In questo mezzo era arrivato al Forte Reale della Martinica l'ammiraglio La-Motte-Piquet, che aveva condotto sei navi di alto bordo, le quali, congiunte alle diciannove, che già aveva D'Estaing, componevano una fioritissima armata di venticinque grosse navi di fila. Si annoveravano fra di esse due di ottanta cannoni, ed undici di settantaquattro. Queste forze erano superiori a quelle di Byron, il quale non aveva altro che diciannove, tra le quali una di novanta, undici di settantaquattro, le altre minori. Aveva inoltre La-Motte-Piquet recato un rinforzo di stanziali con molte munizioni sì navali, che da guerra. Elevato per queste cose D'Estaing a maggiori speranze, si risolvette a far l'impresa della Grenada, difficile assai per la fortezza dei luoghi, ma di non poco momento per la situazione, e pei proventi dell'isola. Aveva egli già buon tempo posto il capo a questa fazione; ma sempre andò indugiandosi, aspettando il tempo, in cui fosse per prevalere di armi navali. La quale cosa avendo conseguìto per l'arrivo di La-Motte-Piquet, la mandava ad effetto. Salpò addì 30 di giugno dalla Martinica, ed il secondo giorno del seguente mese dato fondo nel Molinier, che è un seno di mare così detto nell'isola di Grenada, pose in terra da duemila e trecento soldati, la maggior parte Irlandesi condottisi ai soldi della Francia, e capitanati dal colonnello Dillon. Occuparono incontanente i posti circonvicini. Era tutta l'isola governata dal lord Macartney con un presidio di circa ottocento soldati, dugento stanziali, i rimanenti milizie. Erano questi alloggiati sopra un poggio, che chiamano Morne dell'Ospedale, il quale oltrechè si è naturalmente di una salita assai ripida, resa anco più difficile dalle more, che vi avevano alzate qua e là, era stato affortificato da parte delle falde con una grossa palificata, e più insù con tre trincee, l'una posta a sopraccapo dell'altra. Signoreggia questo poggio la città di Giorgio, il Forte ed il porto. D'Estaing intimò la resa a Macartney. Rispose, che per verità non conosceva le forze di D'Estaing, ma che conosceva bene le sue, e si voleva difendere. Sapeva benissimo il capitano francese, che se v'era modo alcuno di conquistare l'isola, questo si era per una battaglia di mano. Imperciocchè non dubitava punto, che indugiandosi, sarebbe sopravvenuto Byron in soccorso, e gli avrebbe rotto il disegno. Per la qual cosa non mise tempo in mezzo, ed ordinò i suoi all'assalto. Vennero la notte seguente approssimandosi al poggio, ed a due ore dopo mezzanotte da ogni parte lo accerchiarono. Eran divisi in tre colonne per dare all'inimico diversi riguardi, la dritta guidata dal visconte di Noailles, la manca da Dillon, la mezzana tra le due dal conte D'Estaing medesimo, il quale s'era animosamente posto a capo ai granatieri. Gli artiglieri, non avendo cannoni da governare, chiesero, ed ottennero di marciare i primi. Incominciavasi la battaglia per un assalto simulato dato sotto l'ospedale dalla parte del fiume San Giovanni. Non così tosto ebbe principio, che le tre colonne con grand'ordine, e con maggior ardire inarpicandosi per l'erta ivano all'assalto. Sostennero gli assaltati l'urto loro con molta costanza. Parvero esitare un istante. Gl'Inglesi scrivono, avergli ributtati. I Capi gl'incoraggiavano. Si avventavano più fieri che prima. L'uno serrava l'altro e lo spigneva avanti. Nè le palificate, nè la difficoltà della salita, nè le trincee, nè la furia dell'armi nemiche tanto poteron operare, che non riportassero una gloriosa vittoria. D'Estaing il primo coi granatieri saltò armatamente dentro gli alloggiamenti inglesi. Lo seguitarono gli altri. In un momento gl'inondarono. Gl'Inglesi chiedevano la vita, i Francesi la concedevano. L'oscurità della notte ebbe accresciuto orrore alla cosa, gloria ai vincitori. Trovarono undici cannoni di diversa gittata e sei bombarde. La mattina, fatto dì, voltarono le conquistate artiglierie contro il Forte, che tuttora si teneva per gl'Inglesi. Fatto il primo colpo, mandò Macartney un trombetto, chiedendo i patti. D'Estaing gli concedeva un'ora e mezzo, perchè facesse le proposte. Mandata una bozza di capitolazione a D'Estaing, questi ricusò le condizioni. Ne mandò il Francese un'altra del suo all'Inglese, contenente sì nuovi e strani capitoli, che Macartney e gl'isolani stessi amarono meglio rimettersi senz'alcuna condizione nell'arbitrio dei vincitori, che accettargli. E così fu fatto. Se grandi e meritevoli di eterna memoria furono le virtù ed il coraggio degli assalitori durante la battaglia, non furono minori la temperanza e l'umanità loro dopo la vittoria. La città fu preservata dal sacco, al quale avrebbe potuto esser posta giusta le consuete regole della guerra. Furon protetti gli abitatori nella roba e nelle persone, e le salvaguardie concedute a tutti coloro che le domandarono. Dillon specialmente meritò la lode di mansueto e civile guerriero. S'impadronirono i Francesi di cento pezzi di artiglierie e di sedici bombarde. Fecero settecento prigionieri. Vennero anche in mano loro da trecento bastimenti mercantili di ricco carico, che si trovavano nel porto. Tra morti e feriti perdettero poco più di cento soldati.
