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Fu bella cosa il vedere i votanti, ch'eran dugento al parlamento stati: novantanove certo poco avanti contrari ad Angelino erano andati; pur van tutti dugento allegri, ansanti, a casa del meschin che gli ha accettati; e ognuno si rallegra e ride e balla e giura:—Io t'ho voluto con la palla.—

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Tanto che se Angelin saper volea chi gli avesse il suo voto o tolto o dato, per miglior segno solamente avea a conoscer colui che l'ha burlato, che quel s'affaticava e s'accendea per farsi creder molto affaccendato. La troppa affettazione ed il giurare faceva del contrario dubitare.

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Oh quanti alle miserie del meschino negato avean due scudi poco pria, d'impuntuale il povero Angelino accusando e di poca economia! Venuti or sono a dirgli:—Io mi t'inchino: sento un piacer che, per l'anima mia, sono per impazzare: giá tu sai, quanto ben t'ho voluto sempremai.—

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Frattanto Gano col cervel mulina come potesse risarcire il danno delle cere consunte la mattina e dell'util perduto in capo all'anno; e tanto e tanto un suo pensier raffina sopra un certo tranello, un certo inganno, che finalmente gli piaceva molto, e a visitar Marfisa si fu vòlto.

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Trovolla col zendale ancora in testa, ch'era sopra una scranna in sfinimento. Ipalca l'assa fetida le appresta e le fa crocioni sotto il mento. Col fumo della carta la molesta, e con una raccolta le fa vento. Mise un gran mugghio alfin la disperata, traendo calci come spiritata.