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S'io risano, prometto in questo chiostro far aggiunte di fabbriche e un altare.— Disse l'abate:—Voglia il Signor nostro che il segno in nome suo possa giovare. Direte, figlio, basso un paternostro, fede ci vuol le grucce per lasciare.— Recata al frate fu la stola tosto: l'empio guascone in ginocchion s'è posto.
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Comincia i crocioni e le parole l'abate pio, che gli occhi stralunava. L'indegno di veder luce di sole con le sue nocca il petto si picchiava. Finí l'uffizio, quando finir suole. L'abate all'amalato dimandava com'egli stesse e come si sentisse. L'empio teneva in lui le luci fisse,
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dicendo:—Padre abate, a dirvi il vero, nello stomaco sento un pizzicore, che, manicando un bocconcello, spero sí facilmente nol trarrei piú fuore. —Presto—disse l'abate a frate Piero, ch'era ivi cuoco e si faceva onore,— reca qualche sostanza al cavaliere.— Frate Piero va via come un levriere
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e reca una minestra in un piattello. Filinor la trangugia in un baleno. —Sentite moto a tramandare?—a quello dice l'abate, di pietá ripieno. Rispose Filinor:—Mi sento snello, e fame ancora;—e si toccava il seno. Dice l'abate al cuoco:—Hai qualche piatto? —E' c'è un cappon—rispose—tanto fatto.
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—Reca il cappon.—Filinor lo mangiava come un morsel, che non si torce un pelo. L'abate, i frati, il cuoco, ognun gridava: —Miracolo, miracolo del cielo!— A bocca piena il guascon replicava: —Aiuta Dio chi crede nel vangelo; questo è un miracol di natura fuora: abate santo, ho della fame ancora.—