La prudenza di D'Estaing nell'aver voluto con tanta celerità compir l'impresa della Grenada gli tornò bene. Imperciocchè il giorno sei di luglio compariva a veduta del porto di San Giorgio tutta l'armata inglese condotta da Byron, seguitata da molte navi da carico, le quali portavano un buon nervo di soldati da sbarcare levati da Santa Lucia. Aveva quest'ammiraglio accompagnato buona pezza le conserve delle Antille nel viaggio loro verso l'Europa, e poscia concessa loro la scorta, che credette necessaria fosse per conviarle sino nei porti d'Inghilterra. Se n'era poscia tornato colle diciannove navi di tre palchi, che gli rimanevano, e con una fregata a Santa Lucia. Quivi ebbe le novelle della perdita di San Vincenzo, e perciò si era recato in un col generale Grant sul volerla ricuperare. A questo fine aveva imbarcate le genti, e veleggiava alla volta di quell'isola. Durante il viaggio gli sopraggiunse la notizia, che D'Estaing aveva assaltato la Grenada. Perilchè ebbe tosto rivolto il suo cammino per andarsene all'aiuto di questa. Aveva D'Estaing avuto avviso per mezzo delle sue fregate mandate fuori a speculare dell'approssimarsi dell'armata inglese, ed aveva perciò comandato ai capitani delle sue navi, salpassero e si discostassero da terra. Alcuni avevano di già questo comandamento eseguito, altri erano in punto per eseguirlo, quando comparì a piene vele l'armata di Byron, che correva sopra quella di D'Estaing, e le presentava la giornata. Spirando il vento di levante, e da greco levante, e venendo quegli di Santa Lucia sulla Grenada lo aveva in poppa. Veduto D'Estaing sì vicino il nemico, ordinò a quelle navi che ancora salpato non avevano tagliassero i cavi, e si mettessero tosto in mare in ordine di battaglia colle altre, e così fu fatto. Ma siccome in questo mentre sopraggiungeva l'inimico, ciascuna nave si recò in fila, come più presto potè, senz'andare a cercar i luoghi loro nella solita ordinanza. Gl'Inglesi godevano il sopravvento, ed ivano poggiando verso la Grenada, credendo, che Macartney tuttavia si tenesse. Seguitavano più ancora in fuori a sopravvento le navi da carico. I Francesi avevano il sottovento, ed orzavano verso l'armata inglese. I primi desideravano molto di venire ad una stretta battaglia, perciocchè speravano colla rotta dell'armata francese ricuperar la Grenada. I secondi, siccome quelli, che là erano venuti principalmente per conquistare questa isola, e che questo fine ottenuto avevano, non volendo più mettere in arbitrio della fortuna ciò, che di già aveva ella posto in mano loro, ripugnavano ad una battaglia giudicata, ed intendevano di combattere alla larga, e solo quando necessario fosse per romper agl'Inglesi il disegno di ricuperar la Grenada. Con questi diversi fini andavano l'uno all'incontro dell'altro i due ammiragli. Da principio solamente quindici navi dell'armata francese si appresentarono alla battaglia; perciocchè le altre per la forza delle correnti erano state risospinte a sottovento. Arrivava il vice ammiraglio Barrington, che guidava l'antiguardo colle tre navi, il principe di Cornovaglia, il Boyne ed il Sultano, e si attaccava colla vanguardia francese. Si combattè da ambe le parti con grandissimo furore. Ma le tre navi inglesi, avendo contro di loro molte più francesi, perchè le compagne non avevano ancora avuto tempo di arrivare, ricevettero gravissimo danno, massimamente negli attrazzi, sia perchè tal è la maniera del trarre dei Francesi nelle battaglie navali, sia perchè si combatteva di lungi, e sia finalmente perchè i Francesi tiravano da sottovento, e perciò le palle loro andavano più alte. Barrington ne rimase ferito. Arrivarono intanto le altre navi inglesi, e dal canto suo D'Estaing aveva fatto di modo, che quelle fra le sue, le quali erano rimaste indietro a sottovento, fossero venute a trovarlo, e postesi in fila colle prime quindici, che incominciato avevano la battaglia. Gl'Inglesi si difilavano continuamente verso la Grenada, viaggiando di conserva le navi da carico sulla sinistra loro verso l'alto mare, trovandosi la fila delle navi da guerra tra esse navi da carico e l'armata francese. Scorrendo in tal guisa le due armate l'una a riscontro dell'altra per contrario