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Io sono persuasa, state certo, della nobiltá vostra risplendente. Non mancherò d'uffizi; il vostro merto è tal che avanza ogni altro concorrente. —Troppo n'avete, signora, sofferto— disse, e raccolse l'alber prestamente: poscia le diede memorial parecchi, i quai cosí suonavano agli orecchi:
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«A custodire il sigillo reale concorre Filinoro, di Guascogna suddito, e d'una nobiltá cotale, che per la brevitá dir non bisogna. Si prostra al parlamento liberale nelle sventure sue senza vergogna, e pe' suoi merti e la famiglia vetera attende tutti i voti. Grazia, eccetera».
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Qui furono attaccate le carrozze per andar di Terigi alla magione; e del veleno, chi n'ha, se lo ingozze: Marfisa volle seco quel garzone. Cercarono i cocchier le vie piú mozze per giunger presto alla conversazione. Tosto il marchese uno stafiere avvisa, gridando:—È qui Marfisa, è qui Marfisa.—
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Terigi è quasi fuor de' sentimenti: giú delle scale va precipitando. Don Gualtieri comanda agli strumenti che accettino Marfisa alto suonando; ed un rumor, che fe' tremare i venti, feciono i suonatori a quel comando, con una marcia di timpani e corni ed obuè piú dotti de' contorni.
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I musici castrati e que' da razza incominciaron poi la serenata. Turba non s'udí mai cotanto pazza, di voce fastidiosa e sgangherata. Matteo poeta è per tutto, e schiamazza perché la poesia fosse lodata. Pareva scritta dal fine al principio, siccome l'orazion di sant'Alipio.