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In una stanza la badessa stava con parecchie sorelle intornovia. Marfisa la baciava e salutava, e basso le diceva:—Andiamo via.— Fiordiligi in sul grave si rizzava, e disse forte:—Sappi, figlia mia, io deggio dirti questa cosa sola: che fuor di qua non esce chi non vola.—

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Le sono intorno l'altre monacelle, dicendole che avesse pazienza, e s'inchinasse al cielo ed alle stelle che l'avean sentenziata in penitenza. Marfisa guarda queste e guarda quelle. —Che penitenza?—disse—che sentenza?— E non potea rassettar nella mente, che le avvenisse il caso impertinente.

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Poi, vòlta alla badessa, riscaldata: —Io venni per saper di quell'amica —disse,—per quella lettera mandata, che voi sapete senza ch'io vel dica.— Rispose la badessa sussiegata: —Quello io vi scrissi per scansar fatica, ma brievemente la storia sincera, Marfisa, è che voi siete prigioniera.—

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Nessun può col cervello immaginare biscia, serpente, tigre o lionessa, che alla bizzarra possa somigliare, all'ultimo parlar della badessa. —Perdio, pelate—cominciò a gridare,— ch'io sarò a pezzi, a spicchi, a quarti messa; se foste mille, non avrò paura: non mi terrete dentro a queste mura.—

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E cominciava a correre alla porta. La badessa gridava:—Suore, all'erta!— Le suore l'una l'altra si conforta; corron perché la porta non sia aperta. Spingon Marfisa a terra; ella è risorta, e co' punzon le monache diserta, lacera bende e scinge e strappa tonache. Non so spiegar le strida delle monache.