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Era in casa a Terigi quel meschino; e sentendo del nuovo concorrente, alzò una mano al cielo e il moncherino, e disse:—O Cristo, o Cristo onnipossente! Poffare il ciel sacrosanto e divino, che m'abbia a intervenir quest'accidente!— Orlando vide, che di lá passava, e gridò:—Che di' tu, conte di Brava?—

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Orlando avea sentito quel maneggio, e per la rabbia stralunava gli occhi, perocch'era un uom giusto, e disse:—Io veggio, caro Angelin, che il mal passa i ginocchi, ed ogni giorno va di peggio in peggio il mondo, e il buon costume a spicchi e a rocchi. Non ho piú lingua omai, non ho piú fiato: priego invan, grido invan; son disperato.—

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Dicea quel di Bellanda:—Amico Orlando, quest'occhio cieco, questo monco braccio, quest'incurabil ernia raccomando, e il mendicume, mio perpetuo laccio. Se tu sapessi com'io vo passando i giorni, e tu vedessi il mio primaccio, le sedie, il desco e la cucina mia, perdio! morresti di malinconia.

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Legna non ho per cuocer le minestre: son arsi le architravi e le cornici. Quelle, ch'eran cortine alle finestre, son or camicie a' miei figli infelici. Coltrici, drappi e fino alle canestre son ite al ghetto, pegno a quegli amici; altro non ho che miserie ed affanni e lo sperar che Dio mi tronchi gli anni.—

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Mentre Angelin piangendo il capo gratta, Orlando irato a sé chiama Ruggero, e disse:—Tua sorella mi par matta: che caso è questo e che nuovo pensiero? chi è colui che di concorrer tratta in competenza a questo cavaliero? Tu doveresti saper ben la storia, ma tu mi sembri fuor della memoria.—