1

Uom non v'è piú vil d'un malfattore, ch'abbia la coscienza maculata, e benché mostri gran core e furore, egli ha sempre paura in sen celata. Sin ch'ei può sopraffare, egli è il terrore; ma quando alcun la faccia gli ha voltata, la coda, ch'era tesa, va tra gambe, e non è piú delle persone strambe.

2

A chi de' far co' tristi, in coscienza non saprei ricordar filosofia; perché, mostrando flemma e indifferenza, la battezzan color poltroneria; e tanto cresce arroganza e insolenza, che van dannati per la cortesia, donde un randello a tempo veramente avanza ogni filosofo eccellente.

3

Di questi peccatori il gran flagello ed il ribrezzo e la disperazione esser sogliono i birri col bargello. Quando girar gli vedono un cantone, par loro avere in sul capo il mantello, hanno la mente in gran confusione e, come Filinor, con una cesta fuggirien, ché non hanno piú la testa.

4

Giunto il guascone un giorno a una callaia, vide poco da lunge un romitoro, non di graticci o canne o d'altra baia, come scrivean gli antichi di pel soro; ma come, verbigrazia, quel di Praia, con giardin sotto e terre di lavoro, dove i romiti in pingue santimonia vivean, come Turpin ci testimonia.

5

Messer l'abate in quel colto diserto aveva fama d'esser un uom santo. Santo o non santo ei fosse, questo è certo che non avea mai posa tanto o quanto; perocché ricorreano al suo gran merto spesso infermi ed inferme in doglia e in pianto, spiritate, gelose e disperate a farsi benedir da quell'abate.