzi, che meglio per loro si potevano per difendersi, ed allontanar dal paese loro l'imminente rovina. Guidati da quei Johnson, Butler e Brandt nominati nei precedenti libri, si erano assembrati in numero assai ben grosso, e si accozzarono con essi loro da dugentocinquanta leali. Credutisi forti, erano venuti sopra la Terra di Newtown, per la quale doveva Sullivan passare, e quivi, aspettandolo, avevan construtto una grossa e lunga trincea, che assicurarono vieppiù con un palancato, ed alcuni imperfetti bastioni alla foggia europea. Arrivato Sullivan tosto attaccò la battaglia. Si difesero gl'Indiani molto francamente per ben due ore, quantunque non avessero artiglierie. Per isloggiargli più facilmente da quel riparo commise Sullivan al generale Poor, andasse allargandosi sulla dritta per andar a riuscir loro alle spalle. Veduta questa mossa, ed assaliti anche aspramente da fronte, si perdettero gli Indiani di animo, e si diedero precipitosamente alla fuga. Pochi furono uccisi, nissuno venne in poter dei vincitori. Sottentrarono questi, e s'impadronirono di Newtown. Si sentirono talmente questi uomini selvaggi a questa rotta, che più non si rattestarono. Ora altro ostacolo non rimaneva da superare ai sullivani, per correre il paese indiano, fuori di quello delle vettovaglie e della difficoltà, la quale era grandissima, delle strade. L'uno e l'altro superarono con incredibile pazienza. Arrivarono finalmente, e ne seguì una intiera distruzione della contrada, la quale gli abitatori, uomini e donne, vecchi e fanciulli intanatisi ne' deserti e foreste più selvagge, abbandonato avevano. Arsero le case, guastarono le messi, mandarono a male ogni sorta di biade, tagliarono gli alberi fruttiferi. Nel che fu tanta rabbia usata, ch'era la cosa venuta a vergogna a parecchj ufficiali non avvezzi a fare, come dicevano, quel mestier di ladroni. Ma Sullivan era inesorabile, volendo eseguire le commissioni, ed i soldati volentieri l'obbedivano, avendo mal animo addosso agl'Indiani, perchè si ricordavano di Viomino. Guastarono da centosessanta mila moggia di biade. Rovinarono in fondo da quaranta villate, tagliarono un numero infinito di alberi sì fattamente, che in un solo verziere ne furono atterrati da quindici centinaia tra pomi, peri e persici. I bestiami ancora, quelli, ch'erano rimasti o trasportarono, o uccisero. Nulla si lasciò che intatto fosse o di ciò, che vegetasse sopra la terra, o di ciò, che vivesse nelle stalle od in sui pascoli, o che l'industria umana prodotto o provveduto avesse.
Questa spedizione non solo fu notabile pel rigore, col quale fu mandata ad effetto, ma ancora per le nozioni, che si acquistarono intorno la condizione di quelle società selvagge. E' pare che quelle nazioni, le quali ora furono ad un tanto sterminio condotte, più oltre fossero nella civiltà procedute, che prima si credesse, o che si sarebbe potuto giudicare. Le case loro erano nei più ameni e salutevoli luoghi poste, spaziose, pulite, e non senza qualche eleganza, che poco più si sarebbe potuto desiderare. I campi poi, nei quali così grasse e prosperevoli eran cresciute le biade, dimostrarono, non esser ignota a quelle genti l'arte di coltivar la terra. L'antichità e la maravigliosa grandezza degli alberi fruttiferi, e la frequenza de' bruoli davano certo indizio, che non di recente, ma già da lungo tempo fossero ad un tal grado di civiltà salite. E siccome il seminar le biade, ed il piantar gli alberi sono non dubbj argomenti, che l'uomo guarda nell'avvenire, così si venne a conoscere, esser falso quello che si credeva vero degl'Indiani, cioè non aver essi previdenza. Le quali cose si debbono dalla frequenza della popolazione loro riconoscere, dalla famigliarità degli Europei, e massimamente dagli uffizj de' Missionarj, i quali ne' tempi andati, e forse ancora a quei medesimi erano fra di loro vissuti o vivevano. Furono gl'Indiani dalla presente battitura sì fattamente sbigottiti, che non fecero più dopo in alcun tempo verun motivo d'importanza. Compiuta l'opera, ritornò Sullivan a Easton nella Pensilvania. I suoi uffiziali e soldati molto lo ringraziarono, e seco lui si congratularono con pubbliche dicerìe, che andarono anche per le stampe, del prospero successo della spedizione, ciò facendo o spontaneamente, o perchè Sullivan, siccome uomo anzi leggieri e glorioso, ch'egli era, che no, così volesse, facessero. Poco tempo dopo, essendo diventato cagionevole, chiesta licenza dal congresso, l'ottenne facilmente; perciocchè erano i membri di quello disgustati con lui, o fosse per le sue superbe vantazioni, o perchè, siccome quegli, ch'era assai largo di bocca, sovente gli cardava.
