Intanto mentre le due parti in ciò si adoperavano, che la nuova guerra, che imprendevano, fosse agli occhi degli uomini giustificata, l'uno e l'altro Re protestando, che non erano stati i primi turbatori della pace, le due armate francese e spagnuola congiuntesi insieme nei mari di Spagna, spaventevoli molto all'apparenza, si appresentavano sulle coste della Gran-Brettagna. Consistevano in sessantasei grosse navi di alto bordo, tra le quali se ne annoveravano una spagnuola, che chiamavano la Santa Trinità di 114 cannoni, la Brettagna di 110, e la città di Parigi di 104, sette altre di ottanta, quindici di settantaquattro, e le altre minori. Seguitavano una moltitudine di fregate, di giunchi, di corvette, di fuste armate e di brulotti. Governava le due armate, come capitano generale il conte D'Orvilliers portato dalla Brettagna, essendo la vanguardia guidata dal conte di Guichen, e la dietroguardia da Don Gastone. La vanguardia stessa poi era preceduta da una squadra leggiera condotta da Latouche-Preville, consistente in cinque navi delle più sparvierate, ed accompagnate da tutte quelle fregate, che non appartenevano alle prime schiere. Era l'uffizio di questa squadra di sopravvedere, di sopraccorrere, e di spazzare i mari. Teneva dietro al retroguardo una squadra destinata anch'essa a speculare, ed alle riscosse capitanata da Don Luigi di Cordova, e composta di sedici grosse navi. Era, siccome pareva, il disegno degli alleati di fare una scesa nella parte, che trovato avrebbero più opportuna, della Gran-Brettagna, a ciò stimolati dalla grandezza dell'impresa, dalla possanza loro, dalla condizione poco difendevole dell'Irlanda, dall'inferiorità del navilio inglese, dalla debolezza degli eserciti stanziali dell'Inghilterra, di cui non poca parte era stata mandata a guerreggiar nell'America e nelle Antille. Per la qual cosa oltre quell'armata, della quale una più formidabile non aveva mai il mare Oceano solcato, trecento navi atte a trasportar soldati stavano apparecchiate nei porti di Avra di Grazia, di San Malò, ed altri su quelle coste. Ogni cosa in moto nelle province settentrionali della Francia. Meglio di quarantamila soldati già si trovavano assembrati sulle coste della Brettagna e della Normandia, e molti altri reggimenti marciavano a quella volta dalle altre parti del Regno. Creava il Re i generali, che dovevano governar la spedizione. Le genti, che già erano raunate nei porti e sulle coste che guardano l'Inghilterra, ogni giorno si esercitavano nelle diverse maniere d'imbarcarsi e di sbarcare, e tutte dimostravano un ardentissimo desiderio di recarsi sulle opposte rive per ivi combattere ed atterrare la potenza dell'antico rivale. Avevano seco moltissime ed ottime artiglierie; e cinquemila granatieri, il fiore degli eserciti francesi, trascelti con diligente cura da diversi reggimenti, dovevano servire d'avanguardia e di cominciatori alla segnalata impresa.
Erano pervenute in Inghilterra molto per tempo le novelle dei preparamenti della Francia, e della disegnata invasione. Nè avevano mancato i ministri a sè medesimi nell'apparecchiar tutte quelle difese, che e per la brevità del tempo, e per la presente condizione del Regno meglio avevano e saputo, e potuto. Avevano adunato sotto la condotta dell'ammiraglio Carlo Hardy trent'otto navi di alto bordo, e mandatele a mareggiare nel golfo di Biscaja a fine d'impedire, se ancora possibil fosse, la congiunzione delle due flotte nemiche. Ed è cosa maravigliosa, che le due armate, inglese ed alleata, le quali entrambe, ma principalmente l'ultima, si distendevano per un sì largo spazio di mare, non siano venute, incontratesi le navi mandate avanti a speculare, in cognizione l'una dell'altra. Mandò il Re un bando, pel quale annunziando ai popoli della Gran-Brettagna, che l'inimico intendeva di invadere il Regno, comandava agli uffiziali, che guardavano le coste, stessero a diligentissima guardia, e tostochè quello comparisse, facessero sgomberare dai luoghi interiori e più sicuri i cavalli, i boccini, le pecore, ogni sorta di bestiame e di vettovaglie, quelli soli eccettuati, che fossero per servire all'uso dei soldati britannici. Le bande paesane instrutte nell'armi si adunavano, e tenevansi pronte a correre ai luoghi dello sbarco. Le guardie stesse del Re erano leste a marciare. Tutti erano grandemente commossi al pericolo della patria. I più speravano molti temevano, tutti mostravano un animo