Ascendiamo all'ordine quarto. Quest'ordine simboleggia l'unione italiana. Sicchè è foggiato come il terzo (che rappresenta la disunione) salvochè le catene che legàvano le colonne sono spezzate. Anche quì vediamo le statue egiziane del piano inferiore, decorata però della Corona d'Italia, e le àquile, gli àngioli e le farfalle, cui si aggiùngono viti ed ananassi per significare l'abbondanza e la squisitezza del giòvine Regno.

E così, arrivati al quinto òrdine, troviamo l'espressione della civiltà italiana, dinotata dalle sòlite otto colonne, le quali però, questa volta, pòrtano ciascuna una frasca d'alloro e la stella d'Italia coll'Àngiolo fulminatore che prenta (forse presenta) alla stella un trofèo di guerra e lo scudo di Savoja. Tutto il quale apparato di gloria sostiene il sesto òrdine (che, grazie a Dio, è l'ultimo) e dimostra il supremo Potere.

Ed ecco come questo Potere è filosoficamente inteso dal sig. Cànfora. Innalzata una colonna a quattro faccie, su ciascuna delle quali un orologio segna le ore fisse dell'entrata di Vittorio Emanuele nei quattro stati principali[12], egli impone su di essa un tamburo di guerra che sostiene, a sua volta, il globo da cui si eleva la figura geometrica (?) e la stella d'Italia.

E che cosa vuol dire questo specioso apparato? — si domanda il sig. Cànfora. — Vuol dire — risponde trionfalmente a sè stesso — che, col globo sostenuto dal tamburo, la società tutta per rispettare la legge, ha bisogno della forza, ma non già della forza brutale del fucile, sì bene di quella di apparato del tamburo. — Dopo il qual sforzo d'immaginativa, l'autore, a buon diritto, può dire di èssere soddisfatto di aver dato alla luce un'òpera che non sarà l'ùltima tra i tanti segnàcoli di gloria della casa Savoja.

A noi che poco c'intendiamo di architettura e meno di stregoneria, parrebbe che tutta questa montagna di fortezze, di archi, di òrdini, di colonne, di allegorìe, sopracavallate una sull'altra, dovesse, una volta costrutta, raggiùngere una altezza vertiginosa. Pure, non è così. Il sig. Cànfora ci assicura che la cennata òpera porta l'altezza di metri quattro circa, compresa la base di sostegno, e questa di metri circa tre quadrati.

Il Governo tutto può fare — soggiunge con fiducia l'ardito progettista — e, precisamente in forza di un nòbile consorzio nazionale, si potrebbe nella capitale del Regno inalzare il sopracitato progetto nel centro di uno spazio edilizio di circa mezzo chilòmetro. Due ponti immetterèbbero al terzo piano terreno, il quale per conseguenza dovrà esser più alto del secondo, ed entrambi si renderanno affacciàbili per godere il fiume, le fontane, i pesci, le anitre e le gòndole e quant'altro si crederà di bello a norma del formato. Nel giorno poi della festa nazionale si potranno situare le bande musicali comodamente nei diversi ordini superiori, e quindi il tutto bandierato ed illuminato da un appòsito gazòmetro, i già fissati candelabri, i fanali[13], si leggerebbe nel corpo d'Italia, Manus Dòmini, e quella stella che ossèrvasi all'estremo dell'ìndice di Dio sarebbe di guida, non ai tre Re di Betlemme, ma a tutti i Re del Mondo e di tutti i secoli, non per visitare un meschino bambinello in quella grotta, ma per visitare le sue esterminate grandezze, sin dove giunsero, e sin dove giungeranno nella ragione dei secoli, a scorno dei vili ed a scorno dell'ambizione del Farisèo.

Ora, se realmente le cento città d'Italia sono vere italiane, sentono l'òbbligo di formare nella capitale del Regno il loro trionfo, e questo non può risultare da altri concetti esposti, perchè signoreggia l'idea materiale e precisamente presso d'un qualche Amerigo esploratore che da mè si sospetta! E questo mi farebbe grande onore! E questo trionfo adunque che le cento città italiane inalzerèbbero senza curarsi dei milioni, altro non sarebbe che lo specchio del sommo Fattore esposto per la riforma di tutti i pòpoli del mondo. Amen.

IV.

I ràpidi ma fedelìssimi cenni che abbiamo fatto precèdere, basteranno a mostrare quanta e quale parte di follìa si presentasse al concorso pel monumento al Re Galantuomo.

Dicendo questo, non intendiamo affatto di dire che gli autori dei progetti da noi esaminati sieno interamente pazzi. Quì non si parla che di mattòidi. Nessuno tra essi noi conosciamo neppure di vista, e ben volentieri ammettiamo, siamo anzi di ciò convintìssimi, che la più parte (salvo in questo «tic» dei progetti sconclusionati) possegga, in tutto il restante, il migliore suo senno, di cui può dar prove quotidiane e nel maneggio delle cose domèstiche e nei consigli agli amici e nelle consulte perfino del proprio paese. La intelligenza dell'uomo è infatti da paragonarsi — generalmente parlando — ad un appartamento composto di molte stanze, non ad un ùnico camerone. Pare anzi che più aumenti il patrimonio delle idèe, più si moltìplichino le diverse cellette destinate ad accòglierle: nulla quindi di strano se la mobiglia di qualche nostro locale si trovi tutta sossopra, pur mantenendosi il resto dell'appartamento in perfetto òrdine.