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Sapea dove la moglie di Ruggero teneva piatta una sua borsa d'oro. Ipalca aveva un occhio di sparviero, e brievemente le ciuffò il tesoro. E un sabbato di notte all'aer nero fu data esecuzione a quel lavoro, e la «filosofessa» fu imitata sino a un peluzzo, alla fuga ordinata.
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Marfisa si vestí da cavaliere, come nelle commedie fa Clarice. Ipalca non lasciava di temere; ma fa la parte, e il cielo benedice. Un calesso era pronto a lor mestiere. Apparve di Titon la meretrice: s'apron le porte; e Marfisa ed Ipalca son nel calesso, e il postiglion cavalca.
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La dama era un bel giovine a vedello. Ipalca certo è differente assai, quantunque avesse un leggiadro cappello col pennacchino e abbigliamenti gai. Un membro non avea che fosse bello. Usava del belletto sempremai, ma caricato e senza alcun ingegno, donde movea, piú che lussuria, sdegno.
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Verso la Spagna presero il cammino queste due, finta sposa e finto sposo. Lasciamle andar; diremo il lor destino. A Parigi fu il caso strepitoso. Le monache, suonato il mattutino, levato il sol, lasciarono il riposo, e sospettaron di Marfisa ingrata, veggendo la sua cella spalancata.
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Cominciano a cercarla in ogni loco ed a chiamar con religiosa voce. Una dicea:—Sant'Agostino invoco;— l'altra un Si quaeris dice, e fa la croce. Il cicaleccio cresce poco a poco, ognuna per accrescerlo si cuoce, e finalmente tutte difilate le nuove alla badessa hanno recate.