ostinato alle difese. Ma l'armata degli alleati, la quale impedita dalle bonacce aveva lungamente penato a poter entrare nello stretto, ciò eseguì addì 15 di agosto, e si appresentò con terribile apparato al cospetto di Plymouth. Tosto si spaventano gl'inermi, gli armati corrono alle poste, si raddoppiano le guardie agli arsenali di Plymouth e di Portsmouth. In questa città si serra la Banca, e si interrompe ogni sorta di commercio. Gli abitatori della Cornovaglia fuggono a corsa a' luoghi più rimoti colle famiglie loro e cogli arredi più preziosi. Aggiunse nuove cagioni al terrore una nuova sventura. La nave l'Ardente di 64 cannoni, la quale da Portsmouth era in viaggio per recarsi all'armata di Carlo Hardy, venne in poter del nemico, veggenti i Plymottesi. L'ammiraglio inglese intanto iva volteggiandosi per l'alto mare a rincontro delle bocche dello stretto, non essendo in grado nè per la debolezza sua, nè per la situazione del nemico di porger soccorso alla patria sua, che si trovava in sì grave pericolo. Ma quello che operare non potevano gli uomini, operarono i cieli contrarj ad una sì grande impresa. Mettevasi in mezzo a tante speranze e tanti timori improvvisamente un greco gagliardo, il quale incominciò eziandio a sollevar il mare sì fattamente, che gli alleati ne furon cacciati a viva forza dallo stretto nel vasto Oceano. Cessato il vento, di nuovo si arringavano distendendosi dal capo Finisterra e dall'isola di Scilly sino alle bocche dello stretto molto vicinamente a queste, affine di mozzare la via all'Hardy, che non potesse entrare per ricoverarsi nei porti dell'Inghilterra. Ciò nonostante il dì ultimo d'agosto con mirabile industria veleggiando, ed avendo il vento favorevole, entrò l'ammiraglio inglese dentro lo stretto, vedendolo gli alleati, che non lo poterono impedire. Intendeva egli di adescargli tanto, che venissero ad ingolfarsi nelle strette del canale, dove il numero delle navi, pel quale grandemente prevalevano, sarebbe loro di niuno o di poco frutto stato, ricompensando in tal modo col vantaggio del sito il disavvantaggio delle forze. Lo seguitarono gli alleati sino al cospetto di Plymouth. L'una e l'altra armata serbavano una maravigliosa ordinanza, l'inglese per non lasciarsi avvicinare prima di essere arrivata a luogo conveniente, e per opprimere quei puntoni della francese che se le avvicinassero; la seconda per correre serrata, e difilarsi verso Plymouth per tagliare fuori l'altra. Ma il conte D'Orvilliers, o sia che non volesse troppo avventurarsi in quelle strette, o che il vento di levante, che si era mosso, l'impedisse, ovvero che incominciasse a patir fallimento di viveri, come fu scritto, o che la prossimità dell'equinozio lo rendesse riguardoso, o che le malattie contagiose, che infuriavano, ed ogni dì con gran numero di morti assottigliavano le sue ciurme, lo indebolissero, o che tutte queste cause insieme, come pare probabile, sel facessero, si levò dal pensiero; ed abbandonate le coste dell'Inghilterra, se ne tornò nel porto di Brest. Cotal fine ebbe un'impresa, la quale aveva minacciato di prossimo pericolo un potentissimo Reame. E certamente, siccome nissun'armata mai fu sì poderosa, così ancora nissuna fece sì deboli effetti. La mortalità poi fu di sì gran fatta sulle navi degli alleati, che ne perdettero da cinquemila tra soldati e marinari, e ne furono posti i capitani in disperazione di alcun buon successo per tutto il rimanente anno. Quindi nacque, che i più deboli raccolsero quei frutti, che avrebbero dovuto raccorre i più gagliardi. Non solo le numerose conserve inglesi, che portavano le ricchezze delle due Indie, arrivarono felicemente nei porti della Gran-Brettagna, ma ancora uscite di nuovo sul mare le navi dell'Hardy intrapresero molti ricchi bastimenti francesi e spagnuoli con gravissimo danno degli uni e degli altri, e non poca maraviglia dell'Europa, la quale se n'era stata grandemente sollevata a sì formidabile apparato, ed attentissima al fine, che dovesse avere quella contesa non che di grande, quasi di unica, e di non più udita importanza. Dall'esito ch'ella ebbe, confermossi, e crebbe assai la chiarezza del nome inglese nelle opere navali; e quantunque non avessero a patto nessuno gli alleati mancato, nè di arte, nè di ardire, tuttavia siccome i più degli uomini giudicano delle cose più dalla riuscita loro, che dalle cagioni, la fama loro ne andò soggetta a non poca diminuzione.