verso si combattè senza cessare, finchè entrambi ebbero trapassato. Ma siccome le navi inglesi erano venute contro le francesi cacciando, e però un po' disordinate, e che da un altro canto erano queste molto più destre a vela, e perciò in piena potestà di serbar a posto loro quelle distanze che volevano, ne seguì, che poche delle prime ebbero a sopportare tutto il peso delle artiglierie di molte, o di tutte le seconde. Quindi è, che furono grandemente danneggiate, e più di tutte il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione; massimamente quest'ultima, la quale fu rotta di modo, che pareva vicina a naufragare. Il Montmouth altresì, il quale si era ravvisato per indur i Francesi a combattere più manescamente, di mettersi di traverso della vanguardia loro per arrestarla, fu malconcio di modo, che il Lione stesso non l'era di vantaggio. Ma la testa della vanguardia inglese continuando a camminare era pervenuta alla bocca della cala di San Giorgio nella Grenada, dove veduto le bandiere francesi sventolare sulle creste dei Forti, e ricevuto anche i colpi delle batterie più vicine, furono fatti certi gl'Inglesi di quello ch'era, la Grenada venuta essere in poter del nemico. Per la qual cosa conoscendo ottimamente l'ammiraglio Byron, che nella presente condizione della sua armata, e con quella dei Francesi tanto superiore a ridosso, era diventata cosa impossibile lo snidargli, commise tostamente al capitano Barker, ch'era preposto alle navi da carico, facesse altri pensieri, e più che velocemente le conducesse in salvo in Antigoa o a San Cristoforo. Egli intanto rivoltò le prue verso tramontana affine di proteggere le navi da carico nel viaggio loro pure a quella volta, acciò non venissero in mano del nemico. Ma le tre navi, il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione, le quali pei gravi danni sofferti non potevano acconciamente governarsi, non solo rimanevano indietro, ma ancora si lasciavano cadere a sottovento, e perciò più vicine ai Francesi, ed in pericolo di esser mozzate fuori e prese. Infatti accortosi D'Estaing dello stato loro aveva voltati i bordi, e poste le prue a ostro per eseguir ciò, che Byron temeva, cioè di tagliar fuori, e pigliar quelle tre navi. Ma l'ammiraglio inglese per impedir questo disegno rivoltò anch'esso i bordi, e veleggiò di nuovo vers'ostro. Mentre in tal modo le due armate nemiche, dopo d'aver orzato buona pezza, correvano poscia l'una e l'altra poggiando vers'ostro, il Lione arrancandosi, così scassinato com'egli era, il meglio, che potesse, e pigliando il vento da poppa, s'incamminò verso ponente, ed arrivò qualche giorno dopo alla Giamaica. Avrebbe potuto facilmente D'Estaing, se avesse voluto, pigliarlo. Ma non volle sparpagliar la sua armata per non correr pericolo di cadere a sottovento della Grenada. Perciocchè intendeva di raccorla tutta nei porti di quest'isola. Le due altre navi delle tre trovaron modo, prima che i Francesi s'interponessero, di ricongiungersi colla restante armata. Il Montmouth non potendo più mareggiare, fu mandato speditamente ad Antigoa. Le due armate nemiche continuarono a stanziar nelle medesime acque a veduta l'una dell'altra fino alla seguente notte, e standosene gl'Inglesi tuttavia a sopravvento per protegger le navi da carico, che se ne andavano, e non osando assaltar l'inimico, perchè inferiori di forze, e molto danneggiati. I Francesi se ne stettero anch'essi oziosi a sottovento, non potendo rappiccar la battaglia, appunto perchè si trovavano a sottovento, e forse ancora probabilmente non volendo D'Estaing fare l'ultima sperienza della virtù de' suoi, perciocchè quello, che sin là s'era fatto, si poteva, come se fosse una vittoria, rappresentare, oltre i motivi che gli facevano desiderare di schivar l'estreme battaglie. La mattina seguente rientrò D'Estaing nella cala di San Giorgio con infinito plauso dei soldati e degli abitanti francesi, i quali erano stati spettatori della battaglia. Le onerarie inglesi, eccettuata una, che venne in mano dei Francesi, arrivarono tutte a salvamento nell'Isola di San Cristoforo. Byron dopo di essersi tenuto in sul mare alcuni dì dopo il fatto, andò finalmente a porre anch'esso nei porti dell'isola medesima.
