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Dodon rideva sgangheratamente, ché non ha frega d'essere imitato, e gli diceva:—Dimmi solamente se a rider de' tuoi scritti sia peccato. Io trovo il tuo libretto un accidente di tristi versi e rubacchiar pisciato, e non ci vedo il succo che tu narri. Lascia che rida e le mascelle sbarri.

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L'ironico ricordo che mi dái, ch'io logri inchiostro in util delle genti, l'ho posto in uso prima, come sai, buffoneggiando i libri puzzolenti. Il criticarti non l'ho fatto mai; in ciò pianti carota agl'innocenti: ma dico che le tue Stagioni in canti forman l'anno peggior di tutti quanti.

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Tu di' che vuoi di fatti e non parole sieno i tuoi libri; in questo sarai solo. Dunque un tuo libro battezzar si vuole di fabbro una bottega o legnaiuolo. Deh! canta autunni e tempi e luna e sole, e crediti a tua posta un usignuolo; dedica, imprimi, a tuo modo ti regola; ma tu mi par stizzita una pettegola.—

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Gl'impostori scrittor d'allora in caldo appiccorno question co' buon scrittori. Sino a quel giorno avea detto ribaldo Marco a Matteo che s'eran traditori: ma come vidon non istar piú saldo chi sa distinguer ben dal sterco i fiori, furono amici allor Marco e Matteo, e i partigian cantarono il Tedeo.

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Scrivea Marco in que' tempi la gazzetta: il pubblico avvertí dell'alleanza con uno stil da corno e da trombetta, come se il caso fosse d'importanza. Dicea: «Io sono Augusto—a chi l'ha letta;— Matteo di Marc'Antonio ha simiglianza: chi non ci loda è un vil Lepido indegno, e proverá ben presto il nostro sdegno».