Raccontate nel modo fin qui scritto le cose, che accaddero sul continente americano tra i reali ed i repubblicani, o tra questi e gl'Indiani, l'ordine della storia richiede, che ci facciamo a descrivere quelle che avvennero tra gl'Inglesi ed i Francesi nelle isole Antille, dopoch'erano arrivati ai primi i rinforzi di Europa condotti dal Rowley, ed ai secondi quelli del conte di Grasse. Dall'accostamento di queste novelle forze erano le due flotte nemiche divenute a un dipresso egualmente gagliarde. Avrebbero gl'Inglesi voluto venirne ad una battaglia giusta. Ma D'Estaing, il quale, siccome molto più forte di soldati di terra, che Byron non era, aveva in animo principalmente di conquistare le vicine isole inglesi, fuggiva la battaglia, la quale se avesse infelice fine avuto, avrebbe renduta la superiorità sua nell'armi terrestri infruttuosa. Perciò se ne stava quietamente nel Porto-Reale della Martinica, aspettando una favorevole occasione per far qualche onorata impresa in servizio del suo Re. Questa non tardò molto la fortuna a parargli davanti. Erasi partito addì sei di giugno l'ammiraglio Byron da Santa Lucia per recarsi all'Isola di San Cristoforo, dove avevan fatto la massa le conserve delle Antille, pronte a far vela per alla volta dell'Europa. Intendeva di conviarle con tutta la sua armata per un grande spazio, sia perchè, se ne avesse lasciato una parte in qualche porto di quelle isole, non avendovene nissuno, che del tutto sicuro fosse, sarebbe stata esposta agli assalti di un nemico molto più forte, sia perchè si sapeva, ch'era partito di Francia, ed era tra via con un altro grosso rinforzo per D'Estaing il conte de La-Motte-Piquet. Era cosa evidente, che se questi si fosse abbattuto in sui mari nelle conserve, le avrebbe prese con inestimabile danno dell'Inghilterra, quando non fossero state da una forza sufficiente accompagnate. Partito Byron da Santa Lucia non furon tardi i Francesi ad usar la occasione, che loro si scopriva. Commise D'Estaing al cavaliere di San Rumain, andasse con cinque navi armate, e quattrocento uomini di sopraccollo tra soldati stanziali e milizie ad assaltare l'isola di San Vincenzo. Faceva ottimamente il cavaliere i comandamenti del capitano generale; e nonostante le correnti che lo sviarono, e la perdita di una nave, sbarcò le sue genti sopra l'isola. Dal detto al fatto si insignorì coll'armi in mano di un colle, che sta a ridosso di Kingston, borgo capitale dell'Isola. I Caraibi, o sia i naturali abitatori, gente armigera e bellicosa, venivano a torme a congiungersi cogli assalitori. Il governatore Morris, quantunque avesse sotto di sè più gente da difendersi, che non aveva San Rumain per offenderlo, forse per paura dei Caraibi grandemente irritati all'avarizia e crudeltà degl'Inglesi, si arrendè a patti. Furono essi assai onorevoli e somiglianti a quei, che ottenne il governatore della Domenica, quando venne quell'isola in poter dei Francesi.