Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto l'assistesse.
Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli altri quattro magistrati, e di quattro altri senatori: il senato gli eleggesse; gli s'appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì interna che esterna dello stato; vegliasse che la giustizia rettamente e secondo le leggi si ministrasse; sopravegghiasse alle rendite pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivi, alla pubblica istruzione; comandasse all'esercito. Quest'ordine del magistrato supremo rappresentava nella nuova constituzione l'antico piccolo consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto onorifica che efficace: contro di lui manifestamente si vedeva la gelosìa degli antichi governi aristocratici d'Italia.
Quest'era il governo della repubblica Ligure. Restava a dichiararsi, in qual modo si attuasse. Stanziò il consolo, che vi fossero i tre collegi dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune, derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato, due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale: due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta giurisdizionale, le consulte giurisdizionali i membri della consulta nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.
Il dì ventinove di giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole acconce, ma in aria al solito, e teoretiche.
Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia, non temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela: dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili, amassero la constituzione, le leggi, la religione; allestissero un navilio potente, rinstaurassero l'antica gloria del nome Ligure: sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, dell'avverse contristato.
Seguitavano le adulazioni. Decretava il senato, che a Cristoforo Colombo per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte per avere pacificato l'universo, ampliato i confini della Liguria, stipulato i suoi interessi, riordinato le sue leggi, due statue marmoree, una a ciascuno, nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero, e l'opera alla cura del magistrato supremo, alla emolazione degli artisti, all'amor patrio di tutti i Liguri si commettesse e raccomandasse. Oltre a questo i Sarzanesi, accalorandosi sempre più questo negozio delle adulazioni, supplicarono al nuovo governo, fosse loro lecito fondare nella loro città un monimento a memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, avea avuto origine; allegavano avere avuto i Buonapartidi per tre secoli prima del cinquecento sede e cittadinanza in Sarzana; chiara esservi stata la famiglia loro sì per le cariche, sì per le attinenze; dal connubii loro essere nato il cardinale Filippo, fratello uterino che fu di Niccolò quinto, papa di gloriosa memoria. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concesse loro volentieri la facoltà del monimento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano esuli per l'Italia. Il re Carlo Emanuele, deditissimo alla religione, perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al regno, acciocchè da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente ai divini servigi, ed alla salute dell'anima vacare potesse; rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo, che, se l'ambizione è tormento a se stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli alti, come negli umili seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emanuele venne il regno in potestà di Vittorio Emanuele suo fratello, che allora dimorava nel regno di Napoli. Riuscì la signorìa di Vittorio assai più dolce di quanto portasse la opinione, perciocchè siccome si era mostrato dedito all'armi, si dubitava che da guerriero fosse per governare. Nondimeno, mentre in ogni parte d'Europa per la prepotenza delle soldatesche a gran fracasso rovinavano le reggie, governò quietamente Vittorio Emanuele con pochi soldati l'isola di Sardegna: nè di ciò furono reconditi i consigli; la giustizia e la mansuetudine gli diedero forza e successo.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a manifesta discordia. Le sue minacce contro il corpo Germanico, l'autorità militare che continuava ad arrogarsi negli stati del papa, in Toscana, e nel regno di Napoli, la signorìa della Svizzera sotto nome di mediazione, la presidenza dell'Italica, le non adempite promesse pei compensi del re di Sardegna, avevano mostrato ad Alessandro, che Buonaparte meglio amava prendere che dare. Avvisava il consolo, che fra quegli umori già tanto mossi, il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava il dì undici settembre il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro, fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica Francese. Principiò l'unione del Piemonte la sequela dell'Italiane aggiunte, quella opportuna per Francia, queste fantastiche e capricciose. Si fecero per la unione allegrezze in Piemonte; dai nobili volentieri, perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano, che il dominio interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.
Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte Veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome, l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in Parma piuttosto Buonaparte che San Mery, a Genova piuttosto il consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi Italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli toccasse che erano democrati coloro che si querelavano, tosto l'appruovava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, il quale per essere minore d'età fu commessa la reggenza alla vedova regina, Maria Luisa. Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo de' suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a Piombino, ed in tutto il littorale Toscano per impedire ogni pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte nel porto, e molestava co' suoi corsari, che uscivano da Livorno, i traffichi Inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era sorta nuova guerra con la Gran Brettagna. Prendeva in mezzo a queste insolenze forestiere nel mese d'agosto possessione del regno Carlo Lodovico sotto tutela della regina madre. Giurarono fedeltà il senato Fiorentino, i magistrati, i deputati delle principali città. Furonvi corse di cocchi, emblemi, luminarie, fuochi artificiati, e le solite poesie elogistiche. Non solamente si lodava Carlo Lodovico, ma ancora Murat ed il consolo, gli chiamavano instauratori d'independenza, dolci e giusti governatori di popoli.