Ma quantunque le due grosse flotte nemiche per varj accidenti della fortuna, per la volontà dei capitani non abbiano voluto, o potuto combattere quella battaglia, nella quale da ambe le parti si metteva sì gran posta, vi furono però pochi giorni appresso feroci incontri tra navi particolari, nei quali i Francesi, gli Americani, e gl'Inglesi acquistarono la fama di alto e disperato valore. Aveva l'ammiraglio d'Orvilliers mandato fuori da Brest ad esplorar i mari verso le coste dell'Inghilterra la fregata la Surveillante sotto la condotta del cavaliere di Couedic, ed il giunco la Spedizione, capitanato dal visconte di Roquefeuil. S'incontrarono queste due navi poco lungi dal capo Ognissanti colla fregata inglese il Quebec, guidata dal capitano Farmer, ed accompagnata pure da un giunco chiamato il Rambler. Si attaccarono gli uni cogli altri con grandissimo furore il dì 7 ottobre; ed essendo il coraggio, l'industria e la forza da ambe le parti uguali, la battaglia durò bene tre ore e mezzo. Combattevano le due fregate sì vicino, che parecchie fiate le antenne dell'una s'intricarono in quelle dell'altra. Già le artiglierie avevano fatto un danno incredibile. Molti erano i morti ed i feriti. Caduti erano e fracassati gli alberi dell'una e dell'altra; e non si potevan più governare. Tuttavia non facevano sembianza alcuna di voler cessare o di arrendersi. Il capitano francese rilevava una ferita sulla testa, che gli toglieva i sensi; ma rinvenutosi seguitava a combattere. Poco poi ne toccava due altre mortali nel ventre; e ciò nonostante non che cessasse, ordinava, volendo venirne a capo, si andasse all'abbordo. Farmer anch'esso si difendeva non solo con valore, ma con una invincibile ostinazione. Per fare una spianata all'abbordo gettavano i Francesi dentro il Quebec molte granate; le vele di lui si accendevano. Il fuoco cresce, s'appicca ad altre parti della nave. Già il suo cassero ardeva. L'Inglese tuttavia si affaticava per ispegnerlo, e non si piegava ancora al volersi arrendere. Couedic per timore dell'incendio si allontanava non senza grande difficoltà. Perciocchè lo sprone della sua fregata si era intralciato cogli attrazzi della nemica. Infine la fregata inglese, conservate fino all'ultimo le bandiere alzate, appiccatosi il fuoco alle polveri, scoppiò. Il capitano francese con un esempio di umanità da non potersi abbastanza lodare, nè da doversi mai dimenticare tutto era in ciò, che salvasse il maggior numero che potesse d'Inglesi, i quali per fuggir il fuoco si erano a slascio precipitati nell'acque. Di trecento che erano, solo quarantatre ne potè scampare. Farmer fu inghiottito dalle acque in un colle reliquie della sua nave. La francese fracassata non poteva muoversi. Il giunco la Spedizione spiccatosi dal Rambler, col quale aveva combattuto, si recò in aiuto della fregata, e rimorchiando la condusse il giorno seguente nel porto di Brest. Il governo di Francia seguendo e gli esempj proprj, e quei delle nazioni più civili rimandò franchi e liberi in Inghilterra i quarantatre Inglesi, non volendo sostener prigionieri coloro, i quali scampato avevano alla rabbia degli uomini, dei cannoni, dell'incendio e del mare. Ebbero i Francesi quaranta uccisi e cento feriti. Il Re creò il cavaliere di Couedic capitano di vascello. Ma non potè lungo tempo godere l'onorata fama, che pel valore, e pell'umanità sua aveva acquistato; poichè, peggiorando ogni dì il male delle ferite, passò dalla presente all'altra vita tre mesi dopo il combattimento. Fu molto meritamente lodato, ed amaramente pianto in Francia, e con egual lode rammentato in tutta l'Europa, particolarmente in Inghilterra.
Un altro affronto del pari glorioso alle due parti, ed ostinato che questo, era intervenuto alcuni giorni prima sulle coste della Gran-Brettagna. Erasi recato Paolo Jones, uomo scozzese, ma postosi agli stipendj dell'America, prima nei mari d'Irlanda per esplorare, poscia in quei della Scozia, e quivi stava attendendo la occasione di fare qualche preda, ovvero anche, come era solito di fare, scendere a terra, e porre a saccomanno la contrada. Aveva seco un'armatetta consistente nella fregata il Bon-homme Richard di quaranta cannoni, l'Alleanza di 36, l'una e l'altra navi americane, la Pallade, fregata francese di 32, ai soldi del congresso con altri due legni minori. S'incontrava ai 23 settembre colla flotta mercantile inglese