Ebbero gl'Inglesi in questa giornata, che si combattè il dì sei di luglio, 183 morti, e 346 feriti; ma grandissimo fu il danno loro negli attrezzi navali. Mancarono dei Francesi molti più, sia a cagione del modo del trarre degl'Inglesi, sia perchè le navi loro erano ingombre non che di ciurme, di soldati da terra. Ebbero perciò molti uffiziali di conto, da dugento marinari o soldati uccisi, e pressochè ottocento feriti. Questa fu la battaglia della Grenada, per la quale si fecero molte allegrezze in Francia, ed il Re Luigi scrisse all'arcivescovo di Parigi, seguendo in ciò il costume solito ad osservarsi nelle occasioni delle vittorie, cantasse l'inno delle grazie nella chiesa metropolitana. Pretendeva infatti D'Estaing la vittoria, per aver tenuti accesi i lumi tutta quella notte, che venne dietro al giorno della battaglia, per averla Byron ricusata lo spazio di molte ore, quantunque avesse il sopravvento, per non aver fatto l'Inglese nissuna dimostrazione per preservar il Lione, mentre andandosene a mala pena verso ponente si trovava in tanto pericolo, per aver il medesimo abbandonato il campo di battaglia, ed essersi ritirato; per aver esso D'Estaing catturato una nave da carico al nemico, conquistato la Grenada, e reso vano il disegno fatto da Byron a fine di riconquistarla; per aver infine recato in mano sua la signoria di quei mari. Imperciocchè l'ammiraglio inglese, ricevuto nelle vele, negli alberi e nel sartiame sì grave detrimento, il qual era tanto più da lamentarsi, quanto che in que' luoghi poco si poteva risarcire, si era ritirato a San Cristoforo, risoluto a non uscirne, se non quando o si fosse il nemico infievolito, o egli stesso ingagliardito. La qual cosa riuscì d'infinito terrore a tutti gli abitatori delle Antille inglesi, i quali da lungo tempo, e forse non mai si erano incontrati a veder i Francesi padroni del mare. Pochi giorni dopo la battaglia, D'Estaing, rabberciate le navi, commise di nuovo le vele al vento, ed andò a mostrarsi in cospetto dell'Isola di San Cristoforo, davanti la cala di Bassa-Terra, dove s'era Byron appiattato, e ciò a fine d'invitarlo e tirarlo a combattere. Ma tutto fu nulla. L'Inglese non si mosse. La qual cosa vedutasi dal Francese, si avviò a San Domingo, dove fatta un'adunata di tutte le navi mercantili di diverse isole ordinò, partissero alla volta d'Europa con un convoglio di due navi da tre coperte e di tre fregate.
