Le Toscane cose vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente, conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del milleottocentoquattro nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome pare, la state che trascorse in quell'anno, sotto il dominio continuo di venti australi, oltre al solito calda e piovosa. La quale infermità da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno, pei segni strani che l'accompagnano. Incominciò ad infierire nelle parti più basse, più fitte e più sucide della città, per modo che a questi toglieva la vita in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti, che, in chi ella s'appiccava, ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli, che nei sani s'accendeva il mortale morbo; perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo poco aveva, che dalle solite ardenti febbri il differenziasse: l'insulto primo accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei lombi, doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte, che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture, gli occhi accesi e come pieni di sangue; duri e presti i polsi: la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del ventre, e delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco, ed una inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad un tratto, e cessata la febbre, se un leggieri sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente, e dopo il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste parti, ancorchè leggierissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile all'ammalato. Abborriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi, gialli si facevano, gialle ancora le orine e giallo il corpo, la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggierissima fosse; ovvero pretta bile, o bile mista a vermini buttava.

A questo si aggiungevano oppressione ai precordi, sospiri frequenti, purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi, e come di color di cenere. Nè regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male; perchè i polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano, non più di muchi o di bile, ma di materia nera fetidissima, come di sangue putredinoso e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia dalle gengive, e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici, e dal fondamento, e dall'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere: gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio, od il letargo fra le convulsioni, ed un mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo, che nel primo, ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagi erano la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore, l'aggravarsi lo spirito, il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo: ottimi la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il giallore tardo, la transpirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare, e il non prostrarsi. Per le orine trovava per ordinaria via la natura a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè quando copiose ed intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto lo uscire improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici, chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di mestrui abbondanti: fu visto lo sconciarsi della concetta creatura, ed il copioso versarsi del sangue che ne conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male, e nemicissimo alla vita: funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze: chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi spaventato da funeste fantasime passava malinconici i giorni, spaventose le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrenda contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse: a quello la vista si pervertiva, o doppio, o più grande del solito vedendo: a quest'altro gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorj una linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più feroce infierì il male contro i giovani robusti, più mite contro i deboli, contro i vecchi, contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni. L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare, ed il trascorrere nei cibi cagionavano e più certa malattia, e più certa morte.

Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e fetido, che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor esso, e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si trovava il ventricolo, roso oltre a ciò da serpeggiante cancrena, e rosi gl'intestini; la rete chiamata dai medici omento, rosa del tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato il setto trasverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido, molle, putredinoso e di colore, come se cotto fosse, il fegato, sul quale, e così sul ventricolo pareva essersi specialmente scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma o putridume sanguinolente, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o distruzione intiera di parti in quel luogo, e nelle più vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi; che anche in coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso, ed allo stato di morte ridotto, che tale vide, tale descrisse con singolar medica maestrìa questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal Toscano governo a vedere, se alcun senno, od umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri, che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono per esempio il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segregati e più lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva e di strisce sanguinose listata: il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro alla vista si appresentavano. Corrotta era a bile, corrotta e sparsa per tutto il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo ed il terzo; in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo, od al decimoquarto.

Varj furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa, buono; buono promovere il sudore; buonissime le limonee con qualche piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male, le emorragìe, il vomito nero, ed altri segni la incominciata dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescitatorj la condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, della quale tanta era l'efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la venefica qualità, ed il fomite stesso del male.

Dall'altro canto si vedeva, che per l'aria pregna di esalazioni animali si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo accidente, che le contrade più piene d'immondizie, e meno ventilate della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate. Al contrario le contrade spaziose, e le case commode, pulite e di aria aperta e libera o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La quale cosa questa malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste d'Egitto differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite persone, ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nel contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci tutte in un continuo giro, ed in un indistinto commercio dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente avvezzandogli, gli salvava. Infatti pel funesto male che tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri frequentissimamente, e con tutta cura agl'infettati assistessero. E quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno, confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva nell'ospedale di San Iacopo, il quale quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva; conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi, e già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero edifizio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu rimedio all'inquilino morbo, perchè oltre alla purezza procurata dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel Toscano paese, sovvennero agl'infermi, e per sanargli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare, e di fuggire gl'infetti per acquistar salute: a tutti rimasero i debiti sussidi o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali vantaggi debbono i Livornesi o ad una maggiore civiltà, od a più celesti inspirazioni restare obbligati.