del Baltico, alla quale faceva la scorta il capitano Pearson colla fregata la Serapide di 44 cannoni, e la Contessa di Scarborough di 20. Non così tosto ebbe Pearson veduto l'armata di Jones, che s'allargava per andarla a combattere, mentre le navi mercantili ogni sforzo facevano per avvicinarsi alla spiaggia. L'Americano si ordinò alla battaglia. Si avventarono alle sette della sera l'uno contro l'altro molto accanitamente. Combattevano le due parti con eguale valore. Ma la Serapide più grossa, e più destra si avvantaggiava. Paolo per ragguagliarsi volle combattere più manescamente. Accostò perciò la sua alla fregata inglese, dimodochè l'una ne venne a sprolungar l'altra, e s'impacciarono le antenne loro insieme, ed i gusci diventarono sì vicini, che le gioie dei cannoni si toccavano; In questo stato continuarono a combattere dalle otto sino dopo le dieci con un coraggio da chiamarsi piuttosto furore, che valore. Ma le artiglierie dell'Americano poco erano atte a far danno al nemico; perchè avendo ricevuto molte botte di grosse palle a fior di acqua gli era stata tolta ogni facoltà di poter più scaricare quelle del ponte di sotto, e di quelle del ponte superiore due, o tre erano scoppiate ai tiri con morte di coloro che le ministravano. Restavangli a poterle usare soltanto tre, e con queste iva facendo quella miglior difesa che poteva, ponendo la mira agli alberi della fregata nemica, e traendo con palle armate, e ramate; ma accorgendosi di far poco frutto colle artiglierie, si voltò Jones ad un altro modo di combattere. Avventò una quantità grandissima di granate e d'altri fuochi lavorati dentro la Serapide. Ma entrando già l'acqua a furia pe' luoghi rotti dentro la sentina del Bon-homme Richard, si abbassava esso, e pareva volesse affondare. La qual cosa vedutasi da alcuni uffiziali di Jones, gli dissero: capitano, vogliamo noi arrenderci? No, rispose egli con una voce terribile; ed intanto attendeva a gettar fuochi. Già ardeva la Serapide in varj luoghi; a gran fatica potevano gl'Inglesi spegnere. Infine un cartoccio pigliò fuoco, e tutti gli altri insieme s'accendevano nel medesimo tempo con orribile scoppio. Ne rimaser morti tutti coloro, che si trovarono presso l'artimone, e le vicine artiglierie non si potevano più usare. Pure Pearson non si perdeva d'animo. Comandava a' suoi, andassero all'abbordo. Si accingevano; ma Paolo non se ne stava. Mentre gl'Inglesi salivano, ecco gli Americani in fila colle picche abbassate in sembianza molto terribile. Si levavan quelli dal pensiero, e si ritiravano di nuovo alla nave loro. In questo mezzo si era appiccato il fuoco dalla Serapide al Bon-homme Richard, e tutte due ardevano. Ma gli uomini ostinati tuttavia non si piegavano a tanto furor degli elementi. Già s'era fatto buio. Solo le fiamme miste col fumo, che sino al cielo s'innalzavano, rischiaravano l'aria lontano, mentre ingombravano la vista dei combattenti. In questo momento sopraggiunse l'altra fregata americana l'Alleanza, la quale, in mezzo a quell'orribile scombuglio, non distinguendo gli amici dai nemici, tirò di una intiera, fiancata al Bon-homme Richard, e molti uccise di coloro, che sopravvissuto avevano fin là a tante cagioni di morte. Accortasi poscia dell'errore, si volse con maggior rabbia contro la Serapide. Il valoroso Inglese, morti, e feriti gran parte de' suoi, rotte le artiglierie, la nave mezz'abbronzata, crescendo tuttavia le fiamme svelto l'albero maestro, s'arrendè. Marinati i suoi, tutti correvano a spegner il fuoco. Nel che riuscirono. Altri erano intentissimi ad aggottar l'acqua, che dalle sfessature delle pareti in gran copia era entrata nel Bon-homme Richard, ma ciò con poco frutto, perciocchè il giorno susseguente andò a fondo. Di 375, che erano sul Bon-homme Richard, trecento sei furono morti, o feriti. Ebbero gl'Inglesi 49 morti, e 68 feriti. Non si troverà negli annali delle storie, pieni per altro di tante aspre battaglie una, che più di questa sia stata per tutte le circostanze tremenda, nè più ostinata, nè più sanguinosa. Nel medesimo tempo la fregata la Pallade aveva combattuto contro la Contessa di Scarborough, e l'ebbe presa dopo un'ostinata resistenza. Paolo Jones, avuta sì difficile, e sì luttuosa vittoria, dopo d'avere errato pei venti contrarj molti dì colle navi fracassate pel mare del Nort, pose finalmente il giorno sei d'ottobre nell'acque del Texel.