In questo stato di cose, essendovi ancora buon tempo al poter operare per la stagione che correva, andava il conte D'Estaing fra sè stesso considerando, a quale impresa più vantaggiosa al suo Re dovesse volger le armi. Gli pervennero in questo mezzo lettere dall'America, le quali recavano, avere i repubblicani gli animi pieni di mala soddisfazione, poichè la lega fatta col Re di Francia non era riuscita, in quanto alle cose fatte in su quel continente, nè all'aspettazione loro, nè alla potenza sua; che le grosse spese fatte nella fazione dell'Isola di Rodi erano state indarno; che il pronto vettovagliar l'armata regia dai Bostoniani altro non aveva prodotto, che un allontanamento della medesima dalle terre loro, e la gita sua a lontane spedizioni; che non era stata l'alleanza fin allora di nissun frutto all'America, stantechè la perdita fatta, per cagione della lontananza dei Francesi, di Savanna e di tutta la Giorgia uguagliava pur troppo il benefizio della ricuperazione di Filadelfia operata dalla presenza loro, in congiunzione però colle armi americane, e che finalmente questa istessa perdita della Giorgia, provincia così lontana dal centro della Lega, e tanto esposta agli assalti di mare poteva, e doveva presagir danni ancor più gravi per l'opportunità offerta al nemico di conquistar le Caroline; l'inimico vivere e trascorrere danneggiando per le viscere dell'America; starsene intanto, si dolevano, i capitani francesi correndo i mari delle Antille, facendo il lor pro di quelle ricche isole inglesi, e lasciando gli Americani soli a travagliarsi nell'aspra e perigliosa contesa. Accrescersene il numero degli scontenti, sgomentarsene i contenti. Lo pregavano perciò, ed instantissimamente il richiedevamo, volgesse l'animo suo al soccorso del fedele e pericolante alleato. D'Estaing si lasciò smuovere, quantunque avesse commissione dal suo Re di ritornarsene tosto in Europa colle dodici navi grosse e le quattro fregate, che componevano la flotta di Tolone, lasciando però alcuni vascelli e fregate sotto i comandamenti di La-Motte-Piquet alle stanze di San Domingo, ed altri otto vascelli con altri legni minori ad invernare nei porti della Martinica, intendendosi, che questi condotti dal conte di Grasse cooperassero col marchese di Bouillé alla conquista di altre isole inglesi. Tali erano in quei tempi i pensieri della Francia; perciocchè, riscaldandosi allora vieppiù le pratiche colla Spagna, avrebbe essa voluto veder gli Americani coll'acqua alla gola per ottenerne nel prossimo trattato della Lega col Re Cattolico, e per l'uno e per l'altro Re più favorevoli condizioni. Ma D'Estaing seguendo meglio la generosità dell'animo suo, che gli ordini del suo Re, e volendo con ogni studio fuggire ogni occasione di dare agli Americani alcun sospetto d'animo poco verso di loro sincero, partì alla volta dell'America con ventidue navi di alto bordo e otto fregate. Due erano le imprese, le quali aveva in pensiero di voler fare, accordatosi prima in ciò coi Capi americani, l'una e l'altra di grandissima importanza. La prima si era quella di opprimere le forze del generale Prevost, e, spazzata in tal modo la Giorgia, liberar questa dalla presenza, la Carolina Meridionale dal pericolo degl'Inglesi. Non credeva, fosse disagevol cosa ad esser mandata ad effetto. L'altra, di maggior importanza e difficoltà, consisteva nell'assaltare congiuntamente col generale Washington per terra e per mare la città di Nuova-Jork. Dalle quali due fazioni, se avessero avuto felice fine, ne sarebbe stata la guerra del tutto terminata sulla terra-ferma americana.
Compariva egli il dì delle calende di settembre sulle coste della Giorgia con venti navi delle più grosse, avendone tra via mandato due a Charlestown di Carolina per darvi avviso del suo arrivare in su quelle spiagge. La cosa riuscì affatto improvvisa agl'Inglesi, i quali a tutt'altra cosa avrebbero pensato, fuori che a questa. Il che fu cagione, che la nave inglese lo Sperimento di cinquanta cannoni, governata dal capitano Wallace, non senza però aver fatto una valorosissima, e quasi disperata resistenza, si arrendette alle armi francesi. Tre altre fregate inglesi vennero parimente in poter di D'Estaing; siccome pure cinque chiatte annonarie, preziosa preda pel fallimento delle vettovaglie, in cui erano, ai vincitori. Trovavasi allora Prevost nella città di Savanna con una parte solamente delle sue genti; le migliori, se non le più, avendo tuttavia gli alloggiamenti loro nell'Isola di Porto-Reale, situata presso le coste della Carolina. Conosciuto l'inaspettato e grave pericolo in cui era, mandò spacciatamente ordine al colonnello Maitland, il quale era al governo di quelle, non mettesse tempo in mezzo per venire a ricongiungersi seco lui dentro le mura della città. Gli stessi ordini spedì tosto ad un'altra presa de' suoi, che stanziavano a Sunbury. Nell'istesso tempo gl'Inglesi quelle navi, che avevano nel fiume Savanna, e nelle circonvicine acque o ritirarono in su ne' luoghi più sicuri, o affondarono per impedir il passo a quelle del nemico. Steccarono allo stesso fine il fiume. Guastarono le batterie piantate nell'Isola di Tibee. Fecero con fatica incessabile lavorare i Neri alle fortificazioni. I marinari scesi a terra si congiunsero coi soldati, e specialmente si accinsero a voler ministrare le artiglierie.