Adunque se oltre una naturale disposizione dei corpi, a restare contaminato dal morbo abbisognavano o la vicinanza, o il contatto dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa, e zeppa di animali effluvi la dava, se l'aria aperta o sfogata o l'allontanava o l'alleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce, che, o l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in se raccolti tutti i segni di quel morbo, che alcuni febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parer diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è a modo delle malattie, che i medici chiamano specialmente con questo nome, come per cagion d'esempio la peste di Egitto. Nè dimorerommi io a dire come in Livorno stato fosse recato; perchè, se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera Croce, è incerto, siccome ancora è incerto, se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è bene, ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle province devastate in America. Queste cose ho voluto raccontare con quella maggiore semplicità che per me si è potuto, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere per forza di comparazione, la natura ed i rimedi di un male, che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono la miseranda Europa.

Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia, si rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento pontificio nell'Italica; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la potestà sua fosse non che consenziente, richiesta, nell'Italiana constituzione. Il consolo per un suo gran fine voleva gratificare al papa. Per la qual cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il cardinal Caprara, legato della santa sede, e Ferdinando Marescalchi, ministro degli affari esteri della repubblica Italiana, fu concluso il dì sedici settembre, in nome del pontefice e del presidente un concordato, l'importar del quale fu quasi in tutto conforme al concordato di Francia. Ma bene ne ampliò le condizioni a favore della potestà secolare Melzi vice-presidente, nodrito nelle dottrine leopoldiane. Decretava, che la facoltà di vestire e di ammettere alla professione religiosa fosse ristretta agli ordini, conventi, collegi monasteri, che per istituto fossero dediti all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura degl'infermi o ad altri simili uffizi di speciale e pubblica utilità; che per vestire, o far professione religiosa individuale, e per la promozione agli ordini sacri, il beneplacito del governo si richiedesse; che la libera comunicazione dei vescovi colla santa sede non importasse nè devoluzione di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i tribunali, nè dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di privata competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi, ed i rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore e pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti, gl'iniziati negli ordini sacri, i chierici ammessi nei seminari vescovili, ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero esenti dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica per correggere gli ecclesiastici delinquenti, e gli appellanti dalle medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre i confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la vigente disciplina della chiesa nella sua attualità, salvo il diritto della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse. Sane e salutari e necessarie guarentigie erano queste in pro ed a conservazione dell'autorità secolare; imperciocchè la religione cattolica ha più che qualunque altra, modo d'influire per mezzo de' suoi ministri, che sono uomini, nelle deliberazioni dei reggitori dei popoli, e verso di lei debbonsi da questi usare cautele efficaci, perchè siano salvi la libertà ed i diritti della potestà temporale. Ma le sentì molto gravemente il pontefice, e vivamente se ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava alle risposte, e nelle solite ambagi avviluppandosi, nè dava, nè toglieva speranza di ammendazione. Intanto, quantunque il concordato Italico, e massime il decreto del vice-presidente fossero più accetti a chi amava le dottrine Pistojesi, e le riforme di Leopoldo, che ai papisti, servirono ciò non ostante a tranquillare le coscienze timorate del popolo, il quale avendo sempre perseverato nella fede, e nella riverenza verso il papa, vedeva malvolentieri le dissensioni con Roma: ed ora della ristorata concordia si rallegrava. I magistrati, i preti, i filosofi, i soldati, il popolo predicavano il presidente unico: il buonapartico nome a tutti sovrastava, ed a tutto.