1780
Questi, che abbiamo narrati, furono in sul finir del 1779 in Europa gli avvenimenti della guerra, dacchè la Spagna si era accostata alla lega contro l'Inghilterra. Ma in sull'entrar del seguente, si discoprirono presso altri potentati mali umori contro della medesima, i quali facevano temere o di vicine ostilità dal canto loro, od almeno di poco sicura amicizia. Avevano gli Olandesi, durante tutto il corso della guerra, esercitato di nascosto un traffico molto profittevole, il quale in questo consisteva che portassero nei porti della Francia le legna acconcie alle costruzioni navali, ed oggetti necessarj all'esercizio della guerra principalmente marittima. Di ciò avevano gl'Inglesi notizia, ed il governo britannico se n'era spesso doluto gravemente cogli Stati Generali, come di cosa contraria, non solo a quelle regole, che l'Inghilterra era solita di seguire a' tempi di guerra rispetto al commercio dei neutrali, e da questi o espressamente, o tacitamente ammesse, ma ancora ai capitoli dei trattati di alleanza e di commercio, che l'uno e l'altro Stato congiungevano. S'era anche il medesimo governo doluto della protezione, che si concedeva nei porti olandesi ai corsari sì francesi, che americani. Rispose a queste parole il governo d'Olanda, o negando, o vagando. Tra le altre scappate si ebbe in Inghilterra sull'entrar di gennaio l'avviso, che una numerosa carovana di navi olandesi cariche di munizioni navali in servizio della Francia era in via per recarsi nei porti di questa; e che per ischivar il pericolo dell'esser intrapresa dai bastimenti inglesi, i quali in questa bisogna stavano vigilantissimi, s'era posta a seguitar il conte Byland, che con un'armatetta di navi da guerra e di fregate conviava un'altra conserva di navi mercantili per alla volta del Mediterraneo. Mandavasi dall'Inghilterra il capitano Fielding con un numero di navi sufficiente, acciò visitasse la conserva, e quelle navi, che portassero robe di contrabbando, pigliasse. Arrivato Fielding vicino agli Olandesi chiedette, se gli permettesse di visitare le navi mercantili. Risposero del no. Ciò nonostante mandò egli alcuni legni, perchè andassero a far questo uffizio. Gli Olandesi trassero di alcune cannonate, e l'impedirono. L'Inglese allora trasse alcuni colpi avanti prua al conte Byland, e questi lo rincalzò con una intiera fiancata. Un'altra simile ne mandò Fielding; l'Olandese non potendo resistere, abbassata la tenda, si arrendè. Ma intanto la maggior parte delle navi, che portavano le cose riputate essere di frodo, s'erano allargate, e viaggiando velocemente recate si erano a salvamento nei porti francesi. Le rimanenti furono arrestate. Ciò fatto, il capitano inglese fece a sapere all'ammiraglio olandese che stava in facoltà sua di alzar di nuovo le insegne, e di andarsene al suo viaggio. Rizzò egli bene le insegne, ma in quanto a continuar nell'intrapreso cammino, non volle consentire. Anzi non volendo separarsi da quella parte della conserva, ch'era venuta in mano degl'Inglesi, l'accompagnò, ed entrò con essi nel porto di Spithead. I bastimenti, ed i carichi furono, come di frodo, posti al fisco. Pervenuta la notizia di queste cose in Olanda, vi si levò un grandissimo romore. Principalmente quei ch'erano amici alla parte dei Francesi, perciocchè a quei tempi tutta la nazione olandese era divisa in due Sette, francese, ed inglese, si risentirono gravemente, e gridavano, non doversi a patto nissuno un tanto insulto pazientemente tollerare. Questo fatto fece anche cader l'animo a coloro, i quali favorivano le cose degl'Inglesi. Si vedeva chiaramente, che quest'affrontata sarebbe stata cagione di nuova guerra, la quale non che temessero, forse desideravano gl'Inglesi: perchè amavano meglio la guerra aperta, che quei soccorsi dati di soppiatto al nemico, ed avevano posto l'occhio alle smisurate ricchezze olandesi, che o viaggiavano sui mari colla sicurezza della pace, o stavano nelle lontane isole ammassate senza le necessarie difese. Gli Olandesi poi non erano in modo nissuno, e forse non sì tosto sarebbero stati apparecchiati alla guerra.
Questo caso, gli uffizj della Francia, il voler giovarsi della difficile condizione, in cui allora si trovava la Gran-Brettagna assalita da tanti, e sì possenti nemici, e soprattutto il desiderio di liberare a' tempi di guerra il commercio dei sudditi dalle molestie inglesi fecero di modo, che si stipulò tra i potentati del Nort quella solenne lega, alla quale diedero il nome di Neutralità armata. Se non il primo autore, certo, capo e guida di questa fu Caterina, Imperatrice delle Russie, alla quale si accostarono tosto i due Re di Svezia e di Danimarca. I primi principj di questa lega furono, che le navi neutrali debbono poter navigar liberamente anche da un porto all'altro, e sulle coste dei potentati guerreggianti; che tutte le robe appartenenti a' sudditi dei potentati guerreggianti abbiano ad essere riputate libere a bordo delle navi neutrali, eccettuate solo quelle, le quali fossero per qualche antecedente trattato chiarite di contrabbando; che per determinare, quali siano quelle robe, che abbiano a riputarsi di contrabbando, l'Imperatrice Caterina si riferiva agli articoli decimo ed undecimo del suo trattato di commercio colla Gran-Brettagna, estendendone anche le obbligazioni a tutti gli altri potentati guerreggianti; che per definire, quali siano quei porti, che si