Ma intanto tostochè si ebbero nella città di Charlestown le novelle dell'arrivo di D'Estaing, se le genti si rallegrassero, non è da domandare. Tosto il generale Lincoln si metteva in via con una buona mano di soldati per alla volta di Savanna. Si spedirono all'ammiraglio francese piccoli legni in gran numero, perchè gli servissero ad uso di sbarcare i suoi soldati, non potendo le grosse navi molto avvicinarsi a quelle spiagge. Avute queste D'Estaing, ed accostatosi allo scanno, che è posto alla foce della Savanna, traghettò appoco appoco, passando sopra di questo, le sua genti e le sbarcò a Beaulieu a tre miglia distante dalla città. Nel medesimo tempo le sue fregate entrarono ad occupar le diverse fiumane, ed i bracci di mare, che sono in quei contorni assai frequenti, approssimandosi quanto meglio e più potessero a Savanna. Il dì quindici settembre comparivano sotto le mura della città i Francesi, accompagnati dalla legione di Pulaski, la quale, fatta grandissima diligenza, già era venuta ad accozzarsi coi medesimi. Prevost dopo alcune leggieri avvisaglie ritirò dentro tutte le sue genti, essendo, poichè Maitland non era ancora arrivato, poco sufficiente a difendersi, non che atto ad offendere. D'Estaing con parole alte intimò la resa a Prevost; che quelle genti, ch'egli aveva guidato sotto le mura di Savanna, non erano, che una parte di quelle, che avevano conquistato per assalto la Grenada; che l'umanità sua l'obbligava a rammentarglielo, e che ciò fatto non potrebbe venir imputato, se non potesse poi la furia de' suoi soldati raffrenare. Chiedeva, e ciò non senza grave querela e sospetto degli Americani, si arrendesse all'armi del Re di Francia.
Prevost, considerato che le genti di Maitland non erano arrivate, e che le fortificazioni, che intendeva di fare, non erano ancor compite, dava del buono, e s'ingegnava di logorar tempo con far le viste di voler introdurre una pratica d'accordo. Rispose pertanto a D'Estaing, non potere, nè dovere arrendersi, se prima non conosceva le condizioni. Aggiunse, proponessele. Dopo varie pratiche, Prevost fu tanto astuto, e D'Estaing tanto dolce, o tanto confidente, che conchiusero una sosta di ventiquattr'ore. In questo frattempo arrivò dall'Isola di Porto-Reale con tutte le sue genti Maitland, dopo di aver superato con molta sua lode tutte le difficoltà opposte tra via da' luoghi e dal nemico. Ricevuto questo rinforzo, nel quale per verità consisteva la principale speranza della difesa, Prevost fece intendere a buona cera a D'Estaing, che si voleva difendere. Ma due giorni prima era arrivato nel campo degli assedianti il generale Lincoln con circa tremila soldati tra stanziali e milizie. Sommavano i Francesi al novero di quattro o cinque migliaia. Il presidio tra soldati, marinari e leali arrivava bene a tre migliaia di soldati. Pigliarono i Francesi il campo a dritta, gli Americani a sinistra. Non avendo gli alleati potuto insignorirsi della città di queto, nè credendosi poterla pigliare d'assalto per la gagliardìa del presidio e delle fortificazioni, le quali già fatto avevano, e tuttavia facevano gl'Inglesi con grandissima diligenza, si risolvettero a volerla pigliare per oppugnazione. Per la qual cosa, incominciarono a lavorar di forza alle trincee, e già il giorno ventiquattro avevano sboccato a trecento passi dalle palificate sulla sinistra della città. Fecero gli assediati ogni sforzo per impedir l'opere degli assedianti, sebbene con poco effetto. Finalmente avendo gli alleati condotto a fine le trincee, e piantatovi le batterie, incominciarono la notte dei tre ottobre, a briccolare in gran copia le bombe dentro la città, ed in sul far del dì dei quattro trassero furiosamente con trentasei bocche da fuoco dalle batterie di terra, e con nove bombarde. Nel medesimo tempo fulminavano di fianco con sedici cannoni posti sulle navi. Per accrescer terrore alla cosa non cessavano dal gettar dentro carcasse, le quali appiccarono il fuoco a parecchie case. Questa tempesta di tant'istromenti da guerra, che durò bene cinque giorni, siccome causò un danno infinito alla città, così fece poca impressione dentro le mura, le quali non erano sì tosto in qualche luogo danneggiate, che non fossero più presti gli Inglesi a rassettarle. Quindi invece di perdere della forza e solidità loro in mezzo a tanta furia di cannonate e di bombe, pareva che nuove ne acquistassero. I soldati poi del presidio, e molti ancora fra gli abitanti, siccome quelli, che stavano sulle mura per difenderle, ne ricevettero pochissimo danno. Ma bene fu assai grave quello delle donne, e dei fanciulli, e delle altre turbe inermi, le quali disseminate qua e là per le case che diroccavano od ardevano, non trovavano contro tanto furore rifugio alcuno. Molti perirono, altri furono sgabellati a doverne increscer loro la vita. Mosso dalle miserabili grida loro Prevost mandò pregando d'Estaing, fosse contento, che le donne ed i fanciulli fossero mandati sopra di una nave giù pel fiume, e posti sotto la protezione di una nave da guerra francese, e là stessero, finchè la bisogna dell'assedio fosse terminata. Aggiunse, che ove per sua cortesia concedesse la domanda, gli faceva a sapere che la sua moglie stessa, i figliuoli ancor fanciulli, e tutta la famiglia l'avrebbero usata. Alla quale richiesta piuttosto da desiderarsi da un generoso nemico per concederla, che da apprendersi per negarla, trattandosi, come invero si trattava di un'impresa da doversi terminare colla forza, non colla fame, rispose superbamente D'Estaing, o di per sè stesso, o messo su da Lincoln, il quale siccome Massacciuttese, era uno dei più risentiti libertini del paese, che non poteva acconsentire, perchè Prevost lo aveva ingannato colla tregua; che nella presente domanda vi poteva esser sotto materia (sospettando, che il generale inglese volesse con questo stratagemma cansare le ricche spoglie della Carolina); che finalmente lamentava bene l'infelice condizione di quelle persone, ma che se non poteva fare altro, lo imputasse Prevost a sè stesso, ed a quella illusione che gli offuscava l'animo.
