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L'empio guascon pensò come potesse viver parecchi giorni a bertolotto. Come alla paperina e ben si stesse entro a quel romitorio, era giá dotto. Parecchie erbette, ch'eran quivi spesse, con fior giallastri va cogliendo il ghiotto, e fregandole al viso ed alle mani, divenne come un uom di que' mal sani.
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Pareva impolminato e stanco e fiacco. A suo bell'agio al romitorio arranca, laddove giunto, ansando come un bracco, si metteva a seder sopra un panca, dicendo ad un romito:—Oh Dio! son stracco; io sento il respirar proprio mi manca: da Parigi qui vengo a piè per voto l'abate santo a ritrovar divoto.
8
Io sono un cavalier de' principali, e vi prego a chiamar l'abate vostro. Il romitello mise tosto l'ali, narrando questa cosa per lo chiostro. Lasciâr molti romiti i breviali pel forestier splendente d'oro e d'ostro. Se vi ricorda, al suo fuggire, ho detto che avea ricco vestito e bel farsetto.
9
Venne l'abate in mezzo a venti frati, vide il guascone con le guance gialle, che tenea gli occhi travolti e incantati, e una gota sur una delle spalle. I romiti dicean:—Fra gli ammalati, che giunti sono in quest'erema valle, noi non vedemmo un uom di peggior cera; egli è peccato un sí bel giovin pèra.—
10
L'abate chiese a Filinor chi fosse e da sua povertá che desiasse. Filinoro un pochetto si riscosse, e parve a ragionar che si sforzasse. —Padre—diss'egli,—divozion mi mosse, perché l'altre speranze omai son casse. Io sono unico figlio d'un signore, che in me piange sua stirpe che si more.