debbono riputar bloccati, s'intenda, che tali debbano riputarsi quelli solamente, avanti, e sì vicino ai quali stanzino attualmente vascelli nemici in tal numero, che ne sia diventato l'entrarvi dentro pericoloso: che questi principj debbano servire come regole nei processi giudiziali, e nelle sentenze da profferirsi intorno la legalità delle prede. Questi erano i principj fondamentali della lega, per l'esecuzione dei quali i tre alleati determinarono, che ciascuno tenesse una parte delle sue flotte allestita, ed in tali luoghi la collocasse, che venisse a formarsi una seguenza non interrotta di navi dei confederati apparecchiate a proteggere il comune commercio, ed a prestarsi scambievolmente aiuto ed assistenza. Fermarono ancora che allorquando una nave qualsivoglia avesse provato per mezzo delle sue scritture, che non portasse robe di contrabbando, le fosse concessa l'accompagnatura delle navi da guerra, sotto la custodia delle quali avesse a porsi, e che avessero ad impedire, non venisse arrestata, o dal suo cammino svolta. Questo capitolo, il quale attribuiva solo allo Stato interessato, od a' suoi alleati la facoltà di giudicare della qualità dei carichi in rispetto al contrabbando, pareva escludere il diritto di visita tanto instantemente preteso dall'Inghilterra, contro la quale malgrado, che si parlasse con termini generali, si vedeva manifestamente essere indirizzato tutto questo apparato della lega. Aggiunsero gli alleati a queste stipulazioni parole magnifiche; che difendevano i diritti della natura e delle nazioni; che stabilivano le libertà dell'uman genere; che procacciavano la felicità e la prosperità dell'Europa. Per verità tutte le nazioni europee, eccettuata solo l'Inglese, si mostrarono grandemente contente a questo nuovo disegno dei Re del Nort, e tutte lodavano, e sino al cielo innalzavano la sapienza e la magnanimità di Caterina seconda. Tanto era l'odio, che contro di sè aveva concitato l'Inghilterra co' suoi portamenti sul mare. Furono i capitoli della lega comunicati a tutti i potentati d'Europa, principalmente alla Francia, alla Spagna, all'Olanda, all'Inghilterra ed al Portogallo, e nell'istesso tempo gl'invitarono a voler entrar anche essi nella lega. La Francia e la Spagna, le quali sommamente desideravano d'intorbidare alla Gran-Brettagna l'acqua di altre parti d'Europa, oltre le magnifiche lodi date all'Imperatrice, risposero, non solo essere contente al venire a parte della lega, ma già avere molto prima agli ammiragli loro e capitani di mare sì fatti ordini dato, che già eran le massime della neutralità armata poste da loro in esecuzione, avendo la giustizia della cosa prodotto in elle quegli effetti, che ora coi capitoli della lega avevano i potentati del Nort confermato. Il Portogallo per la grande introduzione, che aveva a quella Corte il nome inglese, o dependente o fedele all'Inghilterra, se ne scusò. Le Province Unite dell'Olanda stavano intanto deliberando quello che fosse a fare. Già avevano i ministri britannici, o desiderando, o temendo quello che doveva avvenire, e per fare iscoprir gli Olandesi, richiestigli, fornissero all'Inghilterra i sussidj stipulati nel trattato d'alleanza. Al che questi, in nome per la inevitabile tardità delle deliberazioni loro, in fatto perchè non gli volevano concedere, non avevano fatto ancora alcun segno di voler acconsentire. Onde il Re della Gran-Brettagna, per toccar il fondo della cosa, e per impedire i governi delle Province Unite, non si accostassero alla lega del Nort, col dimostrar loro, che nonostante il numero e la potenza dei nemici, che lo premevano, si era peraltro al tutto risoluto al venirne con essi loro agli estremi casi, quando le antiche regole della neutralità non osservassero, giacchè a quelle dell'alleanza soddisfare non volevano, mandò fuori un ordine, col quale significò, che il non aver voluto mantener gli obblighi della confederazione da parte delle Province Unite era da riputarsi, come un rompimento dell'alleanza. Dichiarò perciò, che quella repubblica, ed i sudditi di lei erano scaduti da quei privilegj che il trattato d'alleanza aveva loro conferiti; e si dovevano per l'avvenire tener in quel grado medesimo, in cui si tenevano le altre nazioni neutrali non alleate. In questa maniera il Re britannico, anche prima, che avesse avuto la negativa espressa alla sua richiesta, si disobbligò dal trattato d'alleanza, sperando con questo risoluto consiglio d'intimorir gli Olandesi sì fattamente, che non fossero per entrar nella lega contro di sè ordita pressochè generalmente in Europa. La cosa non ebbe effetto. Le parti francesi erano troppo gagliarde nelle Province Unite, massimamente in quella d'Olanda tanto principale, e nella Frisia occidentale, e gli animi vi erano troppo alterati dall'insulto fatto al Byland. Laonde dopo molte e frequenti consulte, tutte di consentimento concorde deliberarono, non esser da concedersi i soccorsi richiesti all'Inghilterra; doversi dare le accompagnature delle navi da guerra alle conserve mercantili della repubblica, di qualunque natura ne fossero i carichi, eccettuati solo quelli, che per le stipulazioni fatte nei trattati potessero riputarsi di contrabbando. Accettassesi con grato animo l'invito dell'Imperatrice delle Russie, ed a questo fine s'intavolasse un negoziato col principe di Gallitzin, Inviato straordinario di Sua Maestà presso gli Stati Generali.