Qualunque fosse la perizia degl'ingegneri inglesi, e specialmente quella del capitano Moncrieff, l'opera del quale fu di grandissimo comodo in quest'assedio, nel racconciar le mura rotte dall'impeto delle artiglierie nemiche, ed il valore, col quale gli assediati le difendevano, poca speranza potevano avere di poterle tenere ancora lungo tempo, e minor eziandio di ottenere la vittoria, quando gli assedianti avessero perseverato nell'assedio. Ma si trovava D'Estaing oppresso da gravissime difficoltà. Non si era egli persuaso, che fosse per trovare sotto le mura di Savanna un sì duro incontro; ed era venuto in tanta confidenza di una prossima vittoria, che si era fermato con tutta la sua flotta su quelle spiagge poco sicure in ogni stagione dell'anno, ma molto pericolose in quella, che allora correva. Aveva anzi significato agli Americani, che non poteva fare in terra più lunga dimora, che di otto o dieci giorni. Già ne erano trascorsi venti, dacchè era venuto a oste sopra Savanna, e questa città nissuna sembianza faceva di volersi arrendere. La stagione diventava ogni dì più infedele, ed i suoi uffiziali non cessavano di mostrargli, in quanto pericolo esporrebbe l'armata del Re, e tutti i suoi, se più lungamente si ostinasse nell'incominciata impresa. Poteva anco un'armata inglese fresca, e fornita di ogni cosa arrivar in quelle spiagge, e dar la battaglia alla francese mancante allora di tutti i soldati e marinari, e di tutte le artiglierie sbarcate alla fazione di Savanna. Onde è, che quantunque le trincee non fossero a quella perfezione condotte, che era necessaria, nè le mura della città altrettanto danneggiate, quanto si sarebbe desiderato, si deliberò D'Estaing a volerle dar l'assalto; tratto ora dalla necessità delle cose a quella risoluzione, la quale avrebbe dovuto mandar ad effetto, allorquando in sul principio poco era la città difendevole, e gli aiuti di Maitland non arrivati. Fatta la risoluzione, consultò con Lincoln del modo di eseguirla, ed ambidue si fermarono di voler assaltar la città sul fianco destro da quella parte stessa, dove si erano gli Americani accampati. Da questo lato una strada fonda e paludosa poteva condurre gli assalitori, senza che potessero essere non che danneggiati, veduti dagli assediati, sino distante solo a cinquanta passi dallo sdrucciolo della Fortezza, ed in qualche luogo anche più presso. La mattina dei nove ottobre, prima del dì, D'Estaing e Lincoln, raccolto il fiore dei soldati loro, andarono per la strada coperta a riconoscere la batteria. Ma a cagione del buio s'innoltrarono più in là nella fondura, che non avrebbero voluto, avendo dato una più gran giravolta a sinistra. Il che fu causa, che ci si perdè tempo, e si disordinarono i soldati. Tuttavia, ripigliato tosto le ordinanze, si affacciarono alle mura, e diedero con incredibile ardire un ferocissimo assalto. Gl'Inglesi, i quali, come scrivono alcuni, ne avevano avuto qualche fiato la sera precedente, e che perciò stavano sull'intesa, con quel medesimo valore si difendevano, col quale erano assaliti. Si attaccarono principalmente, con un furore inestimabile gli uni gli altri intorno un bastione posto sulla via per Ebenezer, facendo gli alleati un incredibile sforzo per ispuntar di quello gl'Inglesi. Si combatteva anche nelle altre parti con uguale valore, e non si poteva conghietturare, da qual parte fosse per inclinar la vittoria. D'Estaing e Lincoln in capo alle file dei loro, ed esposti ad un grandissimo pericolo gli animavano. Da un altro canto Prevost, Maitland ed il Moncrieff non mancavano a lor medesimi, continuamente aizzando i loro, cacciassero da quelle mura i ribelli al Re, i nemici inveterati del nome