21
Frate Piero, correndo, una pernice reca in un tondo: Filinor la succia. —Miracolo, miracolo!—ognun dice. L'empio guascon col carcame si cruccia, e chiede bere, e il cielo benedice. Il cantiniere alla sua cella smuccia, e spilla un vin da far andare un morto, né certo Filinor gli fece torto.
22
Non si può dir de' frati l'allegrezza per il miracol nato ad evidenza. Quel sacconaccio di scelleratezza tutto asseconda con somma avvertenza; e quando mostra d'essere in tristezza, e di sentirsi ancora inappetenza, donde rinnova il frate i crocioni, pel guasto universal de' suoi capponi.
23
Quindici giorni è stato il traditore da que' romiti, e sempre ha miglior cera, perché, lavando il viso, quel giallore ad arte fatto alfin sparito s'era. —Certo—dicea,—giugnendo al genitore, vo' spedirvi un miracolo di cera, e vo' aggiungere un'ala al romitoro, ed un altar da spendere un tesoro.—
24
Ogni dí con l'abate disegnando va una fabbrica nuova nel sabbione, e va crescendo idee di quando in quando: —Io vo' l'altar—dicea—di paragone.— L'abate rispondeva:—Io non comando: seguite pur la vostra ispirazione.— E la cucina ogni giorno crescea, sicché del fabbricar cresce l'idea.
25
Da molti testimon giurati il caso fecion deporre i frati, onde n'andasse girando a stampa dall'orto all'occaso, acciò al convento la pietá abbondasse. Un testimon non era persuaso, ma pur convenne alfine ch'ei giurasse, perché il prior zelante al Sant'uffizio gli minacciava accuse e precipizio.