Ma l'Inghilterra trovandosi con tanti nemici addosso, e vedendo la Russia tanto potente, e l'alleanza della quale tanto le era necessaria, tentennare, alla proposta della lega senza volersi restringere, rispose spacciando pel generale, ed iva dando del buono per la pace. In mezzo a tanti e sì possenti nemici, o già scoperti o vicini allo scoprirsi, non solo non si sgomentava, ma ancora continuava nel disegno di voler la guerra offensiva proseguire nella Terra-ferma americana. Solo, come abbiamo narrato, si consigliò, lasciati gagliardi presidj nella Nuova-Jork, portarla contro le province meridionali. A questo fine, e per abilitar Clinton alla impresa delle Caroline, era partito il mese di maggio dall'Inghilterra l'ammiraglio Arbuthnot per alla volta dell'America con una flotta di navi armate, e con meglio di quattrocento vascelli da carico. Ma come prima si era scostato dalle spiagge dell'Inghilterra, ebbe avviso, avere i Francesi sotto la condotta del principe di Nassau assaggiato L'Isola di Jersey, situata presso le coste della Normandia. Seguendo meglio la necessità del frangente, che gli ordini che teneva, rimandate indietro a Torbay le conserve, si recò coll'armata in soccorso del presidio di Jersey. Riuscì vano il tentativo dei Francesi. Di nuovo l'Arbuthnot si avviò verso l'America. Ma tali furono gli accidenti contrarj del tempo e dei venti, ch'egli ebbe ad incontrare pel soprastamento fatto nell'impresa di Jersey, che penò assai lungo tempo, prima che potesse dalle terre dell'Inghilterra allargandosi, entrar nell'alto mare, e veleggiare alla distesa verso l'America. Non arrivò alla Nuova-Jork, se non se in sull'uscir d'agosto. Ma però non si mossero gl'Inglesi; perciocchè temevano di D'Estaing, il quale si trovava allora all'impresa di Savanna. Finalmente, avuto le novelle dell'esito di quella e della partenza dell'ammiraglio francese dalle spiagge americane, aveva Clinton imbarcato settemila soldati, e, scortato dall'ammiraglio Arbuthnot, era partito per all'impresa della Carolina il giorno 26 di decembre del trascorso anno.
E non solo intendeva l'Inghilterra di volere con gagliardo sforzo continuar la guerra sul continente americano, ma ancora difendersi, ed offendere, secondochè la opportunità si scoprirebbe, nelle Antille. Per la qual cosa i ministri si erano risoluti a mandar con un rinforzo di navi e di genti in quelle spiagge l'ammiraglio Rodney, uomo, nel quale ed essi e tutta la nazione britannica avevano una grandissima confidenza posta. Alla qual deliberazione tanto più volentieri si accostarono, quanto che sapevano, che i Francesi stavano per far partire a quella volta un simile rinforzo sotto la guida del conte di Guichen. Ma però, prima che colà si avviasse, vollero, andasse ad una impresa di molta importanza. Dai primi tempi, in cui si era rotta la guerra colla Spagna, avevano gli Spagnuoli assediato, e bloccato per mare e per terra la Fortezza di Gibilterra. Era stato preposto alla bisogna dell'assedio l'ammiraglio Don Barcelo, uomo vigilantissimo, il quale con ogni maggior industria impediva, non trapelassero dentro munizioni di sorta alcuna. Il presidio già incominciava a pruovare grande carestia di vettovaglie, e molto a patirne. Nè aveva speranza di poterne ricevere dalle vicine spiagge per mezzo dei traforelli e delle saettìe, che la diligenza de' Spagnuoli schivassero; essendochè i Barbari, che abitano le coste dell'Affrica, e massimamente l'Imperatore di Marocco, veduto ch'ebbero, essere gl'Inglesi al di sotto nel Mediterraneo, si erano volti a favorir gli Spagnuoli. Così i Gibilterrani erano a grandissima stretta di vittuaglia, e nello stesso tempo si ritrovavano del tutto privi di quell'abbondante procaccio, ch'erano stati usi fin là di fare sulle vicine coste della Barbaria. Nè altra via v'era a vettovagliar la Fortezza, sè non se dall'Inghilterra, e per mezzo di grosse accompagnature di navi da guerra date ai bastimenti da carico. Quest'era l'impresa, che doveva fornire Rodney. Partì dai porti d'Inghilterra in sull'entrar del presente anno con un'armata di ventuna nave da guerra, ed una numerosa carovana di navi annonarie. Favorì la fortuna questi suoi primi conati. Giunto egli verso il Capo Finisterra cozzava in una conserva spagnuola di quindici navi da carico accompagnata dalla nave di alto bordo il Guipuscoa di 64 cannoni, da quattro fregate, e da due altri legni minori armati in guerra. Andavano da San Sebastiano a Cadice a fine di portar le munizioni sì da guerra che da bocca all'armata, che in questo porto si trovava assembrata. Data loro la caccia, tutte le pigliò di colpo, ricca, e molt'opportuna preda al vincitore. Oltre la presa del Guipuscoa, nuova e bellissima nave, quelle da carico alcune portavano una notabile quantità di frumento e di farine, siccome pure altre provvisioni, munizioni da guerra, ed attrezzi navali. Le prime condusse a Gibilterra, le navali mandò in Inghilterra, dove se ne aveva grandissimo bisogno.