inglese sfolgorassero. Durò l'ostinatissima contesa per ben un'ora. Ma infine cedendo il valore degli assalitori alla costanza dei difensori, ed essendo quelli grandissimamente infestati dalle artiglierie, le quali poste con mirabile industria da Moncrieff nei luoghi più opportuni piovevan loro addosso continuamente, e da tutti i lati palle e scaglia; incominciò l'impeto degli alleati a raffreddare; poscia balenarono. Della qual cosa accortisi quei di dentro, e conoscendo benissimo, quello essere il momento, il quale se bene usassero, doveva dar loro la vittoria compiuta in mano, saltaron fuori, granatieri massimamente e marinari, e spintisi a trabocco nei fossi e nei ripari, in men che non si dice, gli spazzarono, cacciatine di forza tutti i nemici. Nè contenti a questo, avventati pel calor della battaglia, e gonfiati all'aura della vittoria, gli perseguitarono sì ferocemente e sì precipitosamente, che gli ributtarono fuori delle palificate dentro la fondura. Il quale cacciamento fu così subito, che quelle insegne, che Prevost aveva mandato dietro i suoi alle riscosse, non ebbero tempo di arrivare ad aver parte nell'impresa. Non è da passar sotto silenzio, che mentre più ardeva la battaglia, il conte Pulaski postosi alla testa di dugento cavalleggieri tentò galoppando a tutta briglia di entrare tra mezzo i ripari nella città per assalir poscia alle spalle, e scombuiar i nemici. Ma ferito in quel punto mortalmente, fu costretto a ritirarsi; ed i suoi, perduto il capitano, disanimatisi si tolsero dall'impresa. Dissipata la nebbia ed il fumo, che avevano ingombrato l'aria nell'ora dell'assalto, si scoperse uno spettacolo orribile a vedersi. Mucchi di morti misti coi viventi qua e là, ma principalmente intorno il puntone di Ebenezer; armi rotte, sangue sparso, grida lamentevoli, ogni cosa degna di compassione. Chiedevan gli alleati una tregua per seppellir i morti, e raccorre i feriti. Fu concessa, con restrizione però rispetto a quei che si trovavano in un certo spazio vicino alle mura.
Fu molto grave in questo fatto la perdita degli alleati. Dei Francesi morirono, o furono feriti meglio di settecento, tra i quali più di quaranta uffiziali. Tra i feriti si annoverarono lo stesso D'Estaing, i visconti di Fontange, e di Bethisì, ed il barone di Steding. Degli Americani tra morti e feriti mancarono da quattrocento. La perdita degl'Inglesi fu di poco conto, avendo combattuto da luoghi sicuri. Ora si facevano dai vinti le invenie per la risposta data a Prevost rispetto alla moglie e figliuoli di lui. Davano la colpa, come dicevano, a quell'avventato Lincoln. Offerivano adesso, imperciocchè facevano tuttavia le viste di voler continuare l'assedio, quello che prima tanto rigidamente avevano negato. Gissero pure la donna, ed i figliuoli del generale col seguito loro; sarebbero ricevuti a bordo della nave la Chimera dal cavaliere di San Rumain. Rispondeva con sopraccigli levati Prevost, che quello che stato era negato una volta con insulto, non francava la spesa di accettare.
Pochi giorni dopo passò da questa all'altra vita il conte Pulaski, uomo polacco di chiaro sangue, il quale non trovando più nella patria sua modo alcuno di adoprarsi in questa causa della libertà di cui ei faceva professione, s'era con generoso consiglio condotto ad aiutarla presenzialmente in America. Nel che fare se perdette la vita, acquistò non poca laude presso gli uomini valorosi. Raccontasi, che quando fu al Re di Polonia annunziata la morte di Pulaski, abbia esclamato: Pulaski sempre bravo, ma sempre nemico ai Re. E certo, se il Re Stanislao si doleva di Pulaski, ne aveva ben anche il perchè. Il congresso decretò, gli si rizzasse un monumento.