Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente, anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine, quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, vinta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò, che nella mente aveva da sì lungo tempo concetto, e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni, e di desiderj repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche mal giuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Sapeva che nella nostra razza imitatrice, cosa molto efficace è l'esempio, e che gli uomini vanno volentieri dietro alle similitudini. Deliberossi adunque, prima di scoprirsi in Francia, di fare sue sperienze Italiane, confidando che gl'Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi Francesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze Italiane voleva conquistar Francia. Le rappresentazioni che sanno di teatro, sempre piacquero agli uomini, massimamente a Buonaparte. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Francesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue Italiane arti dare pomposo cominciamento. Spargevansi ad arte e dai più fidi in Cisalpina voci, che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; ch'era oggimai tempo di constituirla stabilmente, e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarj, perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessarj ordini di colui, che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei constituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte nel novantasette, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazìa ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia, non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governi antichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia, che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in freno l'Austria tanto potente per l'acquisto dei dominj Veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità; varj essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle Cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modenesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigi dell'antiche emolazioni; parti separate, e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici, alle quali era chiamata.
Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava, affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderj e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa della repubblica: ordinava, che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe l'ordinare le leggi fondamentali dello stato, ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegj elettorali dovessero entrare; sarebbe l'assemblea composta dai membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studj, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendevanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Oppizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Trivulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione chi per amore, chi per forza, chi per ambizione; grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fatto mirabile, che una nazione Italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo Cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati: gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore, e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse: mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la Cisalpina nazione valesse; a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel Lionese congresso livore nissuno, odio nissuno, parzialità nissuna, recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini, che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarj, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue; pruovassero, che non invano aveva il Cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero, che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano di essere innalzati; dovere a se stessa dei proprj ordini restare la Cisalpina obbligata; solo se medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurj, se tante concepite speranze fossero indarno.
Questi nobili consentimenti verso la Cisalpina patria, e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Taleyrand, che aveva in se raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi, che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era, che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello, che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina; volere consigliarsi con gli uomini savj di lei; niuna cosa più desiderare, che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria. L'arte allignava; bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni, che rappresentavano i cinque popoli; esaminassero la constituzione già data dal consolo per Petiet a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.
Discutevasi a Lione dai mandatarj; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori; un inesorabile governo con le tasse gli conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze, e degli innumerevoli oltraggi, e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva, e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'undici gennajo; Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà, che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza, e la semplicità del consolo: pareva loro, che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano, non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamargli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni, e con loro discorreva intorno alla constituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno, e docile alle risposte, pareva, che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la molestia. Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu appruovata la constituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni. Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una constituzione, che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai Cisalpini, perchè il chiamassero capo della repubblica, e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte con le potenze, per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare, che niun Cisalpino fra i Cisalpini fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando, che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi colla deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui, e tanta depressione di loro medesimi, che non credo che nelle storie vi sia un atto più umile, o più vergognoso di questo. Confessarono, e si sforzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà gli aveva ridotti, che nissun Cisalpino era, che idoneamente gli potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprj comandamenti: disse, che domani fra i convocati Cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato da ministri di Francia, dai consiglieri di stato, dai generali, dai prefetti, e dai magistrati municipali di Lione fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati: voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo Francese, e come primo creator vostro riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi: quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi, che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, pel sceveramento di parti abbia meritato, ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti; ai vostri desiderj consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello stato vostro, e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non abitudini nazionali, non eserciti forti: ma Dio vi salva, poichè possedete quanto gli può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia».
Questo favellare superbo del consolo fu da altissimi plausi e di Francesi e di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forestieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppi come se onorati, e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica (quest'era un concerto coi più fidi) non più Cisalpina, ma Italiana si chiamasse, cosa molto pregna massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui, e si voleva far innanzi al dominare. Piacque, e per rimunerazione fu fatto grande.
Chiamarono gl'Italici ad alta voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vice-presidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza, che per vanità.
Restava che si ordinasse la constituzione. Cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e Romana, religione dello stato; ciò non ostante i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parochi, il governo gli appruovasse; ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarj, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti ai religiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse l'appruovazione della santa sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto, potesse fare: ogni atto pubblico, che i buoni costumi corrompesse, od il culto, od i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun paroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la chiesa Italiana nella Lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero Italico assentiva l'arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario, se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze d'amicizia col papa non aveva timore, e sapeva che l'ardire comanda altrui.
Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti, e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita l'autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata constituzione, e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano; i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.
Magistrato supremo era la censura; componessesi da nove possidenti, da sei dotti, da sei commercianti; sedesse in Cremona; desse per se, e giudicasse le accuse date per violata constituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.
Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vice-presidente, ad una consulta di stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, il vice-presidente nominasse; fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo stato.