Ma un altro più grande e più prospero successo riserbavano i cieli alla fortuna di Rodney. Il giorno 16 di gennaio, s'abbattè presso il Capo Santa Maria in un'armata spagnuola di nove vascelli di alto bordo, la quale sotto il governo di Don Giovanni Langara stava presso il capo medesimo, non dubitando di pericolo alcuno, in crociata. Avrebbe l'ammiraglio spagnuolo, se avesse voluto, potuto schivar l'incontro di una forza tanto alla sua superiore. Ma in luogo di mandare, tosto che discoperse dall'alto delle gagge le vele nemiche, le fregate a sopravvedere, ed a riconoscere il numero e la forza loro, e quindi ritrarsi ai porti, mise tosto le sue in ordine di battaglia. Quando poi, approssimatisi vieppiù gl'Inglesi, ebbe osservato, quanto fossero di lui più gagliardi, si affaticò per tirarsi indietro; ma già non era più tempo. L'ammiraglio Rodney aveva ordinato a' suoi, dessero la caccia, dimodochè potessero guadagnar il sottovento per mozzare agli Spagnuoli la ritirata ai porti. Essendo i vascelli inglesi molto più destri al correre, che gli spagnuoli, riuscirono nel disegno. Quindi la battaglia diventò inevitabile. Don Giovanni si difendette con grandissimo valore. L'aspetto delle cose era oltre ogni dire terribile. L'ora era tarda, e già incominciava ad abbuiare; il mare grosso, e tempestoso; i vicini scogli di San Lucar accrescevano il pericolo. In questo mezzo il vascello spagnuolo, il San Domenico, di 70 cannoni, ardeva con orribile scoppio. Tutta la ciurma, ch'erano bene 600 persone, perirono. Durarono la battaglia, e poscia la perseguitazione, che ne seguì dopo la rotta degli Spagnuoli, fino alle due della mattina. La capitana denominata la Fenice, sopra la quale si trovava Don Giovanni, e portava 80 cannoni con tre altre di 70, fu presa, e condotta a man salva dentro il porto di Gibilterra. Il Sant'Eugenio ed il San Giuliano vennero anch'essi in poter degl'Inglesi, i quali ne avevano marinati gli uffiziali, e mandato un certo numero dei loro a bordo. Ma essendo il mare molto grosso, la notte tempestosa, trovandosi in mezzo a scogli, e mancando gl'Inglesi di piloti, che fossero pratichi de' luoghi, si mettevano nella discrezione degli Spagnuoli, i quali da vinti diventati vincitori ricondussero le due navi nel porto di Cadice. Due altri vascelli grossi, ed altri più sottili, quantunque grandemente danneggiati, nel medesimo porto si ricoverarono. Il giorno seguente ebbero gl'Inglesi molta fatica per sbrigarsi dalle secche, e per arrivar di nuovo nell'alto e profondo mare. Fu Don Giovanni ferito gravemente. Ottenuta la vittoria arrivò Rodney a Gibilterra, ed ebbevi in poco tempo scaricate tutte le navi annonarie, in guisa che non solo fu sollevata la carestia dei viveri, ch'era dentro la Fortezza, ma di più fu essa posta in grado di poter sopportare senza nuovi aiuti un lungo assedio. Riempiuti con tanta utilità della patria, e con non minore sua gloria gli ordini del Re, verso mezzo febbraio si mise, siccome gli era stato commesso, tra via con una parte della flotta alla volta delle Antille. Il rimanente in un colle prede della Spagna viaggiava verso l'Inghilterra sotto la condotta del Sotto-ammiraglio Digby. La fortuna, che s'era tanto propizia dimostrata agl'Inglesi nell'andata loro a Gibilterra, gli volle anche nel ritorno loro favoreggiare. Il giorno 23 di febbrajo discoprì Digby in lontananza una flotta consistente in molte navi francesi di differente grandezza. Quest'era una conserva, che se ne iva all'Isola di Francia scortata dal Proteo e dall'Aiace, l'uno e l'altro di 64 cannoni, e dalla fregata la Charmante. Governava il tutto il visconte Du-Chilleau. Accortosi questi degl'Inglesi, con ottimo consiglio comandò tostamente all'Aiace, ed alla più parte della conserva, si schivassero, e velocemente per di dietro si difilassero. Egli poi da fronte raccozzò in un gomitolo la sua propria nave il Proteo, la fregata, ed alcuni altri legni più piccoli, e ciò affinchè il nemico, ch'era tuttavìa lontano, ingannatosi, lo scambiasse per tutta la conserva. Lo scaltrimento ebbe l'effetto, che se ne aspettava. Digby, non accortosi dell'Aiace, e del grosso della conserva che se ne andavano, perseguitava il Proteo. Fuggiva questo sì rattamente che non sarebbe stato preso. Ma cadutogli un calcese, e perciò rallentatosegli l'abbrivo, sopraggiunsero gl'Inglesi e lo pigliarono. Vennero anche in poter loro tre navi da carico. Tale fu la riuscita della spedizione di Rodney a Gibilterra. Se ne fecero in Inghilterra molti rallegramenti, sia per la cosa in se, ch'era d'importanza sia perchè erano queste le prime felici novelle, che da lungo tempo vi fossero pervenute. Il Parlamento rendè pubbliche ed immortali grazie a Giorgio Rodney.