Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio settimo, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Ecco, diceva, i templi dell'Altissimo di nuovo aperti; l'augusto nome di Dio, e de' suoi santi sulle loro fronti scritto; i ministri del santuario per le sacre cerimonie in un coi fedeli intorno agli altari accolti, le greggi novellamente sotto la tutela dei legittimi pastori ridotte, novellamente i sacramenti della chiesa con libertà e con riverenza ministrati, novellamente solidato il pubblico esercizio della cattolica religione, novellamente spiegato all'aura lo stendardo della croce, novellamente il giorno del Signore santificato; ecco novellamente il capo della chiesa, col quale chiunque non raccoglie, dissipa, riconosciuto; ecco finalmente uno scisma deplorabile, che per la vastità della Francia, per la celebrità de' suoi abitatori, per la chiarezza delle sue città minacciava gran pericoli, e gran ruine alla cattolica religione, ecco questo deplorabile scisma dissipato e spento. Tali sono i vantaggi, tali i benefizj, tale la salute, che il santo giorno della redenzione, in cui, pubblicato il concordato, la Francia empiè di compunti e venerabondi fedeli i tempj, ha partorito. Poscia il pontefice, in se medesimo raccoltosi, continuò dicendo: «Non è però, venerabili fratelli, che l'animo nostro non sia in mezzo alla sua contentezza da qualche amara puntura trafitto. Sonsi col concordato, noi non consapevoli, pubblicati certi articoli, di cui è debito nostro, seguitando le vestigia del nostri antecessori, di addomandare e le modificazioni, e le mutazioni: di ciò richiederemo il consolo; ciò speriamo dalla sapienza e dalla religione sua, dalla sapienza e dalla religione della nazione Francese, che da tanti secoli tanto ha di questa religione meritato, e che oggidì novellamente con sì acceso desiderio l'abbraccia. Volle il governo di Francia, che la religione in Francia si ristorasse: non può non volere quanto la sua santa constituzione richiede, quanto la salutare disciplina della chiesa ricerca». Infatti instò il papa, perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo, che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della chiesa, non che la chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugj, ora con minacce, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice, e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso.
A questo modo travagliava Roma con Francia. Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo cupidigia di serbar questo paese per se. Ma indugiava a risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo, e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma, o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emanuele. Appresso a lui vivevano molti nobili Piemontesi o de' più ricchi, o de' più capaci. Si aggiungeva Vittorio Alfieri, nato in Asti di Piemonte, uomo di quell'ingegno smisurato, che ognuno sa, padre della tragedia Italiana, e da essere eternamente, non che venerato, adorato da chi venera ed adora le Italiane muse. Avendo egli odiato e maledetto i re, quando erano in fiore, si era poi messo ad odiare ed a maledire le repubbliche, quando erano venute in potenza, e ciò meno forse pel male che in quelli od in queste era, che pel genio in lui naturale di andar sempre a ritroso. Adunque in Firenze standosene, continuamente fulminava contro la condizione delle cose Piemontesi. L'autorità di un uomo sì grande operava con efficacia, e vieppiù rompeva ogni nervo del governo. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria, mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte dei ventitrè marzo dell'ottocentouno morì di morte violenta Paolo, imperatore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente, che sua volontà fosse, che la unione si effettuasse: constituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Perchè poi non paresse all'imperatore Alessandro, che il signore della Francia troppo impertinentemente avesse operato nel prendere, prima di consigliarsi con lui, una deliberazione di tanta importanza, diede al decreto una data anteriore al giorno, in cui gli pervennero le novelle della morte di Paolo. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai due di aprile dell'ottocentouno, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse, che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Ma il consolo, che principiava a non amare i nomi antichi, cambiò quello del primo, non più dell'Eridano, ma del Po chiamandolo, e credè con ciò di aver fatto un bel tratto.
Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare, e per promettere obbedienza deputati; furono quest'essi, Bossi uno dei consiglieri, Baudisson, professore dell'università, i nobili d'Harcourt, Alfieri di Sostegno, della Rovere, e Serra. Furono veduti molto volentieri, massime i nobili, perchè il consolo gli voleva allettare. Solo Fouché, ministro di polizia generale, trascorse in presenza loro con parole eccessive contro i preti e contro gli aristocrati: il che fe' ridere, e stringere nelle spalle i deputati.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro, ed a congiungerselo in amicizia; e siccome astutissimo ch'egli era, e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia, e d'Egitto, avendo udito che il novello imperatore era di natura generosa, e tendente al governar gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte parti tentandolo. Avere voluto la Provvidenza, diceva, arbitra delle umane cose, che un principe d'animo nobile e buono fosse salito al sovrano seggio delle Russie; avere voluto da un'altra parte, che un generale di qualche nome avesse recato in se la somma dell'autorità in Francia, generale, al quale e le filosofiche dottrine e la religione piacevano, che sapeva qual moderazione convenisse alle prime, quale tutela alla seconda: sarebbe felice il mondo, se Francia e Russia potentissime s'accordassero tra loro al medesimo fine; rotta, sanguinosa, desolata essere la umanità; ricordarsi delle ferite, non bene avvisare i rimedj; il dispotismo da una parte, l'anarchìa dall'altra; se Alessandro e Buonaparte nello stesso disegno convenissero, darebbesi dolce norma in Europa alla potestà assoluta, freno insuperabile alla licenza; aversi ad ordinare Italia, Svizzera, Olanda; parlasse Alessandro, del desiderio suo avvisasse, e fora pago l'intento suo; principiare il secolo, dover principiare con nuove e fortunate sorti; questi essere gli augurj, queste le arre date dal cielo a Buonaparte e ad Alessandro: dover loro mostrare, ad onta di tanti secoli infelici, che vi è modo di condurre gli uomini a felicità; dover mostrare, che calunniano l'umanità coloro che la odiano; dover mostrare che la filosofia non inganna, che la religione non perseguita, che la libertà non dissolve; dover mostrare che tutte insieme unite potevano far sorgere un vivere fortunatissimo; a sì lieto fine volere lui usare tutta la volontà, e tutta la forza sua; se le volesse usare anche Alessandro, direbbero i posteri, che non indarno sperarono i filosofi, che più avventurose stelle avessero a splendere sulle misere generazioni un giorno.
Ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro, non sospettando quanto veleno in se nascondessero. Intanto il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alle realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava esser necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signorìa d'Italia, comandava, che il decreto dei due aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria impotente per le disgrazie, l'Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono, persuase oramai, che se non arrivava qualche improvviso accidente che le ajutasse, indarno erano i consigli umani. Arrivarono a Torino i commissarj Parigini ad ordinar lo stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studj, chi pei giudizj. L'antica semplicità degli ordini amministrativi di quel paese degenerava in forme complicate, i nuovi costarono a molti doppi più cari. Bene si migliorarono gli ordini giudiziali sì civili che criminali per l'acquistata prontezza, immenso benefizio, che consolava della perduta independenza. Ciò, quanto alle cose scritte: quanto alle arti subdole, non so se provvide, ma certamente furono strane. Voleva il consolo ridurre lo stato in forma di monarchìa: i repubblicani di Francia, eccettuati i più furibondi, che aveva confinati in carcere, o banditi in lidi lontani, il secondavano, nè egli era avaro verso di loro di carezze e di ricchezze. Quanto ai repubblicani Italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiargli, come quei di Francia, o di spegnergli, non già coll'ammazzargli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, come la Borgiesca, ma col tôrre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultima; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarj, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tulierie: il che era cagione, che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri. Tolse adunque le cariche a molti, nè solamente gli cassava, ma ancora dando favore e stimolo ai nemici loro, operava, che il nome e la fama ne fossero straziati e vilipesi; intricate infamie, perchè perseguitava chi l'aveva ajutato, vezzeggiava chi il disprezzava.
Buon procedere sarebbe stato questo, quanto all'utile, se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici, e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sognava sempre prosperità. Restava Jourdan, che era stimato repubblicano. Deliberossi a tôrre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro: partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino in luogo di Jourdan. Raccontar le lepidezze, e gli arbitrj che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole, che la gravità della storia comporti. Bene non mi posso tenere dal considerare il consiglio del consolo, che per instaurare, come diceva, gli ordini della monarchìa in Piemonte, vi mandava un Menou di Francia, e per instaurarvi, come anche diceva, la religione di Cristo, vi mandava un Menou d'Egitto. Forse voleva atterrire con qualche odore di Turchìa; ma è un pessimo modo di terrore il rendersi ridicolo. Basta, accidente strano e non più udito era quello di veder le carezze che Menou faceva ai nobili, e quelle che i nobili facevano a Menou, dal canto suo umili e dimesse, dal canto loro astute e superbe; ed ei se le godeva, ed erane contentissimo. Diceva che il governo il voleva, il che era vero: ma il governo dà l'autorità, non la discrezione, e Menou non ne aveva. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva, partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re diformato da una succida baracca ad uso di una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio nel generoso e sfortunato Piemonte.
Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello, e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volentieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito ch'egli governava, mandata primamente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune, e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello stato Romano con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace col re, entrava nel Regno sin oltre a Taranto, in nome per isforzare il governo ad osservar il trattato, ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi, e per vivere a spese del Regno. Quanto allo stato Romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti, che vi aveva, in Ancona per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Francesi; questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, il predominio e la tirannide degl'Inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana, e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno, ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo, come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti: nè amava le rapine, manco il sangue: purchè il lodassero, se ne viveva contento. Pure trascorse ad un atto, credo per volontà del consolo, nel quale non so se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggior insolenza. Comandava con bando pubblico, che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare nei propri paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso. E perchè niuna parte di bruttezza mancasse a quest'atto, prese, per farlo, occasione da un tumulto popolare nato in Firenze nel mentre che si conduceva all'estremo supplizio un soldato Toscano reo d'assassinio contro un soldato Francese, come se i fuorusciti fossero in paese ospitale rei di ribellione alle leggi ed alla giustizia, o s'intendessero cogli assassini. Sì per certo, questo mancava alla malvagità del secolo, che coloro, i quali erano per le instigazioni di Francia venuti in odio ai loro antichi signori, fossero, come gente di mal affare, cacciati inesorabilmente dagli eletti ricoveri loro da un generale di Francia. Potevano i ladri e gli assassini di altri paesi ritirarsi in Toscana, quietamente dimorarvi, solo gli amatori del nome di libertà, uomini, se ingannati, certamente ingenui e dabbene, non potevano esservi ricettati, nè trovarvi riposo e salute, da quei medesimi cacciati, per cagione dei quali erano a quelle miserabili strette condotti. Nè credo che abuso di forza più intollerabile di questo sia stato mai, di far legar uomini innocenti per condurgli là, dove non volevano andare. Ma non sola la Toscana cacciava fuori i miseri. Mentre Murat espelleva gli esuli da questo paese, la repubblica Cisalpina gli mandava via da' suoi territorj con la solita giunta, che chi nel termine di dieci giorni non obbedisse, fosse condotto per forza ai confini. Quest'erano le arre, che i Buonapartidi davano ai re. Accadde poi un caso degno di molta compassione; perchè i fuorusciti Napolitani svelti per forza dal Toscano nido, quando furono arrivati a Roma, non avevano i passaporti che da loro si richiedevano, per modo che non potevano nè stare, nè andare, nè tornare. Da questo imparino prudenza coloro, che hanno smania di far rivoluzioni, e di fidarsi dei forestieri. Solo in Piemonte trovarono gli esuli ricovero lieto e sicuro.
Murat contento al comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re d'Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Ferroni. Assunse il nome di Lodovico primo; nominò suo legato a ricevere il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Francesi in luogo di un popolo amico, che tanto sapeva rispettare presso i popoli esteri i principj monarcali, quanto era fortemente addetto in casa propria ai principj repubblicani. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonnella, notajo dello stato, Tommaso Magnani, avvocato regio, Orlando del Benino, senatore, tutti lusinghevolmente per le cose, francescamente per le parole. Vidervisi due donne complimentate da Gian Battista Grifoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze; resse con dolcezza, le Leopoldiane vestigia calcando.
Era tempo di constituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Saliceti a riformar Lucca, oppressa dall'imperio dei forestieri, e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi i nomi vecchi, come se le parole avessero a prevalere sulle cose. Fecero i Lucchesi le solite feste a Saliceti: chi agognava lo stato, il corteggiava; chi più aveva gridato contro gli aristocrati, più gli accarezzava; a loro principalmente il commissario di Francia si volgeva. Se i democrati si risentivano, rispondeva esortando, portassero i tempi pazientemente, perchè così voleva il consolo. Soggiungeva, meglio conservarsi la libertà con l'aristocrazìa e la democrazìa mescolate insieme, che con la democrazìa pura. Cominciavasi a parlar di aristocrazìa per far passo alla monarchìa. Constituiva Saliceti la repubblica di Lucca con un collegio, o gran consiglio di duecento proprietari più ricchi, e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati; fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi; un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno; esercesse le veci di ministri; proponessero gli anziani le leggi, e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Sercio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con Borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Saliceti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo gli guastava.
Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di stato Moreau di San Mery ad amministrarlo. Resse San Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati, che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo. Non potè constituire in Parma ordini stabili, perchè il consolo, che serbava il paese per se, non volle aver sembiante di lasciarlo ad altri.