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A Filinor si formava un processo per lettere venute di Guascogna Dicean ch'era vizioso e il vizio stesso, un canchero, una peste ed una rogna; che non si getta il sigillo in un cesso; che darlo a un dissoluto non bisogna, il quale, o per danari o per natura, firmerebbe qualch'orrida scrittura.
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Passano i giorni ed il maneggio cresce, dall'una parte e dall'altra riscalda; il merto col demerito si mesce. Marfisa si mostrava molto calda. Ipalca co' viglietti or entra, or esce: pensa che non istava un'ora salda, tanto che, quando era giunta la notte, maledicea i votanti e le pallotte.
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Orlando molto si rammaricava a trovar infinite negative. Dodon rideva, e poi lo confortava dicendo:—De' sperar l'uom finché vive: ci avvederemo al dispensar la fava; d'un altro modo suoneran le pive. Le lingue temon Gano traditore, ma poi le fave spiegheranno il core.—
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A Filinoro un caso assai faceto fece in que' giorni molto pregiudizio. Tu sai, lettor, che ti narrai qui dreto siccome a un oste avea dato l'uffizio di notare in sul libro all'alfabeto quanto egli avea consunto, e ad artifizio il rozzon pegno e lo staffier malato gli aveva in sulle spese anche lasciato.
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Dopo alcun tempo il servo era giá morto. L'oste l'avea sostenuto nel male; e pagato il dottor, non fece torto all'opra del chirurgo e del speziale, ed ebbe il poveruomo anche il conforto di pagar sino a' preti il funerale. La rozza era scoppiata di stracchezza, ond'egli avea la pelle e la cavezza.