23
Filinor le diceva quell'idea di concorrer custode del sigillo. —Io sono un cavaliere—le dicea— in questi fatti timido e pupillo; esule, posso dir, siccome Enea, ma d'una nobiltá, permesso è il dillo, che la casa Chiarmonte è una capanna, alla mia a petto, e un casolar di canna.
24
Io son del gran casato di Vesuvio. La mia modestia, so, troppo s'avanza; ma vi potrei mostrar che pel diluvio, siccome gli altri, non ebbe mancanza. Ennio lodollo e l'esaltò Pacuvio. Non uso tradizion, ché me n'avanza; ma la ruota del mondo che s'aggira, ier facea rider tal, ch'oggi sospira.
25
Voi giá vedete ognor, dama gentile e spiritosa e senza pregiudizio, che s'allontana alcuno dal badile, e sale al trono ad un reale uffizio; e talun ch'era al trono è fatto vile. Né della sorte si può dar giudizio; sapete come i pittor la dipingono: che gira a tutti i soffi che la spingono.—
26
E detto questo, a Ipalca si volgea, che un rotolo di carta in man portava lungo sei braccia, ch'ei dato le avea a tenere, e sul spazzo il sciorinava. —Io non son menzogner, dama—dicea Filinor a Marfisa, che guardava l'albero suo, ch'ei distendendo gía, e pareva un lenzuolo di Golia.
27
Veggendo in un cantone una bacchetta, lesto la prende e comincia additare. —Mirate, dama, il mio stipite in vetta— diceva, e Adamo faceva osservare; e va pur dietro alla sua linea retta gran monarchi e regine a nominare. Non era giunto a un quarto della carta; Marfisa disse:—E' convien pur ch'io parta.