Ufficio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze, e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini, ed all'esercizio della constituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della constituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.

Aveva il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.

Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse, nè parlasse: solo squitinasse.

Tali furono i principali ordini della constituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.

Letta ed accettata la constituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo Lionese palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici, e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo Italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.

Fecersi molte allegrezze nell'Italiana repubblica per la data constituzione, e per l'acquistato presidente le adulazioni montarono al colmo, fastidiose per uniformità. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di se, acerbamente dei predecessori; toccò principalmente delle corruttele. Il lusso fu grande; Melzi viveva da principe, ma non con grandezza affettata. Essendo il presidente lontano, pareva l'indipendenza maggiore; i soldati si descrivevano, ed in buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello stato, che non ostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Chi voleva favellare con qualche libertà, era posto dove nissuno il poteva più udire. La consulta di stato, che per questo era stata creata, siccome quella che era docilissima, sapeva fare star cheto chi avesse voglia di parlare. Seppelo Ceroni, giovane d'ingegno vivo e generoso, che per qualche verso, che toccava d'independenza, andò carcerato, poi esiliato; con lui si trovarono nelle male peste Teuillet, generale Italiano, Cicognara, ed alcuni altri, solo per aver lodato i versi di Ceroni. Le quali cose udite dagli altri poeti e letterati, si misero in sul più bello dell'adulare. Diceva Buonaparte, che era tempo di mettere il freno; nel che aveva tutta la ragione; ma il male fu, che il mise ugualmente sul favellar bene, e sul favellar male. Molte cose si scrissero in quell'età; nissuna che avesse nervo, se non forse qualche imprecazione contro l'Inghilterra, perchè le imprecazioni contra di lei erano diventate parte d'adulazione. Nissuna cosa si scrisse che avesse dignità, serpeggiando l'adulazione per tutto; nissuna che avesse novità, perchè la lingua ed i pensieri erano levati di peso dalla lingua e dai libri Francesi, e neanco dai buoni, ma dai più cattivi; i più insipidi libricciattoli, le più informi gazzettacce servivano d'esemplare. Buon modo aveva trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere; questo fu di arricchirgli, e di chiamargli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano, o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposj loro si sfogavano, e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non gli temeva. Insomma la letteratura fu servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla. Pure un certo sentimento dell'essere e del vivere da se nasceva, e si propagava negli animi, che col tempo avrebbe potuto fruttare. Melzi, uomo di natura tutta Italiana, e che amava l'Italia, nodriva questi pensieri con arte; il che giunto alla grandezza del suo procedere aveva molta efficacia. Questi andamenti non piacevano al presidente; e però nol teneva più in quella grazia, in cui l'aveva per lo innanzi.

Fra tutto questo sorgevano opere di singolare magnificenza; il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondossi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno, che molto ritraeva della Romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavorìo, che in parecchi secoli. Rendevasi la libertà impossibile, si acquistava la bellezza. Tutte queste cose, e quel nome di repubblica Italiana, singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli, ed a nuovi destini.

A questo nome di repubblica Italiana, ed all'essersene Buonaparte fatto capo, s'insospettirono le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le Italiane cose. L'imperatore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si alienava da lui pei risultamenti della Lionese consulta, e le cose della Russia colla Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, colla quale si sforzava di mostrare, che la Francia, conservando l'Italiana repubblica, non aveva preso troppo per se, nè tanto quanto avevano per se stessi preso gli altri potentati. Fatta comparazione della potenza della Francia prima della rivoluzione alla presente, discorreva, che prima ella aveva autorità negli stati del re di Sardegna per la vicinanza, e per le pretensioni dell'Austria sul Monferrato, in Venezia per la necessità in cui era questa repubblica di trovare appoggio contra la vicina ed ambiziosa Austria, nel regno di Napoli pel patto di famiglia. Ma che ora Venezia apparteneva all'imperatore, e che il patto di famiglia era rotto. Concludeva che l'Austria sarebbe stata padrona dell'Italia, se la Francia non si fosse attribuita una nuova forza per l'accessione della repubblica Italiana. Tacque del Piemonte, come se il tacere più valesse che l'appropriarsi. Nelle altre parti d'Europa, seguitava, la Polonia preda e nuova forza delle maggiori potenze, la Turchia inutile, la Svezia impotente, l'acquisto dei quattro dipartimenti del Reno non compensare nè far giusto contrappeso per lo spartimento della Polonia. Toccò poi anche la fine di Tippo Saib, grande aumento all'Inghilterra; moderatissimi essere i desiderj della Francia; avere restituito in pace quello, che aveva conquistato in guerra; ma non volere, col debilitar troppo se stessa, derogare alla sua dignità, ed alla consueta sua potenza; solo volere che nissuno preponderasse in Germania, nissuno in Italia; non voler dominare altrui, ma non voler anco esser dominata; a chi bene considerasse, essere evidente, ch'ella non aveva pei nuovi acquisti conseguito nuova forza, solo avere conservato l'antica.

Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazìa: volle il consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazìa. Il supplicarono, affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro concittadini: essere arrivati al compimento dei desiderj loro: darebbe forma alla repubblica chi aveva dato pace all'Europa; avere dovuto la grande opera acquistare immortalità da un eroe: averlo essi di ciò pregato spinti dall'amor patrio, e dai patrj esempi; sperarne sorti felicissime; esserne sorta una constituzione annunziatrice della religione, conservatrice della libertà; essere il reggimento dello stato commesso a chi aveva, a chi industriava, a chi sapeva; esser posti in sicuro i diritti dei cittadini; restare che la pubblica saviezza tutelasse la pubblica felicità. Dimostrasse, aggiungevano, la nazione Ligure fra le Italiane nazioni a nissuna seconda in memorie illustri, che non erano spenti in lei i semi dell'antiche virtù, e che non degenere dagli avi era degna di conservare un nome grave di tanta gloria. Questo scritto dei reggitori Genovesi, disteso in lingua e stile assai più purgato, che le sucide scritture Cisalpine, Toscane e Napolitane, non era, quanto alla forma, senza dignità. Da Genova già erano venuti molti buoni esempi, ora veniva anche quella della limpidezza del parlare.

Importava la constituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva la repubblica: presiedesselo un doge: dividessesi in cinque magistrati: il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista triplice e presentata dai collegi.