Ma già le bilustri trame del consolo si avvicinavano al loro compimento. Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè negli antichi, nè nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva uguale al suo. Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini, e fresca era negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in Italia e prima e dopo le Egiziache fatiche. Avere lui, si ricordavano, subitamente l'umile fortuna della repubblica innalzato al più alto grado di gloria e di potenza; senza di lui essere ricaduta, con lui risorta; i mostri, così scrivevano, avere prevalso, lui lontano; essere stati vinti, quasi da Ercole secondo, lui presente: con esso lui lontano la guerra avere seguitato la pace, con esso lui presente la pace avere seguitato la guerra; nè solo con l'Austria avere procurato la concordia, ma ancora con la Russia, con l'Inghilterra, con la Turchia, col Portogallo, col duca di Vittemberga, col principe d'Oranges: i barbari stessi avere a beneficio di Francia pattuito con lui, Algeri e Tunisi essere tornati all'antica amicizia di Francia; nè più spaventare i Francesi cuori l'aspetto delle Africane crudeltà; potere le Francesi navi liberamente e securamente attendere ai traffichi loro nel Mediterraneo, nè i Libici ladroni più oltre insultare alle insegne della repubblica; avere lui solo spenta la civile discordia; lui solo restituito la patria agli esuli, lui solo restituito onore a papa Pio sesto, ed alle sue venerate ossa dato riposo; avere a pace delle coscienze, a conservazione dei costumi, a salute delle anime convenuto con papa Pio settimo; per lui essere restituita a luogo suo la generosità e la fedeltà Francese verso la sedia apostolica: lui avere stornato i Vaticani folgori dalla religiosa Francia; lui averla riconciliata con se stessa e con la cristianità; ciò quanto al politico ed al religioso: quanto al prospero, a lui essere obbligate le finanze dell'abbondanza loro, a lui i magistrati dei pagati stipendi, a lui i soldati delle diligenti paghe, a lui i viandanti delle racconce strade, a lui i naviganti dei ristorati canali, a lui i commercianti degli aperti mari: ogni cosa tornare all'antico splendore; i palazzi laceri dal tempo o dalla rabbia degli uomini, ristorarsi, nuovi edifizi innalzarsi: la Francia bella per natura, divenir più bella per arte; dileguarsi le ruine, segni abbominevoli delle passate discordie: sorgere moli, segni magnifici di generoso governo: tali essere i frutti della pace, tali quei della concordia; essere finita la rivoluzione, e con lei serrata l'officina di tante disgrazie: rotta, esser vero, di nuovo essere dall'infedele ed ambizioso Britanno la guerra; ma già correre sulle coste dell'Oceano le vendicatrici schiere, già apprestarsi le conquistatrici antenne, già Londra stessa esser mal sicuro nido ai corsari dominatori del mare; presto aversi a vedere quanto potessero a benefizio dell'umanità contro gli avari e superbi tiranni, che soli fra tutti restavano a domarsi, la Francia potente, ed il fortunato consolo; minacciare, esser vero, la Russia, essere appresso a lei efficaci le arti, e le profferte d'Inghilterra; ma lontano essere Alessandro, nè spoglio d'umanità, nè i dispareri poter durare tra chi a bene intende: così avere il consolo dato a Francia pace sicura, ed occasione di vittoria. Di tanti obblighi nissuno premio poter essere, non che maggiore, pari.

Queste cose si dicevano, ed ancor più si scrivevano. Il consolo non abborrendo dal scelerato proposito di ridurre in servitù una nazione, che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò essere arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi commodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello, di cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca d'Anghienna. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a seguitare parte per paura, parte per ambizione: il dì diciotto maggio chiamava Napoleone Buonaparte, imperator dei Francesi.

Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il mondo. I pazzi reali s'accorsero, che Buonaparte non era uomo, come aspettavano, che volesse fare il Monk: i pazzi repubblicani videro, che non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato, questi più inescusabili di quelli; perchè, tacendo anche gli altri suoi andari, quell'aver detto al consiglio dei Giovani il dì nove novembre del novantanove, che la realtà non poteva più vincere in Europa la repubblica, avrebbe dovuto fargli accorti, ch'ei voleva fare che la realtà vi vincesse la repubblica. Poi, siccome il secolo era tutto di piacere, nulla di coscienza, come bene sel conobbe Buonaparte, i reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono; il secolo gli chiamò pazzi. Delle potenze d'Europa l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il lontano ed ingannato Alessandro: la Turchìa, per timore della Russia, si peritava; l'Austria doma taceva; la Prussia, che tuttavia per le sue emolazioni verso l'Austria continuava ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato. Quest'era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Primario confortatore a questi consigli era il marchese Lucchesini ministro del re Federigo a Parigi. Luigi decimottavo, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi Francesi, parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule dai suoi regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per la unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservar l'antico nome; la repubblica Italiana, giacchè era perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse, nè che temesse; bene si doleva che i Leopoldiani tempi fossero perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli si confortava con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè vedendo, che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del popolo, perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva esser disfatto, il pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva, che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nell'opinione degli uomini quello, che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran fatto, che il capo supremo della chiesa, in età già grave, in stagione sinistra, la lontana e straniera terra se n'andasse per legittimare con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente, o occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a benefizio della religione e della Santa Sede in Francia, molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere frutti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e disonorevole consiglio.