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Contro la legge egli era sfidatore: fu rilasciato l'ordin di pigliarlo. S'avvide il furbo, e di Parigi fuore fuggí né si poté piú ritrovarlo; e fu bandito come traditore, con taglia a chi potesse ghermigliarlo. Marfisa, come il bando udí gridare, voleva alla cittá foco appiccare.

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Se mai le lingue a screditar la dama s'erano per lo innanzi affaticate, in cento doppi al bando ognun l'infama, narra le storie vere e le sognate. L'infelice Rugger per la sua fama don Guottibuossi chiama a sé, l'abate. Il prete ha stabilito poco innante una risoluzion con Bradamante.

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E disse:—Per tôr via peggior vergogna, che potria far Marfisa al nome vostro (ch'io so ch'ella è disposta e ch'ella agogna fuggir di notte dietro al suo bel mostro), far istanza a Turpino vi bisogna che a ficcarla v'aiuti in qualche chiostro. Dalla man vescovile ivi serrata, crepi di rabbia, giovane o invecchiata.—

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Piacque il consiglio al buon Ruggero, e tosto andossi all'arcivescovo Turpino. E le preghiere e il desiderio esposto, Turpin rispose:—Caro paladino, io veggo a gran cimento tu m'hai posto: conosco di Marfisa il cervellino, e temo esporre a troppo grave rischio le monachette con quel bavilischio.—

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Era Turpino un vecchierel scarnato, con naso grande, adunco e pavonazzo, ciglia avea grosse e collo sperticato, come un Scipio African d'un tristo arazzo. Piccoli ha gli occhi, il mento in su voltato: nel ragionar faceva un gran rombazzo, ché voce grossa aveva, ed i polmoni robusti ancora a spinger paroloni.