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Un certo maganzese, Smeriglione, piú d'ogni altro guerrier si fece onore. Tagliando ad un gran desco al «faraone», disarmato ha ciascun col suo furore. Sino a Marfisa, andata al paragone, die' colpi orrendi il crudo feritore; in due minuti quella disperata ha Smeriglion svenata e disertata.
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Finito è il gioco, i danar son perduti; e tutto il mal del prossimo s'è detto; gli amor ciarlieri fatti e gli amor muti s'eran: sicch'ogni cosa era in assetto per dar la buona notte ed i saluti, e per farsi la croce ed irsi a letto: donde chi allegro e chi ingrognato andava alla sua casa ed i lenzuol trovava.
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Gan di Maganza quella stessa sera er'ito a Carlo Magno rimbambito, e a pro di Filinor d'una maniera gli avea parlato che l'avea stordito; perocché Gano è la sua primavera, le sette trombe ed il prato fiorito. Se gli avesse parlato san Matteo, in confronto di Gano era un uom reo.
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Pensa che il Maganzese non soggiorna: a Namo avaro er'ito anche a parlare. —Prometti il voto—dice,—e non s'aggiorna che il tal util negozio ti fo fare.— Picchia ad Avino, ad Avolio ritorna, a Berlinghieri, a Otton torna a picchiare. —O voi mi date il voto a parlamento —diceva,—o ciaschedun farò scontento.
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Que' debitacci vostri, che a' mercanti prometteste pagar, defunto Namo, li saprá vostro padre tutti quanti; vi fo diseredar per quanto io v'amo. Datemi il voto, e giuro a tutti i santi, putti, non ci sará verun richiamo, anzi a qualche bisogno in cortesia forse farovvi alcuna piegeria.—