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E qui Marfisa al collo d'Ermellina piangeva e singhiozzava amaramente. L'altra avea la corata tenerina, e sapea ben che Amore era possente; donde, commossa, scorda la dottrina, comincia a lagrimar dirottamente, e quando il singhiozzar le permettea: —Convien lasciar… convien lasciar…—dicea.

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Marfisa sempre va crescendo il pianto, dicendo:—Io non lo posso, ché son morta.— Intenerisce l'altra, che altrettanto apre a un ruscel di lagrime la porta. Ma finalmente disse:—Vedo quanto sei spolpata d'amore; ti conforta. Io scopro che a guarirti le parole son vane e che un miracolo ci vuole.

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E però del caffé, del cioccolate io vo' mandare a certe donne sante, acciò con le preghiere infervorate ti facciano scordar cotesto amante; ed io per tre domeniche ordinate farò la comunion santificante. Tu alla sacra famiglia fa' orazione, e t'uscirá dal cor questo guascone.—

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Marfisa alle sue massime rispose pazzi detti del secolo d'allora, che gli Ottimismi e l'altre opre famose le avean mandato il cerebro in malora. L'altra le mani agli orecchi si pose fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora, maledicendo l'ozio, gli scrittori, il costume novello e i Filinori.

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Quel di Guascogna intanto al torrione di lá da Senna ogni dí passeggiava: con lungo spaventevole spadone, per far duello, il marchese aspettava. Il marchese alla corte di Carlone, a veder se l'incarco rinunziava, manda ogni giorno; e pur lo trova saldo, e lascia che passeggi nel suo caldo.